La vita dopo Spotify

Come ha fatto una piattaforma incapace di creare profitto a modificare il nostro modo di ascoltare e comporre musica? La democratizzazione del suono

1 Aprile 2018 alle 06:10

La vita dopo Spotify

Il principe Harry e Meghan Markle, che si sposeranno il 19 maggio nella St. George's Chapel del Castello di Windsor, in visita alla stazione radio londinese Reprezent (foto LaPresse)

War is over: la guerra è finita. Parliamo di quella attraverso la quale la pop music ha interamente ridefinito la propria natura. Un conflitto cominciato alla fine del Novecento col progressivo sgretolarsi della grande industria discografica e con l’avvento garibaldino della pirateria domestica dell’èra Napster, che permetteva di scaricare goduriosamente tutta la musica del mondo via software, sul filo di una sottile illegalità.

I collezionisti di musica sono ormai una setta residuale. Il disco non esiste più, ma nemmeno i musicisti, trasformati in artigiani

La battaglia decisiva è quella che ha visto trionfare la montante rivoluzione dell’idea di “streaming”, la modalità di consumo che ci ha trasformato tutti in uno scenario post-fantascientifico, in figli della stessa madre, utenti dello stesso immanente Grande Fratello Musicale, colui che possiede, governa, promulga e soprattutto distribuisce tutta la musica del mondo: è l’èra di Spotify e degli altri servizi di streaming, che hanno ridotto i collezionisti di musica a setta residuale, circoscritta e ancora arcanamente legata al culto di quell’oggetto totemico circolare, di evidente impronta psicanalitica, contenente un singolo prodotto musicale – il disco, appunto: pensate a quanto sia divenuta esoterica questa definizione – perché intanto la massa, i grandi numeri dei consumatori, e soprattutto i nuovi consumatori, quelli nati negli ultimi anni o che stanno nascendo ora, si avvicinano alla loro dose di consumo musicale già settati sul consumo attraverso la modalità dello streaming – quella che fa sì che tutta la musica del mondo prodotta dalla casta dei musicisti (oggi non particolarmente elevata, paragonabile a quella degli artigiani di altre età classiche) sia disponibile per essere selezionata per il nostro piacere personale, attraverso formule d’accesso di sbalorditiva dimensione democratica, davvero degne di un universo-Gattaca.

 

Tutti possiamo ascoltare tutto, quando ci pare e gratis, a patto di sciropparci della pubblicità perfora-cervello. Altrimenti si deve accettare una modesta tassa commerciale, che ci conferisce lo status di consumatori-premium, condizione nella quale tutta la musica del mondo e di tutti i tempi diventa davvero nostra. O perlomeno ci offre l’illusione d’essere tale, ascoltabile con una accettabile qualità dovunque e quantunque lo si desideri – anche se poi non è che davvero ci appartenga, non esiste più in una sua fisicità, in quell’oggettistica iconica che trasformava i vinili e (assai meno) i compact disc in reliquie conservate nel migliore scaffale di casa.

 

La verità è che quella musica semplicemente gravita su di noi, immanente, nuvola tra le nuvole di benigna materia culturale tra le quali ci abituiamo a vivere. Ne sono derivate una serie nutrita di novità assolute, organiche a questo ridisegno di una civiltà (di questo bisogna parlare, nel passaggio non indolore tra l’epoca della discografia musicale a quella dello streaming, e tra le due diverse industrie che governano queste sfere variamente contrapposte), alcune delle quali non smettono di provocare un disagio tra quei consumatori, che ancora per poco tempo saranno la maggioranza, coloro che hanno vissuto a cavallo del grande cambiamento, ovvero che provengono dal pianeta dei dischi e ora si sono ristabiliti in quello dello streaming. (Poi, ripetiamo, c’è la colonia dei resistenti, quelli che rifiutano la nuova civiltà e restano avvinti ai vecchi rituali, costretti in un’enclave separata, nostalgica, rituale, dolcemente malinconica).

 

Il primo cambiamento è commerciale: la legge dello streaming è durissima soprattutto con la categoria dei musicisti, retrocessi a una condizione pre-industriale, paragonabile a quella dei teatranti rinascimentali. Pochissimi tra loro godono di reale successo e prestigio, ovvero diventano ricchi e famosi grazie alla loro produzione. Al tempo stesso ,di nuovo in base al concetto di sbalorditiva neo-democratizzazione di questa società ridisegnata, quasi tutti possono accedere allo status di musicisti, anche solo manipolando suoni sul proprio laptop, conseguendo l’un tempo agognata condizione di esistere artisticamente, “pubblicando” la propria musica, ammessi al servizio streaming in qualità di produttori di quell’impalpabile pulviscolo digitale che oggi costituisce la materia della musica. Il contrappasso è che questa qualifica, in realtà, è di per se stessa miserabile: con Spotify e lo streaming non si guadagna nulla, pochissimi centesimi sebbene l’ascolto della nostra musica venga praticato da migliaia di utenti planetari.

 

La colonna sonora del nostro presente

In tempi ipercinetici, c’è bisogno di una soundtrack permanente. Ma il sottofondo perfetto è anonimo, ripetitivo e rilassante, e Spotify lo sa: ascoltare Nils Frahm

 

Gli unici incassi li fa Spotify, ma anche qui permane il mistero, perché la casa madre svedese di questa pratica innovativa continua a vivere in una perenne rimessa economica, quantificata quest’anno attorno al miliardo e mezzo di dollari (allora chi paga? come regge la sua quotazione del marchio alla Borsa di New York? Quale esoterico ponzi scheme è sotteso a questo enorme gioco musicale?). Insomma nel contemporaneo, si diventa ricchi non producendo buona musica che viene ascoltata, ma attraverso altre forme di commercializzazione della propria arte: prima di tutto l’esposizione di sé nel mondo della comunicazione social, oggi luogo che sancisce le nuove forme del divismo. E poi attraverso l’esibizione di se stessi, in carne, ossa e tournée, o nei grandi show televisivi. L’economia musicale è divenuta visuale, ben più che acustica. I soldi girano attorno a chi si mostra, piace e per questo viene venerato. Gli altri sono solo modesti artigianelli dei suoni, amatori, e se vivono solo in streaming, è indispensabile che si procurino un secondo lavoro.

 

Tornando a osservare le reazioni di coloro che stanno vivendo a cavallo delle due epoche, quella passata dell’industria discografica e quella presente dello streaming, ci si imbatte allora in reggimenti d’infelici. Provate a parlare di Spotify con un onesto cantautore cinquantenne: vi prenderà per una manica, elencando le nefandezze di questo marchio d’infamia, estorsore e impunito grassatore della creatività altrui. E’ così, ma purtroppo frega solo a loro, perché il resto dell’umanità del fenomeno coglie solo il lato positivo, ovvero che adesso la musica non si compra, ma semplicemente c’è. Ma procediamo con un’altra novità dell’èra streaming, a cui i reduci del pop dovranno abituarsi: i formati sono scomparsi, vestigia di epoche sepolte. Parliamo di concetti nobili e apparentemente inalienabili, com’erano quelli dell’“album”, del “singolo”, delle varie declinazioni, il “doppio”, il “cofanetto”, l’antologia, l’extended play… materia museale, lessico archeologico. Oggi l’unità di misura contemplabile è quella della pagina Spotify di un artista, dove si trova tutto ciò che di lui musicalmente suona, oltre ai link ai colleghi che gli somigliano e possono risuonare nelle nostre cuffie e nei nostri cellulari più o meno allo stesso modo. Perché alla fine di questo stiamo parlando: musica per telefoni, “smart” ma pur sempre telefoni, luogo nel quale la musica ha ridefinito la propria eternità, pianeta nel quale ha ristabilito la propria civiltà, abbandonando quello ormai esaurito dell’“alta fedeltà”. Oggi tutto comincia e finisce da un telefono, magari collegato al sistema di diffusione della tua auto. Tutta la musica del mondo la porti in tasca, insieme alla rubrica degli indirizzi. E quando ne vuoi, la scegli a colpi di unità basilari, ovvero canzoni che hai voglia di sentire. Il concept sofferto e solenne chiamato album, con la religiosa preparazione che lo circondava, è il residuo di passate cerimonie e di superate descrizioni della propria natura estetica e intellettuale. L’album era “l’opera”. Oggi la canzone è il veicolo: va in circolo, si sfrutta la sua propulsione e si sta a vedere se funziona. Tutto più rapido, elementare che in passato.

 

Ci siamo musicalmente semplificati e alleggeriti, qualcuno – i nostalgici – dirà imbarbariti. Ma questa, adesso, è la nostra disponibilità verso la musica, questa è l’attenzione che le accordiamo e l’uso che ne facciamo. E’ un genere di conforto “da banco”. Ci fa sentire meno depressi, meno soli, meno preoccupati. Ma difficilmente va oltre – ci dispiace per Bob Dylan e per i nostri cantautori: alla fine ha vinto lo stile di vita “Love Me Do”, sulla riflessività alla “Masters of War”.

 

Ultima considerazione per inquadrare i prodromi dell’èra Spotify: ricercatori di venerabili università di provincia ci informano che, per colpa dello streaming, anche la modalità di scrittura delle canzoni è cambiata. Sono sparite le intro, i crescendo iniziali, quelle misteriose zone d’ombra di una composizione in cui l’ascoltatore era invitato a vivere di indizi, appena intravedendo il caravanserraglio che l’avrebbe assaltato al primo colpo di rullante.

Il sistema infernale per cui o mi conquisti in 30 secondi o ti mollo, e “fluisco” altrove, nella corrente universale di suoni streaming

Adesso si va dritti allo scopo, perché Spotify paga la sua miserabile fee dopo 30 secondi di ascolto di una canzone. Perciò bisogna giocare subito le proprie cartucce, non indurre l’ascoltatore ad andarsene altrove, in cerca di stimoli aurali più alettanti. Via subito col ritornello e con quanto di musicalmente seducente si è saputo mettere insieme. Notizia, questa, malinconica, che evoca il barzellettiere d’avanspettacolo, che deve sparare le sue battute prima che qualcuno dalla platea gli tiri un gatto. O mi conquisti in 30 secondi o ti mollo, e “fluisco” altrove, nella corrente di universale di suoni in cui siamo immersi.

 

C’è la sensazione di una sconfortante perdita di possesso: non abbiamo più una nostra musica, ma “la” musica. Normalizzata, perenne, in continua rigenerazione. E’ così qui, come altrove, se pensiamo alla civiltà delle immagini, a film, quadri, libri, giornali. Tutto il campionario dello scibile umano, per orecchie, bocca, e occhi, è disteso davanti a noi, e in esso possiamo immergerci per trovare sollievo e stimolazione sensoriale. L’effetto, a cui ci stiamo rapidamente abituando, è bello e strano e ci proietta lontanissimo dal tempo dell’individualità e delle scelte. A nessuno è più richiesto di esprimere il proprio gusto, ma solo di partecipare alla danza collettiva. Meno responsabilizzati, un po storditi, ma forse anche sollevati. La modernità sta nel non scegliere, ma nel condividere. Andando avanti con gli altri, con l’accortezza di non restare indietro e non staccarci dal gruppo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi