Il grande inganno

“La cultura pop rende schiavi e illusi gli ignoranti”. La lezione di T. W. Adorno, settant’anni dopo

4 Marzo 2018 alle 06:10

Il grande inganno

Max Horkheimer e Theodor Adorno (foto via Wikimedia Commons)

Sarà capitato anche a voi di spegnere Netflix, o disconnettervi da Spotify, o magari chiudere in fretta e furia YouTube (per tacere di Facebook) e sentirvi, in quel preciso istante, più stupidi e in genere persone peggiori. Siete in ottima compagnia, nel caso, perché era la medesima reazione che Theodor Wiesengrund Adorno registrava in “Minima moralia” ogniqualvolta usciva dal cinema, ed era ancora il 1951. Più di mezzo secolo dopo, lo studioso Owen Hulatt sostiene che il basso concetto che Adorno aveva della cultura pop torna ancor più utile oggi, nell’èra dei social network e delle app che consentono la fruizione capillare e continua di prodotti culturali senza sforzo e, talvolta, senza esborso. 

 

In un saggetto uscito sulla rivista online Aeon, Hulatt (lecturer a York e autore del recente “Adorno’s Theory of Aesthetic and Philosophical Truth”, Columbia University Press) parte dal principio che per Adorno la cultura non testimoniava solamente il progresso tecnico nel campo estetico ma soprattutto il grado morale di civiltà della società che la produceva. L’esempio classico considerato da Hulatt è la “Sagra della primavera” di Stravinskij (1913), le cui dissonanze barbare segnavano per Adorno una “opposizione alla civiltà” ovvero “il tumulto della cultura contro la propria stessa essenza culturale” e, per estensione, una lucida preconizzazione delle atrocità venture del Novecento. Più che all’avanguardia, tuttavia, Adorno guardava con sospetto alla cultura popolare: il cinema, appunto, le canzonette, i fumetti. La caratteristica del pop gli sembrava quella di non essere un’espressione spontanea del popolo ma un intrattenimento di massa prodotto dal capitalismo, che cercava così di impossessarsi del poco tempo libero che esso stesso concedeva ai lavoratori. Il pop dunque – spiega Hulatt – non indispettiva Adorno solo in quanto pessima arte, ma in quanto inganno, poiché prometteva al popolo di conseguire in maniera elementare lo stesso piacere che l’arte più elevata concedeva al fruitore solo a costo di più tempo, più soldi, più fatica.

 

La parte interessante di questa teoria, di questi tempi, non è più la tiritera anticapitalista. Ovvio che Adorno – marxista, musicologo, esponente di spicco della Scuola di Francoforte, rassegnato esegeta di Auschwitz come certificazione dello scacco della civiltà, teorico (con Max Horkheimer) di una rilettura dell’Illuminismo tutta incentrata sull’obiettivo di trasformare l’uomo da schiavo a padrone – flirtasse con l’idea nera di un’industria culturale che, tramite il pop, nega la libertà al popolo, offrendogli una creatività troppo facile per non essere illusoria. Hulatt lo segue nel dire che oggi la cultura che viaggia sui social e sulle app è di fatto veicolata da multinazionali dello spettacolo che derubano lavoratori precari della libertà del piacere estetico, impedendo quindi un progresso sociale verso la libertà; ma quest’idea puzza un po’ troppo di “tutta colpa del neoliberismo”. L’interessante è invece che Adorno aveva già compreso la frammentarietà che sarebbe diventata la cifra della cultura pop del nuovo millennio. Hulatt rimarca infatti che Adorno criticava come menzognero quel piacere estetico immediato causato da brandelli incompleti di prodotti culturali per esempio, la celebre aria da canticchiare ignorando il resto dell’opera).

 

I cultori del niente

 

Oggi noi viviamo immersi in un mondo culturale incardinato sul brandello. La scena di un film vista e rivista su YouTube, la canzoncina scaricata senza il resto dell’album, addirittura lo spezzone di discorso pubblico estrapolato e reso virale dal web: sono tutti esempi di una cultura illusoria, che viene consegnata al popolo impedendogli di introiettare quel sofisticato reticolo di correlazioni interdipendenti fra contenuti che costituisce il vero discrimine dell’essere colti. Adorno riteneva che solo l’abbeverarsi a una produzione culturale coerente, fatta di opere integrali poste in relazione complessa fra loro, contribuisse a rendere complete le persone e fungesse da collante della società. La cultura pop oggi ha creato una massa di semicolti presuntuosi, convinti del fatto che basti piluccare il proprio brandello culturale preferito per certificarsi individui unici, creativi, capaci di sostituirsi ai professionisti. Così si è disfatto una volta per tutte l’orizzonte che tiene insieme la società all’interno di una cultura condivisa, che non sia solo un facile ritornello isolato che risuona in testa – come nella canzone di Raffaella Carrà che, figlio del mio tempo, ho inevitabilmente citato in apertura.

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