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"No, Spotify non è e non sarà mai il Netflix della musica”

La quotazione in Borsa della società e il modello "all you can eat". D'Atri (Soundreef): “Produrre musica non è come produrre una serie tv o un film” 

7 Aprile 2018 alle 12:46

"No, Spotify non è e non sarà mai il Netflix della musica”

Foto LaPresse

“È la formula all you can eat. Pago e fruisco di tutto quello che voglio”. Non esiste forse immagine migliore per fotografare come il mercato della musica è cambiato negli ultimi anni. A scattarla è Davide D'Atri, amministratore delegato e fondatore di Soundreef (foto sotto), quando gli si chiede di commentare la notizia della quotazione in Borsa di Spotify.

 

La verità è che la piattaforma di streaming online, prima ancora che una società dal valore di mercato di circa 26 miliardi di dollari, è un cambiamento culturale. La musica ha smesso di essere una forma di religione con adepti che custodiscono gelosamente i propri dischi e li ascoltano nel segreto della propria stanza o durante veri e propri riti collettivi (qualcuno ricorda ancora l'emozione di stringere nelle proprie mani l'ultimo Lp di questo o quel cantante?), ed è diventata un sottofondo delle nostre giornate. Qualcosa da ascoltare distrattamente e da interrompere ai primi segnali di noia. Lo streaming ci dà la possibilità di fare questo quando e dove vogliamo. “E gli utenti non hanno alcuna intenzione di tornare indietro” dice D'Atri parlando con Il Foglio.

 

“La distruzione del comparto dischi e cd - prosegue - era già avviata da tempo. Qualcuno prevedeva già la fine della musica. Spotify e le altre piattaforme online hanno dato la possibilità di ascoltare musica legale e, soprattutto, hanno dato questa possibilità ad un'utenza potenzialmente infinita che, ogni giorno, si arricchisce di nuovi fruitori”.

 

Certo, se per il pubblico la rivoluzione è stata decisamente positiva, per gli artisti probabilmente lo è stata meno. “Circa il 70% del fatturato di Spotify serva a pagare le royalties - continua D'Atri - Pochi sanno però che quando parliamo di un brano musicale gli aventi diritto, cioè coloro che ricevono dei soldi quando quella canzone viene suonata, sono diversi. Abbiamo l'autore, l'editore, la casa di produzione e, nel caso non coincida con l'autore, il performer. La domanda quindi è: dove vanno a finire le royalties?  Siamo sicuri non si perdano durante il tragitto verso l'autore? Che vadano ad altri intermediari che operano nella filiera? Certo, su una cosa non ci sono dubbi: queste piattaforme digitali pagano poco. E mostrano anche una certa arroganza nei confronti degli aventi diritto”.

 

Volendo utilizzare un refrain forse un po' abusato verrebbe da dire: è il mercato bellezza. Dopotutto se Spotify non ha una vera concorrenza, Spotify tiene il banco. E decide. “Si tratta di una piattaforma predominante sul mercato, un sostanziale oligopolio. Il messaggio per gli artisti è semplice: siamo imprescindibili quindi devi accettare le nostre regole. Inoltre è pur sempre una società che si muove secondo le regole della domanda e dell'offerta. Pensi alle proteste che ci sono state quando hanno detto che avrebbero aumentato i prezzi degli abbonamenti. Ma se vuoi crescere devi anche pensare a come reperire risorse che possano sostenere questa crescita”.

 

Insomma Spotify è stata un bene o un male per i musicisti? “Diciamo che è stata un bene perché ha comunque aiutato, indirettamente, anche gli artisti indipendenti. Offrendo loro una piattaforma attraverso cui raggiungere una vasta utenza. Ha dato un valore alla loro musica. Il problema è l'equilibrio. Perché senza un'industria che produce musica non esiste una piattaforma online che la distribuisce. E quindi occorre che la produzione venga pagata. Certo, se le piattaforme pagano poco gli intermediari prendono troppo. Bisogna trovare il punto di equilibrio”.

 

Certo, difficilmente i grandi artisti dovranno preoccuparsi. Non fosse altro perché Spotify non potrà mai privarsi di musicisti che fanno milioni di condivisioni e ascolti. “Il problema semmai - prosegue D'Atri - è per quella che io chiamo, mi passi il termine, la 'media borghesia' della musica che rischia di rimanere schiacciata. Perché non è ben organizzata. Le collecting society (le società di gestione collettiva di diritti d'autore) che li rappresentano non sono organizzate, non fanno fronte comune e quindi non riescono a ottenere prezzi omogenei per tutti. Molto spesso, al contrario, vengono siglati accordi individuali”.

 

Resta quindi un'ultima domanda: nell'era di Spotify è ancora redditizio fare il musicista? “È cambiato il modo in cui un musicista si sostiene. Un tempo c'era un solo interlocutore, al massimo due (il manager, il produttore) e quindi quelle erano le fonti di reddito. Ora la realtà è più parcellizzata con 6-7 differenti fonti di reddito. Il musicista non sempre è così veloce da seguire questo cambiamento. È disorientato. Oggi è più facile registrare e distribuire, c'è più musica disponibile, ma è più difficile emergere. Nel lungo periodo, comunque, ci si riesce a sostenere”. E magari, tra un po', sarà proprio Spotify a produrre i suoi artisti: “No, Spotify non è Netflix. È solo una piattaforma che offre contenuti. Produrre musica non è come produrre una serie tv o un film. E soprattutto non garantisce gli stessi ritorni in termini economici”.   

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