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Perché Madonna è un mito di cui non ci libereremo mai

Compie oggi 60 anni e sembrano pochi, ma se ci voltiamo a guardarli li troviamo eccome. Sono dappertutto, tanto che diremmo che lei c’è sempre stata

16 Agosto 2018 alle 15:04

Perché Madonna è un mito di cui non ci libereremo mai

Foto LaPresse

Oggi Madonna compie sessant’anni e sembrano pochi, ma se ci voltiamo a guardarli li troviamo eccome, sono dappertutto, tanto che diremmo che lei c’è sempre stata. Che lei è l’Occidente più recente, almeno per tutti gli occidentali vivi adesso, l'Occidente che va da poco prima che ci si frantumasse sotto gli occhi, da quando era, senza saperlo, una potenza in dirittura finale, un fuoco d’artificio che lei contribuì a far esplodere prolungando la festa con nuovi motivi e brindisi e musica, a ora che, invecchiato assai male, cerca il modo di tenere insieme le macerie come fa la chirurgia plastica con certi volti che non vogliono o non possono invecchiare, perché sono cartine e appigli di un paio di generazioni piuttosto smarrite.

    

Madonna festeggerà per tre giorni, alla faccia nostra, che siamo un affollato mondo che la conosce, l’ha ascoltata, amata, odiata, scopiazzata, e che oggi o non ne può più di lei, perché ritiene che non abbia più niente da dire (Bruno Giurato ha scritto su Linkiesta che la cosa migliore che le resta da fare è ritirarsi in Portogallo e fotografarsi su Instagram) o che l'aspetta, affamato, alla sua prossima mossa. Per i primi: sappiate che di Madonna non vi libererete mai. Ce l’avete addosso e dentro, non ve la levate neppure con un esorcismo, vivete in un mondo che non può non dirsi contagiato da Madonna e non potrà non esserlo per moltissimo tempo ancora. Per i secondi: ne vedremo di bellissime, senz’altro.

  

Fosse anche vero che non ha più niente da dire, potrà continuare a predire, come fece l'anno scorso, vestendosi in minaccioso camouflage al Met Gala, anticipando così la vocazione militaresca dell'anno successivo, poi espressa a pieno pochi mesi più tardi, col #metoo. In quel vestito c'era ancora l'eco del discorso che aveva tenuto alla fine del 2016 ritirando il premio di Billboard, che l'aveva nominata donna dell'anno: “Mi dicevano che essere femminista significava negare la propria sessualità e io pensavo: fanculo! Significa che sarò un altro tipo di femminista. Una femminista cattiva”.

  


    

  Madonna al Met Gala 2017, foto LaPresse


  

Nel suo “Hip-hop-rock, 1985-2008”, Simon Reynolds ha scritto che Madonna è per tutto il mondo il simbolo del pop (insieme ai Queen, ai Dire Straits e a “tutti gli altri mosci paladini del liberiamoci”, ma più di tutti loro), di quel pop che prende a un certo punto a distinguersi dal rock diventando un processo di normalizzazione, di addestramento del desiderio. Scrive Reynolds: “Di fronte a un paradiso che promette l'appagamento, essere radicali significa non solo esigere di più, ma affermare che l'appagamento stesso è un'illusione. Di fronte alle travolgenti lusinghe del capitalismo consumistico, la reazione radicale è l'astinenza, la cocciuta adesione alla volontà di non integrarsi”. Tutto vero, prima di lui ci avevano ragionato sopra anche Pasolini e Foucault, anche se non riferendosi alla musica. Però, Reynolds parla da uomo, da maschio. Nel 1984, quando Madonna cantò Like a Virgin, le ragazze non sapevano nemmeno ancora troppo bene cosa potevano desiderare e lei chiarì che tutto stava nel bilico, lo stesso sul quale è rimasta in piedi, per i decenni della sua carriera.

  

  

Cosa sarebbe stato “Le Iene” di Quentin Tarantino senza la conversazione iniziale di tutti i protagonisti (#tuttimaschi, naturalmente) intorno al significato di “Like a virgin”? Una conversazione che è un profluvio di sessismo irresistibile, che oggi varrebbe l'espulsione a vita dal consesso civile di regista, attori, produttori e, chi lo sa, forse pure dei runner. Qualcosa che bisogna essere femmine per capirlo e per capire che non ci sarà mai emancipazione che ci scollerà da lì: dal piacere della dipendenza, dal diventare, dal rinascere e dall'essere grazie al tocco di chi ci ama. In ragione di questo, forse, e per esplicitarlo meglio, essendo in fondo qualcosa di parecchio cristiano, nel 2014, una suora salì sul palco di X Factor e cantò "Like a Virgin" lasciando a bocca aperta il pubblico. E' un esempio piccolo di come Madonna intrida tutto e dimostra l'impossibilità di esorcizzare il nostro tempo da lei e del ritenere davvero che abbia esaurito le cose da dire – ma che assurdità, ma figuriamoci: ancora non hanno smesso di parlare le cose che ci ha già detto!

  

  

Guardi il video di Frozen (era il 1998, l'anno di Celebrity Skin delle Hole, di The Miseducation of Lauryn Hill – e fermiamoci qui con l'elenco, per non morire di crepacuore e nostalgia) e pensi che forse, lì, Madonna arriva all'astinenza di cui scrive Reynolds. Lei che, con le mani coperte di hennè, come ritrovammo le mani di tutte su tutte le spiagge del pianeta l'estate successiva, cantava che avere tutto inaridisce e lo faceva vestita da sacerdotessa, di tanto in tanto trasformandosi in stormo, suggerendo ascesi.

  

  

In verità, il corpo, il sesso e il piacere non sono mai spariti dalla musica di Madonna, dal suo universo simbolico. E' rimasta vigile a rimpolpare la rivoluzione sessuale, a giocare a imbastirla e contrariarla, convinta com'era e come dovremmo essere tutti che liberi non vorremo mai esserlo davvero perché non vorremo mai perderci lo spettacolo della provocazione, quella cosa che solo Madonna sa ancora usare non per predicare, ma – come dovrebbe essere – per indovinare un po' di futuro, così da aver voglia di andargli incontro.

  

Non ha avuto altro merito che scopiazzare di qua e di là, prestandosi al sincretismo: è una delle critiche che le sono state mosse più frequentemente. Madonna, con il pop, ha tirato fuori il buio dal buio, il sesso dal tabù, Marilyn Monroe dall'iconografia sacralizzata del senso di colpa di un paese che l'aveva sbranata e per farsi perdonare l'aveva ridotta a un angelo caduto, la musica dance dalla nostra seriosa volontà di archiviarla, Miss America dall'American Pie, gli anni Ottanta dagli zombie, il futuro dalla riproducibilità tecnica, scaraventandolo nella possibilità più affascinante, che ha inseguito sempre e continua a inseguire: l'inatteso.

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