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Grasso e i suoi fratelli

Il giudice in politica non tira più. Sprofonda l’ex presidente del Senato, esce di scena pure Di Matteo

6 Marzo 2018 alle 06:06

Grasso e i suoi fratelli

Pietro Grasso (foto LaPresse)

Roma. Le vecchie volpi – quelle che lo avevano incoronato re del loro piccolo e rancoroso regno – credevano che Pietro Grasso fosse un condottiero dietro il quale si sarebbero schierate folle sempre più oceaniche di elettori ed estimatori. Credevano – povero D’Alema, povero Bersani – che la sua aureola di ex magistrato potesse catalizzare il consenso di quell’ostinato popolo della sinistra per il quale non c’è altro orizzonte se non quello dell’antifascismo e della legalità, dell’articolo 18, buonanima, e delle università senza più tasse, né per i poveri né per i ricchi. Credevano, insomma, che sotto quella toga, già logorata da cinque anni di contaminazione con la politica, ci fosse ancora uno statista capace di parlare al paese con i toni alti e persuasivi che la gravità del momento avrebbe richiesto. E invece no. Grasso, travestito velocemente da leader, si è rivelato un fallimento. Un borghesuccio piccolo piccolo che, dopo avere vinto la lotteria nel 2013 con quel repentino passaggio da procuratore nazionale antimafia a presidente del Senato, voleva cinque anni dopo staccare il secondo biglietto e mantenere così il proprio posto nel catalogo degli uomini potenti. L’impresa gli sembrava a portata di mano: quale elettore del sud o del nord avrebbe mai negato il proprio voto all’uomo che, negli anni ’80, fu giudice a latere nel primo maxi processo contro i quattrocento boss che Giovanni Falcone aveva incatenato e portato nell’aula bunker dell’Ucciardone, a Palermo?

 

E quale elettore del sud o del nord avrebbe mai resistito al fascino della sua teoria secondo la quale, al di là di ogni verità giudiziaria sulle stragi di mafia c’è sempre una trama oscura da disvelare e un regista occulto da smascherare?

 

Invece gli elettori sono stati più furbi di lui e lo hanno bocciato senza pietà. Nel collegio uninominale di Palermo dove si è presentato sicuro di vincere e forse anche di stravincere, il leader di Liberi e uguali è arrivato quarto: dopo il candidato grillino, dopo il candidato del centrodestra, dopo quello del Pd. Liberi, uguali e inesistenti. Una batosta difficile da dimenticare.

 

Certo, in questa tornata elettorale la valanga populista ha travolto tutti, da Renzi a Berlusconi, dalla Bonino alla Lorenzin. E nel mazzo non poteva non esserci Grasso, con la sua fragile esperienza politica, con la sua parola impacciata, con le sue gaffe, con la sua difficoltà di elaborare un pensierino diverso da quello propagandato, nella seconda metà del secolo scorso, dal luogocomunismo storico e dal sinistrese d’antan.

 

Ma questa attenuante non basta, da sola, a spiegare il naufragio elettorale dell’ex presidente del Senato e della sua ambiziosa formazione politica. Dietro la sconfitta senza appello di Pietro Grasso c’è forse qualcosa di più e di diverso. C’è che l’elettore non crede più alla missione salvifica di quei magistrati che, dopo una carriera fatta di successi senz’altro meritevoli ma anche di visibilità, bussano alle porte del Palazzo per ottenere un premio all’impegno profuso nelle aule dei tribunali, o nelle stanze delle procure. Queste elezioni lo hanno dimostrato. Non solo sprofonda Pietro Grasso. Ma con Grasso viene accantonato anche Nino Di Matteo, il pubblico ministero che tanto si è speso, in parole e opere, nel processone palermitano sulla cosiddetta Trattativa, cioè sul patto scellerato che i mammasantissima di Cosa Nostra avrebbero stretto, subito dopo le stragi di mafia, con alcuni pezzi deviati delle istituzioni. Fino a pochi mesi fa sembrava che Di Matteo avesse conquistato senza se e senza ma il cuore dei Cinque stelle, tanto che Beppe Grillo si era sbilanciato al punto di proporlo come futuro ministro in un eventuale governo a trazione M5s: un’investitura in pompa magna che il magistrato palermitano si era guardato bene dal rifiutare in maniera netta e definitiva. Ma con l’avvicinarsi delle elezioni, l’abbraccio tra Di Matteo e i grillini si è allentato. E lo dimostra il fatto che la settimana scorsa, quando Luigi Di Maio ha presentato urbi et orbi la lista della sua probabile squadra di governo, il nome di Di Matteo non c’era più. Cancellato. Questo non significa, ovviamente, che la storia d’amore tra il Movimento e il pm palermitano sia di colpo finita. Significa solo che il matrimonio ufficiale all’ultimo momento non è stato più celebrato.

 

Per Di Matteo probabilmente è stato pure un bene. Brucia ancora tra le mura del Palazzo di giustizia di Palermo la sorte toccata nel 2013 ad Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto che aveva appena istruito il processo sulla Trattativa, lo stesso che Di Matteo da quattro anni cura con tanto zelo e tanta convinzione. Convinto di essere già un eroe pronto per l’arco del trionfo, Ingroia credette di potere spendere in politica la fama conquistata tramite le mille interviste rilasciate ai giornali e ai talk-show. Fondò un partito e si candidò, manco a dirlo, alla carica di presidente del Consiglio dei ministri. Ma, trasformato subito in una macchietta della politica da una impietosa imitazione di Maurizio Crozza, il temerario leader di “Rivoluzione civile” non andò oltre lo zero virgola. Fu il disastro. Non solo per i pochi che lo avevano seguito nell’avventura, ma per lui stesso. Costretto a lasciare la magistratura, trovò riparo in un posticino di sottogoverno messogli a disposizione dal fraternissimo amico Rosario Crocetta, allora presidente della regione Sicilia. Oggi, a causa dello spoils system, ha perso pure quell’incarico ma non il vizio della politica: con il suo amico e sodale Giulietto Chiesa – un giornalista, un nome e una garanzia – ha creato in vista del 4 marzo un nuovo partiticchio ed è salito di nuovo sulla giostra della competizione elettorale. Ma i consensi non sono andati oltre il condominio. Segno anche questo che l’elettore non ne può più. Né di Ingroia, né di Grasso né Di Matteo. Tutti passati di moda, verrebbe da dire. Del resto, chi si ricorda più di Gerardo D’Ambrosio o di Antonio Di Pietro? Negli anni di Tangentopoli i due magistrati della procura di Milano avevano messo a ferro e fuoco la cittadella della corruzione. Poi decisero di entrare a Montecitorio con tutti i loro meriti e riuscirono a suscitare pure grandi speranze. Ma nel volgere di pochi mesi la brillantezza del gesto finì per appannarsi e i due eroi si perdettero tra le nebbie di una politica routinaria e inconcludente.

 

Non li rimpiange più nessuno. Sono stati la rilegatura giansenista al libro della Grande Pena: di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato.

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