Craxi, il Cav. e i deIitti della Seconda Repubblica

Gli ex Pci e l’ex sinistra Dc hanno danzato vent’anni sui cadaveri delle loro vittime. Ma come nel romanzo di Zola “Thérèse Raquin” la mummie hanno continuato a perseguitare i carnefici. Il 4 marzo la vittoria definitiva del Partito dei Magistrati

10 Marzo 2018 alle 06:00

Craxi, il Cav. e i deIitti della Seconda Repubblica

Silvio Berlusconi e Bettino Craxi

Cos’è stata, la Seconda Repubblica, se non una lunga variazione su “Thérèse Raquin”? Gli amanti Thérèse e Laurent si liberano dell’ostacolo alla loro unione illegittima, il marito Camille, affogandolo nella Senna. Ora potranno finalmente amarsi alla luce del sole. Ma il delitto è meno perfetto di quanto sembra. Più dell’amore, ormai, li tiene avvinti quel segreto mostruoso, un fantasma che li insegue fin nel talamo nuziale: “Gli assassini avevano voluto essere in due, la notte, per proteggersi dall’annegato”, scrive Zola, “e per uno strano effetto rabbrividivano di più da quando si trovavano insieme”. La vita coniugale è un inferno. Thérèse e Laurent spasimano d’angoscia, si guardano con sospetto, lanciano recriminazioni reciproche, arrivano a odiarsi al punto da volersi uccidere l’un l’altra. Il lettore avrà già decrittato da sé l’allegoria. Camille Raquin, l’annegato, è Bettino Craxi. L’amore adulterino finalmente consacrato è quello tra le due famiglie di superstiti del compromesso storico graziati dalle procure, i post-berlingueriani e la sinistra democristiana. Le convulsioni successive del Pd, fino al climax melodrammatico di questi giorni, derivano dall’essersi stesi nel letto coniugale senza aver fatto i conti con il fantasma dell’annegato. Perché con Craxi colava a picco non solo il socialismo liberale; s’inabissava, in un fiume fangoso, anche la residua dignità dei poteri elettivi, o diciamo pure la dignità della politica.

 

Cos’è veramente successo, il 4 marzo 2018? Qui comincia un’altra storia, non meno romanzesca; solo che prende sfumature da gotico vittoriano. Pochi giorni prima del voto, l’Espresso pubblica una conversazione tra Marco Belpoliti e Sergio Luzzatto sui corpi dei capi. “Berlusconi è tornato, sotto forma di una mummia. Un revenant, totalmente rifatto nel viso e nei capelli”, esordisce Belpoliti. E’ un motivo ricorrente della campagna elettorale, e forse anche un’esca per l’interlocutore, che a un altro caso di tassidermia politica, quello di Mazzini imbalsamato, aveva dedicato il libro “La mummia della Repubblica”. Già, ma di quale Repubblica era mummia Berlusconi? Della Seconda, sembrano implicare i due dialoganti; io sospetto lo fosse anche della Prima; o, se vogliamo, un revenant dell’annegato. Davanti all’assedio ai poteri elettivi lanciato nel 1992, all’antiparlamentarismo mediatico-giudiziario che avrebbe partorito il mostro dello squadrismo digitale grillino, Berlusconi era stato – con la sua mera presenza, senza vera coscienza o volontà politica – un argine; ma, non avendo ripristinato gli argini istituzionali (immunità e riforma della magistratura), era rimasto un argine simbolico, destinato a estinguersi insieme al suo corpo biologico, o a sopravvivere come feticcio ineleggibile: la mummia della Repubblica.

 

Cambio di scena. Giovedì 1 marzo Steve Bannon atterra a Roma. Vuole godersi la grande onda dall’epicentro. Capisce d’istinto quel che sfugge a molti osservatori indigeni, ossia che ancora una volta siamo un’avanguardia: “Gli italiani sono andati più in là, e in un tempo più breve, degli inglesi con Brexit e degli americani con Trump”. Più che in un tempo più breve, si dovrebbe dire in due tempi. Perché un’onda può essere anche planetaria, ma la natura e la misura delle sue devastazioni dipendono dalle resistenze che incontra nei diversi luoghi. Qui tutto era pronto per l’onda perfetta: l’annegamento delle élite politiche a beneficio di altre élite, le solite, che oggi giocano alle levatrici del governo Di Maio. Anche stavolta, tuttavia, il delitto è meno perfetto di quanto sembra. Ricordate Zola? La vecchia signora Raquin, madre dell’annegato, scopre il crimine segreto; vorrebbe denunciarlo, ma è muta. Noi per fortuna abbiamo un loquace novantunenne di nome Mauro Mellini. E’ l’unico ad aver scritto la verità sul 4 marzo, e sull’agonia ventennale che ha solo ritardato, fino al colpo di grazia, un delitto già perpetrato nel 1992: “Non abbiamo sentito parlare nella campagna elettorale del Partito dei Magistrati. Eppure la distruzione della classe politica di cui oggi si celebra l’indiscutibile consumazione è la sua vittoria”.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    04 Aprile 2018 - 08:08

    Non è la vittoria della magistratura ma la sua disfatta. Salvini e Di Maio sono il loro prodotto. La mummia sono loro e le loro parrucche grigie che non vogliono togliersi. Se il dirupo è questo siamo all’epilogo di un percorso nato sui banchi di scuola per dei destinatari programmati.

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  • giantrombetta

    10 Marzo 2018 - 09:09

    Che dire, se non complimenti ammirati per una riflessione tanto acuta quanto arguta: magnifico! Da fogliante devoto della prima ora mi piace ricordare quanto il Fondatore Giuliano Ferrara anticipo’ in tempi ormai remoti: occorre prendere atto che il riformismo italiano e’ stato definitivamente sepolto ad Hammamet. Cito a memoria. Per sapere quant’erano remoti i tempi di questa acutissima e splendida constatazione bisognerebbe consultare l’archivio del Foglio nelle lettere al direttore, o più semplicemente far ricorso alla memoria di Giuliano, che almeno un tempo ci illuminava tutti (politicamente) d’immenso. Se poi da Ungaretti, caro Vitiello, si preferisce passare a Montale, si può pure concludere che la storia non e’ magistra di niente.

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  • carlo schieppati

    10 Marzo 2018 - 08:08

    Oppure, come scriveva Del Noce, “La storia contemporanea italiana ha un carattere paradigmatico per lo stretto parallelismo filosofico-politico che la caratterizza: può essere vista come il microcosmo in cui leggere in vitro la forma che il possibile tramonto mondiale della civiltà, come suicidio della rivoluzione, dovrebbe assumere”. Certo non pensavo che avrebbe assunto il volto della farsa.

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