La Cina è la moglie da cui si torna sempre

Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si vedranno a Singapore il 12 giugno prossimo. A questo punto, l'unico capace di annullare l'incontro all'ultimo momento potrebbe essere solo il presidente Usa

15 Maggio 2018 alle 13:12

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In primo piano: Incontro

(E correndo mi incontrò lungo le scale, quasi nulla mi sembrò cambiato in lei)

 

 

 

Parlare con il nemico è difficile. Specie se negli ultimi vent'anni, in attesa che la Corea del nord collassasse così come prevedevano le agenzie d'intelligence di mezzo mondo, l'abbiamo pressoché ignorato.

 

Il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un si vedranno a Singapore il 12 giugno prossimo. Così ha scritto qualche giorno fa Trump su Twitter, e possiamo dire con una discreta certezza che, arrivati a questo punto, l'unico capace di annullare l'incontro all'ultimo momento potrebbe essere solo il medesimo Trump.

 

Perché Singapore?

Secondo alcune fonti, inizialmente l'America voleva tenere il summit a Ginevra, opzione però scartata per le difficoltà logistiche di Kim Jong-un di muoversi così lontano. Sembra che il presidente americano avesse apprezzato molto l'organizzazione e lo show messo insieme dai sudcoreani durante il summit intercoreano del 27 aprile scorso. Nei giorni successivi all'incontro tra Moon e Kim aveva messo su Twitter un messaggio tipo: ma che ve ne pare della Zona demilitarizzata? Opinione personale: simbolicamente, il 38 parallelo sarebbe stato il miglior luogo al mondo per avvicinarsi alla pace.

 

E' lì che gli americani hanno firmato l'armistizio, è lì che il generale Douglas MacArthur perse credibilità con l'allora presidente americano Harry S. Truman: le truppe nordcoreane, che nel giugno 1950 avevano sconfinato, erano state dopo poco respinte a Nord del 38° parallelo. Ma a ottobre MacArthur convinse il presidente a invadere a sua volta il Nord e conquistare la penisola: l'intervento dei soldati cinesi provocò il disastro.

Dunque, la Zona demilitarizzata è il luogo dello scontro tra Cina e America più di ogni altro, e il luogo della divisione tra le Coree.

Sembra però che a far cambiare idea a Trump sulla location del summit sia stato il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton: per organizzare tutto quanto nella Joint Security Area il presidente sarebbe dovuto volare prima a Seul, da Moon Jae-in, e il coordinamento dell'evento sarebbe stato nelle mani dei sudcoreani. Quindi la domanda di Bolton sarebbe stata: siamo sicuri di voler dare tutto il credito a loro?

 

Singapore è un luogo neutro, in grado di organizzare in poco tempo la sicurezza per un evento simile – non a caso nel 2015 ha ospitato lo storico incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e l'allora presidente taiwanese Ma Ying-jeou – grazie anche al fighissimo battaglione dei Gurkha nepalesi, parte integrante della polizia di Singapore (nella foto grande sopra). La città stato asiatica gode di una storica alleanza con l'America e, allo stesso tempo, è molto vicina alla Corea del nord, di cui ospita un'ambasciata. Andray Abrahamian, direttore delle ricerche di Choson Exchange – una famosa società di Singapore che si occupa da anni di formare giovani imprenditori nordcoreani e aiutarli negli scambi internazionali – ha scritto su Twitter: "Singapore sarà un perfetto ponte simbolico tra l'America e la Corea del nord. Libero mercatista e ipercapitalista, ma con al centro un'ideologia di efficienza. Lo zampino pesante dello stato negli affari economici, un unico partito al potere, politiche abitative socialiste e politiche di risparmio".  Singapore è a 4,700 chilometri di distanza dall'aeroporto di Pyongyang, ed è facile che ci andrà con il suo aereo Ilyushin Il-62 M, un velivolo a lungo raggio sviluppato negli anni Sessanta dall'Unione Sovietica.

 

Non si sa ancora in quale zona di Singapore effettivamente i due leader si stringeranno la mano. Il Nikkei Asian Review però spiega l'incredibile storia del casinò resort Marina Bay Sands, il cui proprietario, Sheldon Adelson, unisce sia Kim sia Trump. L'Hankyore è andato a fare un giro intorno all'ambasciata nordcoreana di Singapore, in questi giorni affollatissima.

 

Dettaglio non di poco conto: a quattro ore di macchina da Singapore c'è l'aeroporto di Kuala Lumpur, lo stesso dove il 13 febbraio 2017 qualcuno ha ucciso con il gas nervino VX il fratello di Kim Jong-un, Kim Jong-nam. Due donne sono ancora sotto processo in Malaysia per il suo assassinio, e gli inquirenti sono convinti che dietro ci siano i nordcoreani (longstory, qui).

 

Perché il 12 giugno?

Il 44º vertice del G7 si svolgerà a La Malbaie in Québec, Canada l'8 e il 9 giugno 2018. Subito dopo Trump passerà a Washington e poi partirà per Singapore dove – secondo quanto suggerisce una nota della Casa Bianca – incontrerà il primo ministro Lee Hsien Loong. Ieri si sono sentiti al telefono, Lee l'ha ringraziato per aver scelto il suo paese.

 

La notizia bomba, in realtà, è una notizia non confermata.

Secondo il Mainichi Shinbun, quotidiano giapponese, cita fondi di Washington e dice che il presidente cinese Xi Jinping potrebbe partecipare al summit Trump-Kim a Singapore. Se così fosse, sarebbe la rilevazione di un aspetto non abbastanza sottolineato – o per niente sottolineato, dice Alberto Brambilla – e cioè che gran parte delle mosse di queste ultime settimane sono orchestrate dalla Cina. Leggete tutto qui sotto e poi ditemi se siete ancora convinti di dare il premio Nobel per la pace a Trump.

 


 

PENISOLA COREANA

 

 

 

Sono successe una marea di cose. Andiamo per ordine sparso – o meglio, cercando di seguire un filo logico.

 

Anzitutto, Trump "ha riportato a casa" i tre detenuti dalla Corea del nord. E' stato salutato come un grandissimo successo, e lo è senza dubbio, visto che l'ultimo cittadino americano liberato dalla Corea del nord durante la presidenza Trump è arrivato a casa praticamente morto. In realtà il rilascio, diciamo così, di alcuni detenuti che però somigliano a degli ostaggi è una prassi frequente quando si tratta con la Corea del nord. Quest'ultimo gesto "di buona volontà" serve a preparare il meeting con Trump, naturalmente, e nelle negoziazioni ha lavorato sottobanco anche un nome noto italiano, Giancarlo Elia Valori.

 

I tre tornati in America sono Kim Hak-song, Kim Sang-duk (anche conosciuto come Tony Kim) e Kim Dong-chul. Tony Kim e Kim Hak-song  – cittadini americani di origini coreane – lavoravano entrambi all'Università di Pyongyang di Scienza e Tecnologia e sono stati fermati nel giro di poche settimane l'uno dall'altro nella primavera dello scorso anno, poco prima del rientro di Otto Warmbier. Kim Dong-chul è l'unico a essere stato condannato a dieci anni di lavori forzati prima dell'elezione di Trump. E' la prima volta, però, che al ritorno di alcuni "ostaggi" ad aspettarli in aeroporto non c'è solo il presidente americano, ma anche un punto stampa, pieno di giornalisti, pronti a fotografare il gran rientro.

 

Ad andare a prendere i tre Kim a Pyongyang è stato il segretario di stato Mike Pompeo.

 


 

 

Questo qui sopra no, non è Pompeo. Siamo nell'anno 1994. 22 dicembre. Il deputato del partito democratico, nonché rappresentante del Parlamento statunitense, Bill Richardson, attraversa la Linea di demarcazione militare tra la Corea del nord e la Corea del sud. Richardson, che si trovava in Corea del nord per una delle sue frequenti missioni diplomatiche, riportò a casa il corpo di un elicotterista americano in ricognizione e caduto in territorio del Nord. Fu sempre Richardson, due anni dopo, a trattare il rilascio del primo civile detenuto da Pyongyang, Evan Hunziker (che peraltro ha una storia tristissima).

 


 

"Kim Jong-un, presidente del Partito dei lavoratori della Corea e presidente della Commissione affari statali della Repubblica popolare democratica di Corea, mercoledì ha incontrato Mike Pompeo, segretario di Stato degli Stati Uniti d'America in visita in Corea del nord". Potrebbe essere più facile lasciarlo spiegare alla Kcna, l'agenzia di stampa ufficiale nordcoreana. Ma il fatto stesso che tutti i media nordcoreani abbiano lanciato quasi in contemporanea con quelli americani il secondo viaggio di stato di Mike Pompeo a Pyongyang - beh, non solo non era mai successo prima, ma è il segnale di qualcosa di grosso.

 

Per leggere tra le righe, significa che la Corea del nord non ha più paura di dire che sta trattando con l'America perché è l'America che sta andando a Pyongyang a trattare.

 

Leggete qui: "Il Leader supremo ha salutato calorosamente Mike Pompeo e si è congratulato con lui per la sua recente nomina ufficiale a segretario di Stato. […] Mike Pompeo lo ha ringraziato per aver il tempo concessogli, e ha detto di essere venuto in Corea del nord per trasmettere personalmente un messaggio verbale del presidente degli Stati Uniti e preparare il vertice tra l'America e la Corea. […] Dopo aver ascoltato, Kim Jong-un ha ringraziato, apprezzando il fatto che il presidente degli Stati Uniti abbia mostrato profondo interesse nel risolvere il problema attraverso il dialogo. […]". Per la prima volta, poi, un'agenzia di stato nordcoreana ha parlato del rilascio dei cittadini americani: il leader supremo ha "accettato il suggerimento ufficiale del presidente degli Stati Uniti per la liberazione degli americani detenuti nella Corea del nord a causa degli atti ostili compiuti contro la DPRK, e ha ordinato al presidente della commissione per gli Affari statali di concedere loro l'aministia e autorizzare il rimpatrio". E poi: "Mike Pompeo ha ringraziato Kim Jong-un, dicendo di essere profondamente grato per la cordiale ospitalità accordatagli durante la visita a Pyongyang e per gli ottimi colloqui che hanno permesso di raggiungere un accordo completo".

 

Le parole sono importanti.

 

Donald Trump ha rivelato che Mike Pompeo era in viaggio verso Pyongyang mentre annunciava al mondo l'uscita dell'America dal deal sul nucleare iraniano. Proprio durante lo stesso discorso, quello dell'8 maggio scorso. Qui ho fatto una chiacchierata con Maria Rosaria Coduti, PhD in Asia orientale alla Sheffield University, columnist di NK New, che spiega: "Trump ha esplicitamente fatto riferimento alla Corea del nord mentre annunciava al mondo la sua decisione sull’Iran. Questo segnala chiaramente che nella sua mente i due casi sono connessi. Forse la sua intenzione era di mandare un messaggio a Kim Jong-un in vista del summit: gli Stati Uniti mantengono le promesse, come quella di ritirarsi dal deal, e l’americano non si accontenterà di un accordo imperfetto con Pyongyang. Tuttavia, ciò dimostra che gli americani ancora non sono in grado di comprendere il caso nordcoreano, né le intenzioni della charme offensive di Kim né tantomeno la questione del nucleare" (continua a leggere).

 


 

 

Questa è la prima pagina del Rodong Sinmun pubblicata il 10 maggio scorso. C'è la fotografia di Mike Pompeo con Kim Jong-un, e alcune immagini di momenti di colloqui. E' la seconda volta nel giro di un paio di mesi che Mike Pompeo – da poco confermato alla segreteria di stato – prende un aereo per Pyongyang, ed è un fatto non di poco conto: finora è l'America che si è spostata per andare a parlare con il leader nordcoreano, mai il contrario.

 


 

La Corea del nord si è urtata, e non poco, perché la portavoce del Dipartimento di stato americano Heather Nauert ha tirato fuori il problema della violazione dei diritti umani.

Ci sarebbero due siti segreti di arricchimento dell'uranio in Corea del nord, e l'intelligence americana sa dove si trovano, scrive il JoongAng Ilbo citando una fonte anonima. Ora, di sicuro di questi due siti si vorrà vedere lo smantellamento.

Secondo 38th North, che ha pubblicato le immagini satellitari, la Corea del nord ha già iniziato a tirare giù il sito dei test nucleari di Punggye-ri.

Sta uscendo l'autobiografia di Thae Yong-ho. Lui – non so se ve lo ricordate – era il viceambasciatore nordcoreano a Londra, che nell'estate del 2016 aveva deciso di disertare per dare "un futuro migliore" alla sua famiglia. Se ne parla molto, un po' perché lui è uno che parla molto, ma anche perché è difficile trovare qualcuno che conosca l'occidente e che sia stato per così tanto tempo nel circolo di fiducia di Kim Jong-un. Durante la conferenza stampa di lancio del libro, Thae ha detto: la Corea del nord vi mostrerà lo smantellamento di alcune testate, ma non pensate che voglia denuclearizzarsi irreversibilmente davvero.

La Corea del sud, intanto, sta vivendo la sua luna di miele con il Nord. Adesso per esempio c'è il boom dei prodotti tipici nordcoreani, dopo che Moon e Kim hanno mangiato insieme. I ristoranti che fanno piatti nordcoreani sono pieni, ma Tae-jun Kang sul Diplomat fa notare che alcuni prodotti (specie quelli "miracolosi") sono pure pericolosi.

Il capo del World Food Programme, David Beasley, è stato un po' di giorni in Corea del nord a cercare i segni della malnutrizione e preparare nuovi aiuti alimentari diretti. L'agenzia per gli aiuti dell'Onu è la stessa che ha tenuto tra i suoi dipendenti romani, per anni, una spia nordcoreana. Come sapete, aveva tirato fuori la storia proprio il Foglio (e la leggete qui).

 


 

CINA

 

Per capire un po' chi c'è dietro al nuovo clima disteso della Corea del nord, vi basti guardare questa foto.

 

Il leader Kim Jong-un la scorsa settimana si è incontrato di nuovo a sorpresa con il presidente cinese Xi Jinping. Questa volta non a Pechino – come al loro primo incontro del 27 marzo scorso – ma a Dalian, nella provincia del Liaoning, un posto molto bello pieno di spiagge. All'inizio di maggio il ministro degli Esteri cinese Wang Yi era stato a Pyongyang.

 

Le cose ovviamente si muovono sempre di più, e sempre più verso Pechino. Per esempio una delegazione di funzionari di alto livello nordcoreani sono in Cina in questi giorni per "capire meglio le riforme" economiche cinesi.

 

Intanto, come più volte abbiamo scritto, una delle zone più calde dell'Asia continua a essere Taiwan. I jet cinesi continuano a pattugliare lo spazio aereo taiwanese in esercitazioni che sembrano più war games. E il soft power è più forte che mai: l'azienda d'abbigliamento Gap, che ha fatto delle magliette con la mappa della Cina e ha "dimenticato" di mettere Taiwan, si è dovuta scusare.

 

Poi dobbiamo parlare di nuovo di trade war. Il vicepremier cinese Liu He è partito per Washington martedì per riprendere i colloqui e scongiurare una guerra commerciale con l'America, ma ha dovuto affrontare una sfida notevole, spiega Jane Cai sul SCMP. Perché Liu è l'unico che verrebbe incolpato se i negoziati andassero male.  E le cose devono essere non proprio distese visto che potrebbe arrivare a momenti al tavolo dei negoziati l'altro vicepremier, ben più esperto, Wang Qishan.

 

Ora, il primo danno collaterale della difficile relazione tra Trump e Xi sembrava fosse Zte – l'obiettivo americano è infatti quello di isolare il comparto tecnologico cinese. Zte aveva annunciato la sospensione delle operazioni, qualche giorno fa. Poi però domenica sempre Trump ha tuittato: “Il presidente cinese Xi e io stiamo lavorando assieme per dare alla gigantesca compagnia dei telefoni cinese, ZTE, un modo per rientrare nel business, in fretta. Troppi posti di lavoro persi in Cina. Al dipartimento del Commercio è stato ordinato di passare all’azione!”. Per capirci qualcosa, ne ha scritto Eugenio Cau.

 

Un aspetto culturale che dice molto del "pensiero di Xi" e della Nuova Cina. Ogni anno il gaokao, cioè il National Higher Education Entrance Examination, l'esame di ammissione all'università cinese, ogni anno terrorizza milioni di studenti. Si svolge il 7 e l’8 giugno, in contemporanea in tutta la Cina (funziona in modo molto simile in Corea del sud). Più il punteggio finale del gaokao è alto, più si ha accesso alle università prestigiose. Ma in una società competitiva come quella cinese, ovviamente gli studenti migliori – online, ma anche dai licei - sono trattati come idoli, eroi, superman. Ecco, quest'anno, scrive Chauncey Jung su WhatsonWeibo, il ministero dell'Istruzione ha ordinato che gli studenti migliori non dovranno essere "pubblicizzati", in modo da "armonizzare" gli studenti.

 

La Cina inizia ad avere un vero problema demografico: la popolazione attiva si sta riducendo perché per via della cosiddetta “politica del figlio unico”, introdotta nel 1979 e rimasta in vigore fino al 2015, non ci sono abbastanza persone giovani a rimpiazzare quelle che vanno in pensione. A questo proposito, Carbonio editore ha tradotto in italiano "Figlio unico. Passato e presente di un esperimento estremo" del premio Pulitzer Mei Fong, che "analizza le ripercussioni della politica del figlio unico nella società contemporanea, intrecciando le storie private della gente intervistata con il racconto delle sue vicende personali sullo sfondo di eventi epocali". Da non perdere.

 

E a proposito di anniversari. Il 12 maggio in Cina si sono ricordate le 69.195 vittime del terremoto del Sichuan del 2008.

 

Qualche tempo fa Simone Pieranni sul Manifesto ha intervistato lo scrittore cinese Chen Qiufan, "uno degli autori più importanti in questo momento: la sua produzione (racconti e un romanzo all’attivo) affronta temi reali – l’evoluzione delle app, problematiche legate all’inquinamento, al controllo delle informazioni – inseriti in trame ed evoluzioni futuriste". Qui.

Qui invece c'è un altro pezzo che è girato molto tra i lettori di cose asiatiche in questi giorni. Il giorno prima di leggerlo, ero con un rispettabilissimo collega residente a Pechino fuori dalla stazione della metropolitana di Roma – perennemente in ritardo – e riflettevamo proprio su questo: siamo sicuri che l'occidente stia raccontando bene il sistema di social credit cinese?

 

E' stato l'anniversario dei duecento anni dalla nascita di Karl Marx. Xi Jinping ha fatto il suo discorso celebrativo, ma soprattutto Pechino ha regalato una grande statua di bronzo a Trier, città natale del filosofo tedesco. I Falun Gong non l'hanno presa bene.  

 

Xia Boyu è il nuovo eroe delle montagne. E' il primo doppio amputato ad aver raggiunto la vetta dell'Everest (tra l'altro non ho capito come, visto che le autorità nepalesi hanno vietato l'ascesa ai disabili). Settant'anni, ha perso le gambe nel 1975, durante il suo primo tentativo di ascesa.

 

Xinhua ci tiene a dare la notizia di questa competizione tra 36 giovanissimi italiani che a Pisa si sono sfidati sulla lingua cinese.

 


 

Le regole del business

 

Ci sono due cose che, chiunque visiti il Giappone anche per poco tempo, al suo ritorno menziona come le cose più belle del posto. Sono i bagni e i konbini.

 

I primi sono oggetto dell'amore degli occidentali per via della proverbiale attenzione alla pulizia e al decoro dei giapponesi (anche se, vi assicuro, nelle zone più rurali del Giappone potete trovare ancora le latrine a fossa, e sono quelle le esperienze davvero indimenticabili, in-di-men-ti-ca-bi-li). Un po' anche perché sono diffusissimi i washlet, cioè le toilette con il telecomando in cui la tavoletta si riscalda e un getto d'acqua regolabile funge da bidet incorporato. Benefici della tecnologia.

 

I konbini, invece, sono i convenience store. Ma lasciate stare quelli che si trovano in altri posti in Asia, o i convenience store americani, o i nostri minimarket di solito aperti da pachistani o bengalesi. I konbini in Giappone sono un luogo dell'anima, e pur avendo importato questo genere di negozi dall'America, i giapponesi li hanno trasformati in qualcosa di unico. Nel konbini tutto è ordinato e pulito, e ci trovi qualunque cosa ti serva: fotocopie, stampanti per foto, bancomat, caffè, wi-fi gratis, un posto dove inviare e ricevere pacchi, l'area fumatori (non in tutte le strade si può fumare), i cestini per l'immondizia (non si trovano facilmente). E poi cibo – buonissimo cibo fresco – cibo da strada, spuntini caldi o freddi, caramelle, camicia e cravatta, spazzolini da denti, spry per le zanzare, bloc notes, ombrelli, alcolici, tutto a prezzo conveniente. Stanno lavorando perfino per essere sede di check-in per servizi di affitto breve come Air-bnb. I konbini sono aperti ventiquattr'ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Ce ne sono cinquantacinquemila in tutto il paese, uno in ogni strada di qualunque città. Non c'è una sola domanda la cui risposta in Giappone non possa essere: prova in un konbini.

 

Per quanto i convenience store siano tra le cose più belle del mondo, anche loro sono in crisi. Un po' manca la forza-lavoro: il modello di business si basa su un esercito di lavoratori part-time, ma con l'invecchiamento della popolazione ci sono sempre meno giapponesi a lavorare nei konbini. Alcuni hanno reclutato gli stranieri, dopo un adeguato corso sulle estreme regole di etichetta che vigono nei locali pubblici in Giappone. "La popolazione diminuisce e il paese invecchia. Abbiamo meno consumatori giovani e gli anziani non mangiano poi così tanto, quindi stiamo affrontando un mercato in contrazione", ha detto in una bella intervista di un paio di mesi fa al Japan Times Sadanobu Takemasu, presidente di Lawson, che è una delle aziende con più personale non giapponese (il 30 per cento dello staff di Tokyo è straniero). Lawson, che per il 33 per cento è di proprietà della Mitsubishi Corp. è la terza catena per importanza in Giappone, dopo FamilyMart e il gigante 7-Eleven. Le tre compagnie di punta del business dei konbini sono in perenne competizione tra loro, ma tra i tre Lawson è quello che ha sempre cercato di puntare a innovazioni, diciamo così, disruptor. Non solo fa corsi all'estero per studenti stranieri che vogliono lavorare e studiare in Giappone, ma ha anche puntato su una diffusione capillare dei negozi – a differenza di 7-Eleven che si è sempre focalizzato sulla concentrazione massificata, e aprirà il primo negozio nella prefettura di Okinawa soltanto nel 2019.

 

Lawson invece punta sull'innovazione. Per sopperire al problema della mancanza di forza-lavoro, in alcuni negozi ha sperimentato l'automazione completa: il cliente ordina e paga via app. E poi segue il mercato: vi piacciono le cose bio? Lawson è diventato il konbini dove trovare le cose bio. Siete ossessionati dalla salute? Lawson fa checkup E così tocca rilevare che il problema non sono le idee – sulla carta convincenti – ma come si inseriscono nella società giapponese contemporanea.

 

Un po' di tempo fa, grazie a questa automazione, è uscito fuori il problema degli schermi per la verifica dell'età in caso di acquisto di alcolici e sigarette. Gli impiegati alle casse, infatti, sottopongono alla domanda chiunque, in modo automatizzato: per i minorenni, basta fingere e cliccare su “Sì, sono maggiorenne”. Per i maggiorenni – soprattutto per gli ++evidentemente++ maggiorenni, potrebbe essere il segnale che nessuno, nemmeno l'impiegato del konbini, ha voglia di guardarlo in faccia. Sociologi e antropologi si domanderebbero: sarà questo il sintomo di un problema più serio di una umanità sempre meno interconnessa umanamente?

 

Qualche giorno fa SoraNews24, un sito di news giapponese, ha messo a tema un'altra questione: quella del servizio Machi Cafe di Lawson. Fino a qualche anno fa, uno andava al konbini per avere il caffè, puro e semplice caffè fatto quasi sempre dalla macchinetta automatica e sorseggiato dalla tazza di carta camminando verso l'altrove – un'operazione semplice, immediata, per la quale non serviva alcuna interazione umana. Poi Lawson ha iniziato a voler cambiare target, e a fare concorrenza a Starbucks. Ha pensato: perché non mettere dei tavolini, un caffè esclusivo, iniziare a fidelizzare la clientela? Così nel 2011 è iniziata la distribuzione del servizio Machi, con una macchina che fa i vari tipi di caffè più buoni, più salutari (i dettagli della miscela boh, non li conosco). Però Lawson ha iniziato a usare lo staff come dei veri baristi, che ti chiedono cosa vuoi, ti preparano la bevanda, ti mettono più o meno zucchero, e ti passano il bicchiere. Ed è lì che inizia il problema: la gente va al konbini non per chiacchierare, non per avere “un'esperienza”, non per trascorrerci del tempo. E soprattutto, non vuole interagire con lo staff. Lawson che farà, eliminerà i punti-Machi e darà retta all'isolamento della società, oppure insisterà con il suo Starbucks momentum?

 

Secondo gli economisti, i konbini sono un esempio di scuola per il business perché "sono allineati con i bisogni dei consumatori". E' interessante da notare come fenomeno, nel periodo in cui si dibatte tantissimo di nuovi business come quello del delivery. La questione si lega a quella sull’industria del food delivery: Foodora, Deliveroo e gli altri – sono la causa del precariato?

 


 

GIAPPONE

  

  

La prima grande enorme notizia è il vertice tra Cina, Corea del sud e Giappone che si è tenuto a Tokyo. Sempre per la serie: così capite bene chi è che sta orchestrando il disgelo coreano. Le cronache giapponesi dicono che il primo ministro Shinzo Abe, il premier cinese Li Keqiang e il presidente sudcoreano Moon Jae-in "si sono divertiti molto". Del resto, sono tutti d'accordo sulla denuclearizzazione e sul fatto che devono vedersi più spesso, come i vecchi compagni di scuola incontrati in pizzeria dopo mesi di trattative. (subito dopo Giappone e Corea del sud hanno litigato di nuovo per le Takeshima/Dokdo, gli isolotti rivendicati da entrambi)

 

Ma passiamo un attimo alla stampa italiana: C'è chi lo ha definito un errore. Chi un passo falso. Ma quello che è avvenuto fra Benjamin Netanyahu e Shinzo Abe durante un pranzo in Israele è stato un vero e proprio "insulto". Ora: non c'è niente nella tradizione giapponese che vieti di mangiare qualcosa da una scarpa. Ma non è detto che la cosa non sia riconosciuta come universalmente ripugnante. La cronaca però qui sembra quella di un volontario insulto: mah. La storia, come al solito, è un altra: per esempio che Netanyahu si è lamentato perché della visita di Abe in Israele non ne ha parlato nessuno.

 

Sono monotematica, ma in realtà un po' anche i giornali liberal giapponesi lo sono. C'è il ministro delle Finanze giapponese Taro Aso che dopo vari tentativi di minimizzare le molestie sessuali si è dovuto scusare.

 

Un gruppo di 86 giornaliste giapponesi del Women in Media Network Japan hanno fondato una rete antimolestie.

 

Mako Nishiyama, nel frattempo, alla faccia del sumo tradizionale che non permette alle donne di salire sul sacro tatami, ha vinto il tradizionale torneo di sumo dell'Hokkaido. Ha 23 anni, fa l'infermiera.  

 

Un terribile caso di cronaca, una bambina di sette anni che è stata investita da un treno nella città di Niigata ma con segni di strangolamento. La polizia ha arrestato un uomo di 23 anni.

 

Noto, la prima mucca clonata nel 1998, è deceduta. Lo ha fatto sapere la prefettura di Ishikawa.

 

Ricostruire qualcosa che si è rotto senza nascondere le fratture ma, anzi, mostrandole. È l’antica arte giapponese del kintsugi (金継ぎ) letteralmente "riparare con l'oro".

 


 

Altre storie

 

Cambogia. Il Phnom Penh Post – da ventisei anni uno dei pochi giornali in lingua inglese tra i più liberi e letti della Cambogia – è stato venduto a un investitore della Malaysia, Sivakumar S Ganapathy, molto vicino al primo ministro cambogiano Hun Sen. Ecco perché è una notizia importante.

 

Laos. Nella zona economica speciale del Triangolo d’oro fioriscono i traffici di droga e specie protette. L’obiettivo era aiutare l’economia. Sanzioni americane contro il fondatore del Kings Romans Casino. Francesco Radicioni è andato per la Stampa a fare un super reportage sul business cinese dell’eroina in Laos: da leggere.

 

Indonesia. Due diversi attacchi terroristici durante il fine settimana. Una bomba esplosa accidentalmente in un appartamento. Una decina di giorni fa una rivolta all'interno di un carcere per terroristi. Molte vittime, tre famiglie intere – compresi bambini – coinvolte in una rete terroristica e di nuovo il governo di Giacarta a cercare di mettere mano al dossier estremismo islamico (ho cercato di fare una cronaca secca qui).

 

Il capo del Centro di ricerca internazionale per il terrorismo di Singapore, Rohan Gunaratna, ha detto che "i genitori che costringono i figli a effettuare attacchi sono una nuova preoccupante tendenza".

 

So che è l'unica intervistata pressoché ovunque quando si tratta di terrorismo e Indonesia, ma per studiare bene la storia dell'estremismo islamico qui, e di come possa essere arrivato in un paese con la stragrande maggioranza della popolazione musulmana moderata, bisogna leggere Sidney Jones (Institute for Policy Analysis of Conflict). Qui c'è un dossier storico su Jamaah Ansharut Daulah.

 

In questo articolo Antonio Talia spiega cosa è il Movimento 212 e perché questo genere di attacchi nella tranquilla Indonesia rischiano di influenzare le elezioni presidenziali del 2019.

 

Malaysia. Le elezioni del 9 maggio scorso per il primo ministro Najib Razak erano una questione personale. Colpito da una serie di scandali, abbandonato dalla base popolare per l'aumento del costo della vita, Najib aveva fatto di tutto per evitare che i malay andassero a votare: aveva pure indetto il voto di mercoledì. Ma gli è andata male lo stesso. "Ha vinto a sorpresa, soprattutto degli osservatori occidentali, il Pakatan Harapan (Ph), l’Alleanza della Speranza, coalizione guidata da Mahathir Mohamad, “Grande Vecchio” della politica malese" (continua a leggere qui il lungo imperdibile pezzo di Massimo Morello).

 

Qualcuno su Twitter scriveva: sono vecchio abbastanza per ricordarmi di quando una vittoria alle elezioni di Mahathir non veniva salutata come una vittoria liberale. A 92 anni, è oggi il più anziano primo ministro del pianeta. Ha detto giorni fa che vuole stare al governo uno o due anni e poi lasciare il posto al suo successore. Ha anche detto di non voler abrogare la legge sulle fake news di Najib, ma almeno revisionarla.

 

Oh, naturalmente Najib ha tentato di scappare dal paese, e pure la moglie, non sia mai aprano una commissione d'inchiesta sulle sue malefatte soprattutto riguardo all'1Malaysia Development Berhad. L'hanno fermato.

 

A proposito: se il parlamento italiano lo avessero eletto gli italiani residenti in Malaysia, il governo sarebbe probabilmente uno strano mostro Cinque stelle/Pd.

 

La trasmissione "60 Minutes investigation" dell'australiana Channel 9 ha cercato di mettere ordine domenica scorsa al "più grande mistero dell'aviazione mondiale", quello della sparizione dell'MH370 l'8 marzo del 2014 con i suoi 238 passeggeri. Alla fine della puntata, secondo il gruppo di esperti messi insieme da Tara Brown (reporter piuttosto controversa per una strana storia tra il Libano e l'Italia, e sui limiti del lavoro di giornalista), il senso della storia – ripresa dai media internazionali – è: il pilota si è suicidato, per motivi personali o per terrorismo. Però c'è qualcuno che mette in dubbio le tesi espresse in "60 minutes", con argomenti convincenti e soprattutto con la descrizione di una serie di personaggi che dal 2014 si muovono intorno all'aereo scomparso.

 

India. Lo scorso weekend il primo ministro indiano Narendra Modi si è recato per la terza volta in tre anni in Nepal, in una visita di Stato dall’alto interesse geostrategico declinata in 48 ore di pellegrinaggio religioso. Considerando la parabola discendente vissuta dalle relazioni indo-nepalesi durante l’amministrazione Modi, utilizzare l’aspetto religioso per fare breccia su una popolazione nepalese profondamente irritata dall’atteggiamento del vicino indiano negli ultimi anni, per il premier indiano ha rappresentato una scelta obbligata e decisamente non sofferta. Matteo Miavaldi su East.

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