La Cina cercava di arruolare delle spie in Francia

Mauro Zanon

Migliaia di francesi contattati dall’intelligence di Pechino. Dopo America, Germania e Regno Unito anche Parigi prende contromisure contro lo spionaggio cinese. E l’Italia?

Parigi. Per i servizi segreti francesi, si stratta di una “minaccia inedita contro gli interessi nazionali”. Oggi, il Figaro ha diramato i dettagli allarmanti di un rapporto congiunto della Dgsi e la Dgse, l’intelligence interna ed esterna di Parigi, secondo cui i servizi cinesi, negli ultimi anni, hanno tentato di intromettersi nelle più alte sfere dell’amministrazione statale francese, nell’industria e nei grandi circoli del potere esagonale, attraverso social network come Linkedin, ma anche Viadeo.

 

Nel dettaglio, l’intelligence di Pechino avrebbe avvicinato circa quattromila persone, “dirigenti e impiegati della funzione pubblica, collaboratori di aziende strategiche e attori di circoli influenti”, con l’utilizzo di avatar digitali. Presentandosi come “talent scout”, consulenti o responsabili di think tank, gli agenti cinesi creavano dei falsi account. Poi inviavano dei “messaggi standardizzati” proponendo “opportunità di collaborazione lautamente remunerate” (in generale, 300/500 dollari per la stesura di rapporti). E in caso di risposta positiva, la persona agganciata veniva invitata a seminari o a conferenze che si tenevano il più delle volte all’estero. Infine, una volta stabilito il contatto con le loro prede, gli agenti di Pechino chiedevano di produrre un documento di analisi con informazioni confidenziali, che sarebbero state “valorizzate” dai presunti clienti finali.

 

“Per troppo tempo, la cultura dell’intelligence non è stata presa sul serio dai nostri concittadini”, ha detto un alto responsabile dei servizi al Figaro, prima di aggiungere: “Contrariamente a ciò che si può osservare presso i nostri vicini inglesi, è stata totalmente insufficiente tanto a livello dei nostri dirigenti superiori quanto a livello delle nostre élite politiche”. La volontà di uscire da un “periodo di ingenuità colpevole”, come l’hanno definito la Dgsi e la Dgse, è nata in seguito all’aumento esponenziale di questi tentativi di avvicinamento. Le due divisioni dell’intelligence di Parigi hanno deciso così di inviare in tutti i ministeri una lettera dove i funzionari vengono messi in guardia dai potenziali tentativi di corruzione.

 

“E’ un’operazione di spionaggio senza precedenti”, si legge nel documento rivelato dal Figaro. In totale, stando alla nota, il ministero della Sicurezza cinese avrebbe creato circa cinquecento falsi profili incaricati di sedurre l’impiegato o il funzionario individuato come bersaglio. Certo, sui 4mila profili, non tutti hanno accettato le proposte di viaggio dei reclutatori, ma sono comunque “diverse centinaia” a essere entrate in un processo di compromissione “assai avanzato” con Pechino. Alcuni di loro, sarebbero stati incitati a tentare i concorsi per entrare nei ministeri. Altri, per essere costretti a collaborare, venivano minacciati dai servizi cinesi con “foto compromettenti” o con le tracce dei pagamenti. Una situazione delicata che la ministra della Difesa, Florence Parly, aveva anticipato a fine maggio, quando rivelò che due ex agenti della Dgse erano stati assoldati dalla Cina per ragioni di spionaggio, sia politico che industriale. Nel dicembre 2017, l’intelligence tedesca aveva già denunciato le operazioni aggressive di Pechino, facendo sapere che erano stati contattati circa 10mila profili. A fine agosto, William Evanina, capo del controspionaggio americano, ha lanciato lo stesso allarme, affermando che nessun paese occidentale è escluso. Ora anche Parigi ha capito che è giunto il momento di prendere le dovute contromisure. E l’Italia?

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