cerca

Lo spionaggio è diventato un’attività di pr, e il segreto brilla di più alla luce

Gli agenti che passano con il nemico che stavano spiando, sono considerati molto affascinanti, ma in realtà sono i meno credibili per i loro capi, dice al Foglio il columnist del Financial Times, Simon Kuper

Paola Peduzzi

Email:

peduzzi@ilfoglio.it

24 Marzo 2018 alle 06:17

Lo spionaggio è diventato un’attività di pr, e il segreto brilla di più alla luce

Sergei Skripal con la figli Yulia

Milano. Non sono i segreti che contano, non più così tanto almeno: conta la reazione della gente, dei politici, dei media quando il segreto diventa pubblico, esce alla luce. “Lo spionaggio russo – dice Simon Kuper al Foglio – sta diventando un ramo di tutte le operazioni di pubbliche relazioni del Cremlino: oggi le spie russe sono fatte per essere viste”. Kuper è un columnist del Financial Times, si occupa di “life and arts”, cioè di tutto quel che ci riguarda, cioè di noi, e la sua passione è il calcio che è anche il tema dei suoi saggi (ha di recente pubblicato una riedizione del suo bestseller “Soccernomics”).

 

Nel suo ultimo articolo parla dell’evoluzione del mondo dello spionaggio, per commentare quel che sta accadendo dopo l’avvelenamento della spia russa e di sua figlia nel Regno Unito (i due “potrebbero non riprendersi più”, scrivevano ieri i giornali inglesi) e in più in generale il rapporto tra i segreti e la luce. Kuper ha già scritto un libro di prossima pubblicazione di cui però parla ancora poco, perché “è la storia di una spia inglese che si è messa a lavorare per il Kgb: il libro è scritto, ma questa spia è ancora viva, è molto anziana ma è viva, e quindi aspetto”. Non dice di più Kuper, non può, ma si appassiona quando racconta che i “double agents”, gli agenti che passano con il nemico che stavano spiando, sono considerati molto affascinanti, ma in realtà sono i meno credibili per i loro capi: se hai tradito una volta, lo farai anche la prossima. E poi c’è la questione dei segreti. “Alcuni segreti sono ancora importanti – dice Kuper – quelli tecnologici, che riguardano le armi o l’ingegneria genetica o certe macchine in particolare: la Cina è superinteressata a questo tipo di spionaggio. Per la Russia invece, e non so se valga anche in altri casi, ma per la Russia sì, c’è stata un’evoluzione: è passata da raccogliere informazioni alla guerra delle informazioni”.

 

Probabilmente l’hackeraggio delle email del Partito democratico americano da parte della Russia non ha aggiunto nulla a quello che la Russia sapeva degli americani, ma è diventato importante perché, attraverso Wikileaks, questo materiale è diventato pubblico: ieri il Daily Beast ha scritto che Guccifer 2.0, “l’hacker solitario” che aveva fornito a Wikileaks le email rubate ai democratici, era di fatto un agente del Gru, l’intelligence militare del Cremlino. Il passaggio dal buio alla luce è il nuovo modo di maneggiare i segreti. “Prima le spie venivano spedite nei paesi stranieri per origliare conversazioni – dice Kuper – e rivelarle ai loro datori di lavoro. Oggi le informazioni sono tutte registrate in modo elettronico, e si possono trovare con altri mezzi e altri metodi, e la prova del proprio potere non è tanto trovarle, ma renderle pubbliche”.

 

Il mito della trasparenza su cui si è fondata la fascinazione nei confronti di Wikileaks e dei leaks in generale si sta mostrando per quel che è: un traffico di informazioni ottenute con metodi illeciti in cui il più bravo è colui che riesce e piazzarle meglio, con più clamore. Un’attività di pubbliche relazioni, appunto. La maggior parte dei segreti è già in circolazione, “su siti misteriosi o a pagina 437 di un manuale accademico che nessuno ha mai letto”, ha scritto Kuper, ed è per questo che le scoperte delle spie non modificano più le politiche dei governi: “Il mondo dello spionaggio non è più tanto uno scrigno con dentro dei tesori, piuttosto è la bottega di un rigattiere che ha perso il controllo del suo magazzino”. Un rigattiere non molto in forma oggi è Mark Zuckerberg, che ammette gli errori, si scusa, propone cambiamenti ma sa – e lo sappiamo anche noi – che ogni riforma di Facebook equivale a un suicidio. “Le reazioni saranno molto diverse in America e in Europa – dice Kuper – perché le grandi compagnie tech sono americane e lì hanno un enorme potere, mentre in Europa il mercato è più frammentato e se gli europei dicono: ne abbiamo abbastanza, possono introdurre diverse regolamentazioni. Negli Stati Uniti è tutta un’altra faccenda”. Ogni paese ha i suoi segreti, ogni paese ha il suo rigattiere di riferimento, e poi ci sono i russi che vogliono scombinare tutto, e farsi notare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi