L'illusione cinese

Eugenio Cau

Xi Jinping festeggia i 40 anni delle riforme economiche, ma il suo regime sta diventando chiuso e instabile

Roma. Il presidente cinese, Xi Jinping, terrà oggi un discorso importante per commemorare i quarant’anni del processo di “Riforma e apertura” cominciato dal suo predecessore Deng Xiaoping, quel gran movimento di riconversione della Cina in un’economia (quasi) di mercato che ha trasformato il paese in una superpotenza economica e ha tirato fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone. Ci sono molte aspettative attorno al discorso di Xi, ma gli analisti hanno imparato a diffidare dei suoi annunci magniloquenti. Nel 2013, da poco insediato, promise grandi riforme di liberalizzazione economica, che presto furono disattese (promise anche la fine dei campi di lavoro forzato, e leggete sopra per vedere quanto male è andata a finire). Poco meno di due anni fa, a Davos, annunciò che la Cina avrebbe protetto globalizzazione e libero mercato, per poi lasciarsi coinvolgere da Donald Trump in una trade war che ha mostrato quanto la Cina il mercato l’avesse in realtà tradito. Le commemorazioni per i 40 anni del processo di “Riforma e apertura” hanno l’obiettivo di spiegare al mondo che la Cina è ancora quella del 1978, quando dopo la follia del maoismo il paese si imbarcò in uno sforzo collettivo immane per trasformarsi in un’economia aperta e dinamica, dove c’era spazio per la libera impresa e per la proprietà privata, spazio per immaginare perfino riforme politiche e, perché no, democratiche. Non è così. I maggiori esperti sostengono che per la Cina l’èra delle riforme è ormai finita, e che il mondo dovrà fare sempre più i conti con un paese radicalizzato e, forse, instabile. 

 

Quest’anno sono stati pubblicati molti saggi importanti su questo tema, e il migliore tra essi l’ha scritto Carl Minzner, tra i massimi esperti di cose giudiziarie in Cina e di Cina tout court. Si intitola “End of an Era”, l’ha pubblicato la Oxford University Press e sostiene che l’età della Riforma è ormai arrivata alla fine e che le conseguenze saranno gravi, per la Cina e per il mondo. Il problema è che la Cina, sotto Xi Jinping, non si sta rimangiando soltanto quelle riforme economiche in chiave liberale che l’avevano resa ricca, tanto che adesso le aziende di stato sono più potenti che mai e la libera impresa è messa in secondo piano. Sta distruggendo anche quelle riforme di istituzionalizzazione politica che l’avevano resa stabile. Dopo anni di lotte sanguinose per conquistare il potere sotto Mao, Deng Xiaoping (sempre lui) era riuscito a creare un meccanismo di successione sicuro, ma Xi Jinping l’ha distrutto l’anno scorso per garantirsi mano libera sul suo possibile futuro da autarca. Varie riforme giudiziarie avevano dato ai cittadini più sicurezza sullo stato di diritto e una valvola di sfogo contro il malcontento, ma il Partito comunista negli ultimi anni ha inglobato sempre di più il potere giudiziario e l’ha reso schiavo delle direttive politiche. Davanti alle proteste che crescono e alle diseguaglianze che aumentano, l’unica risposta del Partito è più repressione e doppia dose di propaganda. L’omologazione è preferita alla curiosità, la fedeltà all’innovazione. Minzner sostiene che, se le cose continuano a peggiorare, il processo di apertura al mondo diventerà una regressione e la Cina potrebbe trasformarsi in un “nazionalismo populista”, in cui le forme del totalitarismo del secolo scorso si uniscono al populismo di questo secolo.

 

Come sarà per il resto del mondo avere a che fare con un autoritarismo populista che è anche una superpotenza economica? Difficile, perché il populismo – lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle – è per sua natura instabile e imprevedibile. Se il Partito comunista smette di essere quel grande vettore di progresso e sicurezza che è stato negli ultimi 40 anni e torna a essere un puro strumento di repressione e controllo, l’intero sistema potrebbe collassare, con conseguenze che sono imprevedibili per tutti noi. E’ un’ipotesi estrema, ma Minzner non è l’unico a formularla, anche a livelli molto alti. Fino a pochi anni fa l’occidente sperava che prosperità e capitalismo avrebbero spinto la Cina verso la democrazia; oggi tutti temiamo di essere travolti dall’autoritarismo di Pechino.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.