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Per la Cina sono campi di rieducazione, il resto del mondo li chiama gulag

Financial Times e New York Times raccontano come funzionano i lavori forzati nella regione dello Xinjiang

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

18 Dicembre 2018 alle 06:17

Per la Cina sono campi di rieducazione, il resto del mondo li chiama gulag

Fedeli musulmani in preghiera a Linxia, in Cina (foto LaPresse)

Roma. Abel Amantay, un kazako cittadino cinese, era tornato l’anno scorso nello Xinjiang per registrare il suo permesso di lavoro all’estero. Era stato arrestato e deportato in uno di quelli che in Cina chiamano “centri di formazione professionale”, costruiti dal governo della regione autonoma dello Xinjiang “per la popolazione locale legata ad attività estremiste o terroristiche”. Secondo quanto riportato da Emily Feng sul Financial Times di ieri, “dopo aver finalmente ottenuto il permesso per entrare nella struttura, il padre di Amantay ha potuto vedere suo figlio e ha saputo che è impiegato in un’industria tessile per 95 dollari al mese. Ad Amantay è permesso di fare due brevi telefonate al mese alla moglie in Kazakhstan”. Lei spiega che il marito in quelle telefonate “non dice molto, solo che sta guadagnando. Ma ogni volta domanda i nomi e l’età dei suoi figli. Sembra che abbia una grave perdita di memoria”. Secondo il quotidiano londinese questa è una delle prove che i laojiao, cioè i campi di “rieducazione attraverso il lavoro” che erano stati aboliti ufficialmente dalla Corte suprema di Pechino nel 2013, siano in realtà attivi. Le deportazioni di massa, confermate dall’Onu e condannate pure dal Parlamento europeo – con una tiepida risoluzione del 3 ottobre votata pure dagli europarlamentari del M5s – riguarderebbero circa un milione tra uiguri, kazaki e altre minoranze etniche dell’area. Se ne parla da anni, ma è solo da pochi mesi che comincia a venir fuori quel che succede davvero dentro ai campi. Se in un primo momento Pechino aveva perfino negato l’esistenza delle strutture, adesso la propaganda è cambiata: “Il Partito dice che la rete di campi nello Xinjiang fornisce una formazione professionale e inserisce i detenuti nel mondo produttivo per il loro bene”, hanno scritto ieri Chris Buckley e Austin Ramzy sul New York Times. 

  

La seconda economia del mondo oggi determina l’agenda diplomatica globale, ed è naturale doversi confrontare con Pechino quando si tratta di business. L’influenza cinese non riguarda soltanto gli investimenti ma anche il soft power sulle questioni cruciali per l’idea di egemonia cinese di Xi Jinping. Il fatto che la questione dello Xinjiang sia ignorata per lo più da chi tratta con la Cina è indicativo di quello che sta succedendo alla diplomazia occidentale e alla difesa dei valori comuni e dei diritti universali. L’equilibrio tra interessi e valori è difficile da mantenere, e il “calcolo di convenienza” – che consegna la priorità alla stabilità dei rapporti diplomatici – negli ultimi anni, sta spostando l’ago della bilancia quasi tutto a favore di Pechino. E a volte perfino si esagera, tra i politici di casa nostra, che parlano della Cina come “modello” per la sicurezza pubblica “nei limiti imposti dalla nostra cultura e Costituzione”.

 

Il problema, semmai, è anche che le notizie su quel che accade davvero nello Xinjiang sono difficili da trovare. “La regione è strategica per il governo e per i piani futuri di Xi Jinping e la sua nuova via della Seta”, scriveva già a marzo Simone Pieranni su East, notando come Big Data e intelligenza artificiale siano diventate, qui, una straordinaria arma di controllo. Ciononostante, sono molte le testimonianze di giornalisti seguiti e controllati a vista quando cercando di indagare nella regione, e qualche giorno fa le autorità cinesi hanno confermato l’arresto di Lu Guang, acclamato fotoreporter cinese, vincitore di tre World Press Photo, di cui non si avevano notizie dal novembre scorso mentre era in viaggio nella provincia dello Xinjiang. Non è l’unico tra i nomi celebri spariti dalla circolazione e poi ritrovati nei campi.

 

Se parliamo di realpolitik, vale la pena osservare come si muovono i paesi musulmani dell’area asiatica: l’Indonesia, per esempio, uno dei paesi che beneficia di più degli investimenti cinesi, è molto cauto. Scriveva ieri su Twitter Aaron Connelly dell’International Institute for Strategic Studies che “la pressione politica interna sul governo indonesiano per intervenire sulle detenzioni di massa sta crescendo, dopo un lungo periodo di silenzio da parte della società civile e della stampa”. Mentre il governo di Joko Widodo è ben attento a non inimicarsi Pechino, ieri il consiglio degli ulema indonesiano ha condannato “l’oppressione contro i musulmani in Cina, una palese violazione dei diritti umani e del diritto internazionale”. Lo stesso succede in Pakistan: ieri il South China Morning Post ha raccontato la storia del trader pachistano Chaudhry Javed Atta, che non vede la moglie uigura da più di un anno, anche lei portata via dalla sua casa nello Xinjiang. L’ultima volta che l’ha visto, gli aveva detto: “Mi porteranno in un campo, e non tornerò più”.

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