Il riavvicinamento tra America e Cina potrebbe non essere una buona notizia per l'Europa

Ugo Bertone

L’accordo tra Washington e Pechino è senz’altro destinato a ridisegnare i confini del commercio mondiale. Resta da vedere se la tregua nella trade war converrà al Vecchio continente

Milano. Resta da vedere se la tregua nella guerra commerciale sino-americana sarà una buona notizia per l’Europa, vaso di coccio nel confronto tra l’America di Donald Trump, ansioso di annunciare al mondo, il prossimo 27 marzo, l’accordo con l’“amico” Xi Jinping, e il presidente cinese che oggi, di fronte all’assemblea dei delegati al Congresso annuale del Partito, potrà anticipare qualche dettaglio della grande pace. I grandi giornali americani, a partire dal Wall Street Journal, hanno anticipato nel week end alcuni punti dell’accordo, a consolazione della nuova frenata della crescita per l’anno in corso. Solo il 6 per cento in più, secondo le previsioni, contro il 6,5 di un anno fa, già il dato più basso dai giorni della crisi di Tienanmen. Ma il rallentamento passerà in secondo piano di fronte al Big Deal che scongiura il rischio della guerra commerciale.

 

L’intesa, secondo le fonti americane, prevede ampie concessioni di Pechino in materia di agricoltura, prodotti chimici e importazione di gas. Cadono anche i limiti sugli investimenti americani nel settore auto, assieme ai vincoli che hanno finora frenato gli investimenti, in teoria già possibili, in banche e assicurazioni. In cambio Trump ripone nella fondina l’arma dei dazi, sia quelli applicati lo scorso anno che quelli, per 250 miliardi di dollari, minacciati fino a venerdì scorso, quando il presidente americano ha potuto annunciare ai suoi elettori del MidWest che presto potranno tornare a vendere soia e bestiame ai cinesi. Messa così, sembra una vittoria per KO. Ma a celebrare la svolta è soprattutto la Borsa cinese, su nella mattina di ieri di 4 punti, dopo aver messo a segno un rialzo analogo la settimana scorsa, quando si era cominciata a diffondere la sensazione che Liu He, l’uomo che Xi ha incaricato di guidare le trattative con il responsabile americano Robert Lightizer, non sarebbe tornato in patria a mani vuote.

 

A riportare il buonumore, però, è stato un altro accordo che, all’apparenza, non ha alcuna attinenza con la partita dei dazi o quella, ancor più delicata, dei diritti sulla proprietà intellettuale. Venerdì scorso Morgan Stanley ha finalmente preso la decisione che la finanza cinese sospirava da mesi: l’aumento, addirittura di quattro volte delle azioni cinesi di tipo “A” nei fondi di investimento che si basano sui panieri suggeriti dal broker americano; ovvero, in pratica, l’intera industria mondiale del risparmio gestito. In cifre, questo può portare, secondo le stime del Financial Times, a una pioggia di almeno 90 miliardi di dollari nelle casse delle società cinesi. O anche assai di più se s’innescherà, come è probabile, una sorta di rimpatrio di capitali già emigrati e “ripuliti” via risparmio gestito.

 

In questo modo la Cina, fortemente preoccupata per la crescita dei debiti, sia dei privati che delle imprese, potrà superare una crisi di liquidità che ha fortemente ridimensionato le mire espansive della finanza pubblica (vedi la retromarcia di molti progetti legati alla via della Seta) e di quella privata. Di qui la prospettiva di un rally indirizzato verso le aziende più promettenti, le più lontane dai colossi di stato, fortemente indebitati e bisognosi di grossi investimenti per adeguarsi ai nuovi requisiti ambientali previsti. Un fenomeno che sta già attraendo gli investitori occidentali, come dimostra l’indice tedesco della fiducia, il Sentix, che segnala un nuovo calo (il settimo di fila) degli umori sull’Europa ma è tornato ieri a segnalare bel tempo sulla Cina.

    

E sulle sue aziende più dinamiche, come Geely che, non paga della quota rilevata in Daimler, ha ripreso in mano il dossier Cnh Industrial: un anno fa le avances cinesi vennero respinti da John Elkann (che, pare, avesse chiesto 22 miliardi per l’intera Fiat Chrysler), oggi chissà. È soprattutto questione di prezzo. Ma non solo. L’accordo Cina-Stati Uniti è senz’altro destinato a ridisegnare i confini del commercio mondiale. Forse a danno dell’Europa, che dovrà fare spazio ai maggiori commerci tra Pechino e Washington. Non sarà facile evitare di essere il vaso di coccio del convoglio.