Washington ha un mastino a negoziare con Pechino, ma il problema è Trump

Eugenio Cau

Robert Lighthizer ha le idee chiare su cosa vuole nei negoziati sulla trade war, ma il presidente è instabile e teme i mercati

Roma. Robert Lighthizer, il rappresentante per il Commercio del governo americano, porta sempre con sé un documento di una sola pagina in una cartellina. Lighthizer tiene il documento sempre pronto per l’uso quando percepisce che dentro alla Casa Bianca, o peggio ancora dentro allo Studio Ovale, sta cambiando l’atteggiamento nei confronti delle questioni commerciali. La pagina contiene, in una forma scritta semplice, così da essere compresa anche dal presidente Donald Trump, tutti i fallimenti subìti da Washington nei negoziati commerciali con Pechino: in pratica, tutte le volte che la Cina ha messo nel sacco l’America. 

 

Lighthizer usa la paginetta, citata in un articolo sul New York Times di ieri, per ricordare a tutti che questa volta non deve succedere, che i negoziati in corso intorno alla guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti sono d’importanza capitale e che per la prima volta da decenni gli americani hanno la possibilità concreta di ottenere concessioni di rilievo dai cinesi. Ma il suo compito è doppiamente arduo. Lighthizer non soltanto deve negoziare con gli emissari del Partito comunista, che sono notoriamente tenaci; deve negoziare e rinegoziare ogni posizione con il presidente Trump, che notoriamente è instabile e impulsivo, e da un giorno all’altro può passare da essere un “tariff man” implacabile a voler chiudere la pratica il prima possibile con un accordo di facciata per paura che le conseguenze della guerra commerciale pesino troppo su Wall Street.

 

Dopo l’incontro tra Trump e Xi Jinping al G8 di Buenos Aires e dopo le fasi preparatorie, i negoziati commerciali tra Cina e Stati Uniti riprendono questa settimana e Trump ha nominato Lighthizer come caponegoziatore. Il vice di Lighthizer incontrerà il suo omologo a Pechino in questi giorni, mentre lui entrerà in scena a febbraio. Se entro il 1° marzo non si sarà trovato un accordo onnicomprensivo, ha detto Trump, entrerà in vigore l’ultima tranche di dazi da 200 miliardi di dollari.

 

Nella schiera dei consiglieri di Trump sulle questioni legate alla Cina, Lighthizer è considerato un falco, e prima di entrare nell’Amministrazione era un repubblicano protezionista con alle spalle una lunga carriera da avvocato difensore di aziende americane contro gli abusi cinesi. Non è un anticinese spietato come Peter Navarro, con cui collabora, ma certo nemmeno un liberoscambista come Wilbur Ross, il segretario al Commercio, e soprattutto Steven Mnuchin, il segretario al Tesoro, che aveva condotto i precedenti round di negoziati e aveva scontentato Trump per la sua malleabilità. In quanto falco, l’obiettivo di Lighthizer – e, almeno per ora, quello dell’intera Amministrazione – è cambiare in maniera drastica i rapporti di forza nelle relazioni commerciali tra America e Cina. Le richieste americane di apertura al libero mercato, riduzione delle pratiche anticompetitive, difesa della proprietà intellettuale, fine dei trasferimenti forzati di tecnologia implicano però una ristrutturazione profonda dell’economia cinese, di cui gli analisti dubitano profondamente. Il Partito comunista ha già cominciato ad approvare concessioni di facciata, come una legge promulgata la vigilia di Natale che rende “volontario” il trasferimento di tecnologia dalle aziende straniere a quelle cinesi per ottenere l’accesso al mercato.

 

Lighthizer è un negoziatore tenace, che ha già portato a casa risultati con il rinnovo del Nafta, ma ha un ulteriore ostacolo davanti a sé: se anche Pechino dovesse cedere a tutte le richieste americane, i cambiamenti strutturali necessari richiederebbero molto tempo per avere effetti visibili – e Trump è nervoso, e più la situazione economica americana continuerà a deteriorarsi più il presidente cercherà un accordo immediato che possa salvare la faccia a entrambe le parti. E’ ciò che hanno fatto tutte le Amministrazioni precedenti, il compito di Lighthizer è impedire che avvenga ancora.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.