Perché la frenata della Cina non è colpa di Trump ma di Xi

Eugenio Cau

La crescita del pil è ai minimi dal 1990, e si accumulano i segnali di una crisi in corso, con o senza la guerra commerciale

Milano. L’economia cinese ha registrato ieri il suo peggior risultato dal 1990: nel 2018 il paese è cresciuto del 6,6 per cento, con una crescita del 6,4 per cento registrata nell’ultimo trimestre dell’anno, il livello più basso dai tempi della crisi finanziaria globale. Questi dati poco soddisfacenti (ma comunque in linea con le previsioni del governo, che aveva parlato di una crescita “attorno al 6,5 per cento”) arrivano all’incrocio di alcuni momenti importanti per Pechino. Oggi si apre la conferenza di Davos, che causa shutdown sarà completamente disertata dall’Amministrazione americana (anche la britannica May e il francese Macron mancheranno alla riunione per problemi interni). Il vicepresidente cinese Wang Qishan, braccio destro di Xi Jinping, avrà mano libera per presentare ancora una volta Pechino come baluardo dell’economia mondiale e del libero commercio, ma i suoi argomenti rischiano di risultare sempre più spuntati, visto il coinvolgimento del paese in una grande guerra commerciale e visto che gli analisti temono sempre di più che il rallentamento dell’economia cinese possa diventare una minaccia per la stabilità finanziaria di tutto il mondo.

 

Su Bloomberg Businessweek di questa settimana, Michael Shuman scrive senza mezzi termini che la Cina è in crisi – cioè che è in crisi già adesso, non che lo sarà nel futuro – e che al posto di un crac stile America 2008 stiamo assistendo a una lenta discesa nell’abisso che sarà sempre più difficile da evitare. Gli ultimi anni sono stati un continuo susseguirsi di “red flags” in questo senso, che negli ultimi mesi sono andate a intensificarsi. Nel 2018, per la prima volta in vent’anni, i cinesi hanno comprato meno automobili dell’anno precedente. Hanno anche comprato meno smartphone, provocando una flessione del mercato mondiale e una crisi di grande portata per l’azienda di maggior valore al mondo, Apple (ormai non lo è più). In generale, i consumi domestici si sono ridotti, e la crescita delle vendite al dettaglio, un buon indicatore del livello dei consumi, ha toccato a novembre il minimo da 18 anni a questa parte, per poi rialzarsi a dicembre di un decimale, all’8,2. Le importazioni sono scese a dicembre del 7,6 per cento su base annuale. Su tutto, come è noto, grava un debito che, secondo dati diffusi questo mese dall’Institute of International Finance, ammonterebbe al 300 per cento del pil (il dato è informale, ma credibile). La Borsa di Shanghai, inoltre, ha perso circa un quarto del suo valore dai picchi del 2018. Vincenzo Petrone, direttore generale della Fondazione Italia Cina, ha ricordato ieri che il problema non è tanto il pil: “A preoccupare oggi deve essere altro, come il calo dei consumi domestici e quello delle importazioni nel paese”.

 

Questi dati sembrano dimostrare che il governo cinese non sta riuscendo nell’impresa titanica di trasformare l’economia, liberandola dalla dipendenza da debito e dando più peso ai consumi interni. L’avvento al potere di Xi Jinping, per ora, non ha portato le riforme sperate, anzi: l’insistenza del presidente sulla perfetta aderenza ideologica e sul controllo assoluto del Partito comunista su ogni aspetto della società e dell’economia ha congelato ogni tentativo di liberalizzazione economica e demoralizzato gli investitori. In quest’ottica, il governo ha potenziato l’economia di pianificazione e le grandi imprese statali a discapito del settore privato, che è sempre più in difficoltà nell’accedere al credito. Secondo un dato citato ieri dal Financial Times, nel 2012, l’anno prima dell’avvento di Xi al potere, le aziende del settore privato ottenevano il 52 per cento dei nuovi prestiti concessi dal settore bancario ufficiale, mentre le aziende pubbliche il 32 per cento. Nel 2016 il dato si era invertito: alle imprese statali è andato più dell’80 per cento dei prestiti, a quelle private appena l’11 per cento. Negli ultimi anni, inoltre, lo stato ha ridotto drasticamente l’accesso allo shadow banking, considerato troppo poco stabile.

 

 

La decisione politica di mantenere alti i numeri della crescita, considerati necessari per garantire la pace sociale, ha inoltre reso vane gran parte delle misure prese per tenere sotto controllo il debito, benché il vicepremier Liu He avesse promesso a gennaio 2018 che il problema sarebbe stato risolto nel giro di tre anni. In questo contesto, la guerra commerciale intentata tra Stati Uniti e Cina è un fattore notevole, ma non determinante. Contribuisce a peggiorare l’atteggiamento degli investitori, ma incide relativamente poco sui numeri dell’economia. Se davvero c’è la crisi in Cina, questa è tutta di fattura locale.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.