L'asso nella manica di Xi? Un triangolo dell'innovazione made in China

Alessandra Spalletta

Benvenuti a Xiong’an New Area, la nuova megalopoli voluta dal presidente cinese per coordinare la crescita e per allentare la pressione demografica su Pechino

Roma. Benvenuti a Xiong’an New Area, la nuova megalopoli voluta dal presidente cinese Xi Jinping. Un mastodontico progetto di integrazione urbana annunciato due anni fa dal governo e di cui oggi si comincia a intravedere l’importanza, nell’ambito della strategia a lungo termine cinese per lo sviluppo e la crescita economica. La Xiong’an New Area, che si trova a un centinaio di chilometri a sud di Pechino ed entrerà a pieno regime entro il 2035, trasformerà quel triangolo geografico rappresentato dalle tre città più importanti dell’area, Pechino-Tianjin-Shijiazhuang, capoluogo della provincia dell’Hebei, in un luogo cruciale per lo sviluppo mondiale (non è un caso se a Tianjin si tiene ogni anno il forum estivo di Davos) ma anche un serbatoio di affari e rilancio economico per la Cina. Questo triangolo d’oro si chiama Jing-Jin-Ji, le rispettive abbreviazioni di Pechino, Tianjin e dell’Hebei.



 

Per Xi Jinping quella in atto nella provincia settentrionale dell’Hebei è “una strategia che avrà un’importanza cruciale per il millennio a venire”. Più di ogni altra cosa, scrive il Quotidiano del Popolo, Xiong’an sarà il centro integrato di innovazione che accelererà la corsa cinese al predominio nelle nuove tecnologie. “Abbiamo il coraggio di innovare e dobbiamo compiere maggiori sforzi per promuovere lo sviluppo coordinato dell’area”, ha detto il presidente cinese mentre ispezionava, nei giorni scorsi, la nuova Zona economica speciale (Zes), che si estende per duemila chilometri quadrati. Un’area che potrà ospitare una popolazione di circa 2,5 milioni di abitanti e che, data la sua importanza strategica, beneficia quasi esclusivamente di fondi pubblici. L’obiettivo del governo, però, è quello di attrarre qui vari tipi di impresa.

 

A inizio gennaio è stato approvato il piano strategico di sviluppo, secondo il quale la nuova area di Xiong’an assumerà “un ruolo guida” per quanto riguarda lo sviluppo di infrastrutture smart. Non solo collegamenti ferroviari, quindi, ma intelligenza artificiale, tecnologia blockchain e internet delle cose. E naturalmente la tecnologia 5G: China Mobile, China Unicom e China Telecom hanno già firmato per produrre test nell’area, quest’ultima, in particolare, in partnership con Zte. 

Quando è stata annunciata, nell’aprile del 2017, l’agenzia di stampa statale cinese Xinhua ha definito la creazione della Xiong’an New Area “una decisione storica e strategica da parte del Comitato centrale del Partito comunista cinese (Pcc) con il compagno Xi Jinping al suo centro”. E non è privo di significato il tempismo con cui Xi ha scelto il nuovo polo tecnologico come mèta della prima missione nazionale dell’anno. Qui siamo nel cuore della megalopoli del futuro, concepita per coordinare la crescita ma anche per allentare la pressione demografica sulla capitale cinese: Pechino e Shanghai sono le megalopoli “malate”, secondo la stampa ufficiale cinese, per via della sovrappopolazione, e il “piano radicale” per ridurla punta a limitare la popolazione poco oltre i venti milioni ciascuna.




 

Non è la prima volta che la Cina costruisce zone economiche speciali dal nulla, per spostare persone e creare aree di eccellenza. Il primo esperimento risale agli anni Ottanta del secolo scorso, ed è quello di Shenzhen: l’ormai famoso ex villaggio di pescatori trasformato in hub dell’innovazione tecnologica, situato sulla costa meridionale della provincia del Guangdong. È qui che sono nati i due colossi delle telecomunicazioni, Huawei e Zte. Il secondo è la Nuova area di Pudong, a Shanghai, nata negli anni Novanta. Xiong’an è il terzo esperimento di questo tipo.




 

Il 17 gennaio scorso, quando Xi è arrivato nell’Hebei (poco prima di toccare anche l’altra punta del triangolo “d’oro”, Tianjin) i media internazionali erano di nuovo tornati a parlare del caso Huawei. Una pressione mediatica che aveva spinto il fondatore, Ren Zhengfei, a rompere il silenzio con la prima intervista sin dall’arresto in Canada su mandato dell’America della figlia, Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo. Oltre all’importanza strategica di una visita del presidente, c’è di più. I dati sulla crescita cinese nell’anno che si appena concluso registrano un rallentamento, che era atteso anche in Cina, ma i programmi di innovazione del piano di sviluppo Made in China 2025, per ora, non sembra subiranno alcuna modifica: l’obiettivo ultimo della strategia di Pechino va oltre la modernizzazione dell’apparato industriale. Il Partito, con Xi al timone, vuole raggiungere l’obiettivo di una società “moderatamente prospera” entro il 2021, centenario della fondazione del Pcc, e portare la Cina a riconquistare una posizione di primato globale entro il 2049 – l’altro centenario, quella della fondazione della Repubblica popolare.

 



“Attraversare il fiume tastando le pietre”, diceva Deng Xiaoping. Questa volta si parte dal Nord. Entro 16 anni, recitano i dieci capitoli del piano generale dell’area, Xiong’an sarà diventata una megalopoli “verde, intelligente, sostenibile”, vanterà una “efficientissima rete di trasporti” – a partire dalla ferrovia interurbana Pechino-Xiong’an – e sarà “in armonia con l’ambiente”, come prevede la politica di sviluppo green del governo centrale. Alla fine della sua visita nell’area, Xi ha fatto tappa nel parco tecnologico di Binhai-Zhongguancun, a Tianjin, dove ha ribadito l’urgenza della Cina di puntare all’innovazione indipendente. Il sogno di “rinascita nazionale” è anche questo: promuovere uno sviluppo di alta qualità e sostituire i vecchi driver di crescita con quelli nuovi. 



  

Così, mentre la Casa Bianca sembra non avere una linea unica e coerente con la Cina, Pechino ha già pronto un nuovo motore a sostegno dell’economia. Le porte sono aperte a tutti, aziende statali, private e straniere – promette Xi. Nei giorni scorsi un altro tycoon, Jack Ma del colosso Alibaba, ha detto a un forum di imprenditori a Shanghai che il 2019 non sarà solo un anno di sfide, ma anche di opportunità. Per giocarle bene, la Cina ha tre carte vincenti: la potenza demografica (pur vivendo una preoccupante crisi di natalità, per ora la popolazione cinese resta quattro volte quella degli Stati Uniti, con una classe media sempre più ricca); una capacità di pianificazione pressoché unica al mondo; gli investimenti – massicci e internazionali – in infrastrutture mastodontiche come la Belt and Road.



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