Adesso tutti ce l'hanno con l'ex senatore Usa che fa lobby per Zte

Giulia Pompili

L'ex candidato alla vicepresidenza Lieberman nel flip flop di interessi commerciali tra America e Cina

Roma. Joe Lieberman è tutto ciò che c’è di sbagliato a Washington, titolava la scorsa settimana Paste Magazine. Perché mentre lo scontro tra America e Cina si fa più delicato e imprevedibile, e sempre più governi riflettono sull’opportunità di entrare in collaborazioni troppo strette con i colossi cinesi delle telecomunicazioni come Huawei e Zte per motivi di sicurezza, uno dei politici più in vista del Campidoglio americano, l’ex candidato alla vicepresidenza del Partito democratico Joe Lieberman, ora indipendente, si è registrato come lobbista per conto di Zte. In un’intervista a Politico del dicembre scorso, quando è uscita la notizia, Lieberman ha detto che “ci sono ovviamente preoccupazioni sulla sicurezza dei loro prodotti o su come i loro prodotti potrebbero essere usati per compromettere la sicurezza”, ma che Zte ha deciso “di anticipare le preoccupazioni americane e di prepararsi a rispondere”, usando uno degli uomini più conosciuti e in vista di Washington. Lieberman per ora si difende dicendo che non farà tecnicamente lobby, ma cercherà di “fare domande” e spiegare ai funzionari cinesi dove sbagliano, e dove possono migliorare.

 

Ma non è un caso se proprio lui fosse uno dei quattro candidati per la direzione dell’Fbi nel 2017, subito dopo il siluramento di James Comey. Non solo: come hanno riportato vari media americani, Lieberman è lo stesso uomo che nel 2010 aveva firmato una lettera bipartisan presentata alla commissione per le Comunicazioni in cui si leggeva: “Siamo preoccupati dal fatto che società come Huawei e Zte siano finanziate dal governo cinese e siano potenzialmente soggette a una significativa influenza da parte dell’esercito cinese che potrebbe avere l’opportunità di manipolare switch, router o software all’interno della rete di telecomunicazioni americana”. Di conseguenza, “le comunicazioni potrebbero essere interrotte, intercettate, manomesse o intenzionalmente sbagliate. Ciò rappresenterebbe una vera minaccia per la nostra sicurezza nazionale”.

 

È soprattutto l’incoerenza l’argomento che viene sollevato contro l’ex senatore Lieberman, e naturalmente il peccato originale del lavoro di lobbista, “il mestiere più popolare tra gli ex membri del Congresso” secondo la definizione di Russell Berman sull’Atlantic. In Italia l’abbiamo imparato forse solo guardando le serie tv, quanto le aziende (anche quelle cinesi) siano disposte a pagare per disporre della giusta influenza dove serve. Ma non c’è solo Lieberman nel flip flop di interessi e di strategie americane nei confronti delle aziende cinesi.

 

Nel 2018 il governo degli Stati Uniti era passato all’azione contro quelle che riteneva più pericolose: il dipartimento del Commercio aveva prima vietato a Zte di fare affari su suolo americano, ufficialmente per aver violato le sanzioni americane contro paesi come l’Iran e la Corea del nord. Zte aveva subìto un colpo durissimo, ma poi era intervenuto il presidente Trump, che dopo una discussione con l’omologo cinese Xi Jinping aveva detto che era pronto un accordo anche sulla compagnia delle telecomunicazioni. Nel frattempo, secondo Politico, Zte aveva assunto il prestigioso studio Hogan Lovells e investito almeno 2 milioni di dollari nel 2018 per fronteggiare la cattiva reputazione. La scorsa settimana, un gruppo bipartisan ha presentato una proposta di legge che dovrebbe bandire tutte le forniture americane a Huawei e Zte: il ministero degli Esteri cinese l’ha definita “un’isteria collettiva”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.