Il caso Huawei è già un caso politico

Giulia Pompili

Non c'è solo l'incriminazione per furto e frode. C'è l'America contro la Cina

Ieri sera il Dipartimento di giustizia americano, durante una conferenza stampa molto importante e a lungo attesa, ha formalizzato le accuse contro il gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei. Secondo gli Stati Uniti la compagnia, insieme con la sua direttrice finanziaria Meng Wanzhou – arrestata a Vancouver il 1° dicembre scorso su richiesta dell’America –, avrebbe rubato segreti tecnologici, ostruito le indagini e violato le sanzioni economiche vendendo componenti all'Iran.

La conferenza stampa è arrivata quasi al limite della richiesta di estradizione che il Dipartimento deve inviare al Canada entro la fine di gennaio, ed è stata particolarmente dura per vari motivi.

 

A spiegare le incriminazioni, accanto al direttore dell’Fbi Christopher Wray e al segretario della Sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen, c'erano l’attorney general ad interim Matthew Whitaker e il segretario al Commercio Wilbur Ross. Si tratta di accuse circostanziate che riguardano il furto e il tentato furto di tecnologie segrete, frode (nell'incriminazione registrata a Washington) e poi vari complotti per fregare la giustizia americana sulle sanzioni (i tredici capi d'accusa a New York), ma il punto è che la conferenza stampa è stato soprattutto un momento in cui la posizione dell'America nei confronti della Cina è cambiata.

 

Qui avevamo raccontato come l'arresto di Meng era già un passo decisivo per le aziende cinesi e le loro capacità di penetrazione dei mercati esteri e in questo altro dossier avevamo spiegato punto per punto quali sono i temi su cui America e Cina si stanno scontrando di più. “Per anni, le aziende cinesi hanno violato le nostre leggi sull'export e indebolito le nostre sanzioni, spesso utilizzando il sistema finanziario americano per facilitare le attività illegali”, ha detto ieri il segretario al commercio Ross. “Tutto questo finirà. L'Amministrazione Trump è più severa nei confronti di coloro che violano le nostre leggi sul controllo delle esportazioni rispetto a qualsiasi altra Amministrazione nella storia. Mi congratulo con tutti per l'eccellente lavoro su questo caso”.

 

L'inchiesta e l'incriminazione hanno aspetti decisamente politici. Diciamo pure che tutta la vicenda, sin dall'inizio, è stata inevitabilmente politicizzata: da tempo analisti e osservatori denunciano la stretta relazione tra compagnie internazionali come Huawei e Zte e il governo di Pechino. Sin dall'arresto di Meng, è stato il Canada a subire di più le conseguenze dell'ira del governo cinese (leggi qui), ed è proprio Ottawa a dover decidere entro 30 giorni, dopo la formale richiesta di estradizione della numero due di Huawei, se procedere o meno. Una decisione che è più politica che altro per il primo ministro Justin Trudeau, che ha dovuto affrontare pure il caos del suo ambasciatore a Pechino. John McCallum è stato costretto alle dimissioni dopo aver fatto capire che il caso Meng era un po' come decidere definitivamente se stare con l'America, e l'alleanza atlantica, oppure dare fiducia alla Cina.

  

Il ministro degli Esteri cinese oggi ha fatto uscire un comunicato stampa violento, in cui accusa Washington di usare il potere statale “per reprime giuste e legittime operazioni. Esortiamo il governo degli Stati Uniti di fermare questa irragionevole repressione delle aziende cinesi, tra cui Huawei”. Il quotidiano nazionalista cinese Global Times ha scritto che “l'accusa formale è parte del progetto di eliminazione di Huawei su scala globale. Washington sta spingendo i suoi alleati a escludere le apparecchiature Huawei dalle loro reti 5G. Gli Stati Uniti non hanno mai punito un'impresa high-tech straniera su così vasta scala. Secondo il New York Times l'Amministrazione Trump sostiene che 'il mondo è impegnato in una nuova corsa agli armamenti' e 'qualunque paese domini il 5G guadagnerà un vantaggio economico, di intelligence e militare per gran parte di questo secolo'".

 

A poco servono le rassicurazioni della portavoce della Casa Bianca Sarah Sanders, che ieri ha detto che le accuse contro Huawei non hanno niente a che fare con la guerra commerciale tra America e Cina, una dichiarazione che aveva già fatto Wilbur Ross durante la conferenza stampa di ieri. Anche lui farà parte del team americano che oggi incontrerà una delegazione di alti funzionari cinesi, guidata dal vicepremier cinese Liu He, arrivata da poche ore a Washington per ricominciare i negoziati con l'America sulla trade war.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.