Con l'America o con la Cina. Huawei è un punto di non ritorno per tutti

Giulia Pompili

Gli Stati Uniti formalizzano le accuse contro il colosso delle telecomunicazioni cinese. Il caso Meng in Canada, la strategia politica internazionale e l’influenza di Pechino sui mercati strategici. Cosa succede adesso?

Roma. Siamo arrivati al punto di non ritorno, ha commentato ieri su Twitter Emily Rauhala, ex corrispondente da Pechino del Washington Post mentre il direttore dell’Fbi Christopher Wray e il segretario alla Sicurezza nazionale Kirstjen Nielsen spiegavano ai giornalisti i motivi dell’incriminazione di Huawei negli Stati Uniti. “Per anni la Cina ha domandato all’America di fornire prove specifiche sul caso. Ora abbiamo prove specifiche e dettagliate”. Una svolta che potrebbe fermare le ambizioni globali del colosso cinese delle telecomunicazioni.

 

 

Huawei – da tempo accusata di avere legami indissolubili con il governo centrale di Pechino – respinge tutte le accuse (furto, frode, intralcio alle indagini) ma ora che è sotto inchiesta in America le conseguenze coinvolgeranno inevitabilmente tutti, anche quei paesi che finora hanno fatto finta di niente. Il quotidiano nazionalista cinese Global Times ha scritto ieri che “l’accusa è parte di un progetto di eliminazione di Huawei su scala globale. Washington sta spingendo i suoi alleati a escludere le apparecchiature Huawei dalle loro reti 5G. Gli Stati Uniti non hanno mai punito un’impresa high-tech straniera su così vasta scala”, e ha ragione.

 

Il motivo di tanta durezza riguarda soprattutto la politica, prima ancora della legalità, e naturalmente l’influenza che un’azienda vicina al governo cinese potrebbe avere se riuscisse a conquistare sempre più strategiche fette di mercato. Non è un caso se ieri insieme all’Fbi e alla National security c’erano anche l’attorney general ad interim Matthew Whitaker e il segretario al Commercio Wilbur Ross, che ha detto che “l’incriminazione non ha niente a che fare con i colloqui sulla trade war tra Pechino e Washington”, ma anche che “per anni, le aziende cinesi hanno violato le nostre leggi sull’export e indebolito le nostre sanzioni, spesso utilizzando il sistema finanziario americano per facilitare le attività illegali. Tutto questo finirà. L’Amministrazione Trump è più severa nei confronti di coloro che violano le nostre leggi”. Poche ore dopo la conferenza stampa, il vicepremier cinese Liu He è atterrato a Washington per prendere parte ai colloqui di alto livello sulla guerra commerciale, colloqui ai quali partecipa pure Wilbur Ross.

  

  

Era stato il presidente americano Donald Trump a usare per primo la leva dell’incriminazione di Huawei per altri scopi: se fosse utile alle negoziazioni con la Cina, potrei intervenire sul dipartimento di Giustizia nel caso Meng Wanzhou, aveva detto a dicembre a Reuters. E tutto ruota ancora attorno a lei, la direttrice finanziaria di Huawei, figlia del fondatore, arrestata il primo dicembre scorso a Vancouver su richiesta degli Stati Uniti. Il Canada – per aver seguito una regola frutto di trattati tra paesi alleati– è stato il paese che più ha subìto la rappresaglia cinese: il 10 dicembre sono stati arrestati i cittadini canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor perché secondo Pechino “rappresentano una minaccia per la sicurezza nazionale”, e si è già parlato anche su queste colonne della “diplomazia per ostaggi”. La Cina vuole convincere con la forza il Canada a rifiutare l’estradizione di Meng, mentre Ottawa ha già ricevuto la richiesta formale da parte dell’America. Tra un mese Meng potrebbe essere nelle mani degli investigatori americani, e per la Cina sarebbe un danno d’immagine enorme.

     

L’effetto contagio però è già iniziato: Vodafone in Europa ha appena “sospeso” l’acquisto di componenti Huawei per i suoi test sul 5G, la Polonia ha arrestato un dipendente Huawei per spionaggio, a metà dicembre il New York Times ha scoperto un enorme hackeraggio ai danni del network di comunicazione dei diplomatici delle istituzioni europee, che andava avanti da tre anni. Hackeraggio che corrisponderebbe alle tecniche della divisione informatica dell’Esercito popolare di Liberazione cinese. E allora Pechino corre ai ripari: in un’intervista al Financial Times di domenica scorsa, Zhang Ming, ambasciatore cinese nell’Ue, ha fatto capire che fermare la catena di distribuzione – cioè mettere alla porta le aziende cinesi come Huawei – sarebbe un grave errore per i paesi europei: “Da irresponsabili, e potrebbe portare gravi conseguenze alla cooperazione economica e scientifica globale”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.