E se per la Cina Taiwan fosse più importante della trade war?

Giulia Pompili

Il presidente Xi parla di “unificazione inevitabile”. Oltre la retorica, ecco perché le questioni territoriali sono centrali per Pechino

Roma. “La Cina deve essere e sarà riunificata”, ha detto ieri il presidente cinese Xi Jinping parlando della questione di Taiwan, nel suo primo discorso formale sull’argomento in occasione del 40° anniversario del messaggio ai compatrioti al di là dello Stretto. Parole che arrivano nelle stesse ore del discorso di Capodanno della presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, che invece ha rinnovato l’invito ad accettare il percorso di “democrazia e indipendenza” dell’isola – che Pechino considera parte della Cina, ma che da settant’anni ha un suo governo e una sua indipendenza.

   

Usando una retorica consolidata, Xi ha detto che la “riunificazione pacifica” è una conclusione “naturale”, così come lo status di “un paese, due sistemi”. “I cinesi non combattono contro i cinesi”, ma l’uso della forza “non può essere escluso”. Retorica, certo, ma quella di Taiwan resta una delle questioni fondamentali per comprendere la politica cinese contemporanea: “Sotto il comando di Xi Jinping, la Cina sta venendo a patti con l’idea di essere un paese che ha potere, e che può stabilire le regole oltre che limitarsi a osservarle. Lo sta facendo malgrado un mondo tutto intorno che, nel migliore dei casi, è confuso e nel peggiore è contrario alla missione cinese di avere uno spazio definito più grande al di fuori dei propri confini sul quale esercitare la sua sovranità”, ha scritto Kerry Brown ne “L’amministratore del popolo” (Luiss, 160 pp., 14 euro), un libro in cui l’autore alla fine si domanda se la comunità internazionale sarà mai in grado di “abbracciare la complessità” della forza globale cinese. In questo senso, le questioni territoriali sono una priorità della strategia politica di Pechino già dai tempi dell’“ascesa pacifica” di Hu Jintao.

   

Capire la centralità della questione taiwanese, dal punto di vista di Pechino, per l’occidente è difficile: “La nostra è una società post-moderna, mentre quella russa e quelle dell’Asia orientale sono fondamentalmente ancora moderne, un modello quasi da XIX secolo, con stati-nazione, territori definiti e pretese revanchiste”, dice al Foglio Giulio Pugliese, lecturer in war studies al King’s College di Londra. Nonostante caratteristiche simili si trovano nelle politiche di Russia, Coree e in un certo senso anche in Giappone – specie nelle frange più nazionaliste – “la Cina è la potenza che più sacralizza il territorio, che ha insistito sul secolo dell’umiliazione che deve essere superato attraverso il rinnovamento della grande nazione Cinese”. Taiwan per i cinesi è una ferita aperta, spiega Pugliese: “Ricorda loro che il secolo dell’umiliazione non è finito, perché quello è il territorio che è stato espropriato dai giapponesi nel 1895 , poi dal Kuomintang che crea l’alternativa e dalla 7° flotta americana che di fatto ne garantisce la sicurezza. Paradossalmente il Partito comunista cinese non ha mai avuto niente a che fare con Taiwan, però si ammanta della gloria dello stato nazionale, e quindi difende l’idea della Cina che deve essere riunita e che non può essere sotto l’influenza straniera”. Il resto lo ha fatto l’istruzione patriottica, trasformata in nazionalismo duro e puro, iniziata negli anni Ottanta dopo la protesta di piazza Tienanmen. Il discorso di Xi su Taiwan “mi sembra in continuità col passato”, dice al Foglio Silvia Menegazzi del dipartimento di Scienze politiche della Luiss, “la Cina non accetta interferenze quando si parla di Taiwan o quando si parla di questioni territoriali in senso più ampio. Qualora ci fosse un cambiamento dello status quo, si potrebbe aprire un dibattito sul Tibet, per esempio”. E’ quindi importante che la retorica di Pechino resti coerente, anche se un conflitto militare con Taiwan sembra poco probabile. “Sono scettica rispetto a grandi cambiamenti nell’immediato, anche se parlare di unificazione dà un’immagine più aggressiva”. Su una cosa, però, il cambiamento è evidente: per Menegazzi, prima del progetto della Nuova Via della Seta per Pechino era molto più facile parlare di non interferenza straniera sulle questioni legate al proprio territorio, “ma il 2012 ha cambiato la prospettiva, perché è cambiato il ruolo cinese dal punto di vista globale”. Proprio adesso che l’Europa torna a parlare di confini e di questioni territoriali.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.