Più dei dazi di Trump alle auto europee preoccupa l'inerte Di Maio

Renzo Rosati

Il settore automotive soffre la guerra commerciale americana. Ma mentre il governo di Berlino si è da tempo mobilitato, Fca è da sola ad affrontare il suo futuro

Roma. Il dicembre terribile dell’industria italiana, che come comunicato dall’Istat continua ad arretrare per ordini, export e ora per fatturato, coinvolge sempre più il settore auto, i cui ricavi mensili scendono del 7,5 per cento mentre gli ordinativi sprofondano del 18. Il primo dato è in linea con l’andamento negativo annuo dell’industria (meno 7,3, peggior risultato dal 2009), quanto alle commesse siamo vicini alla crisi strutturale. È vero che dalla debacle non si salva nessun settore, neppure elettronica e farmaceutica finora andate in controtendenza. L’auto però presenta da tempo una debolezza un più, in quanto collegata alla guerra commerciale mossa dall’Amministrazione Trump ai produttori europei, e poi perché dire auto in Italia significa soprattutto dire Fca, la maggiore industria privata nazionale. Tra guerra dei dazi e abbandono del diesel con riconversione ai motori ibridi ed elettrici, l’automobile è certo un’emergenza continentale.

 

La Casa Bianca che minaccia di innalzare fino a dieci volte i dazi sui veicoli europei (dal 2,5 al 25 per cento) ha ricevuto dal dipartimento al Commercio che definisce l’auto europea una minaccia per la sicurezza nazionale. Il motivo non è nella tecnologia ma nei numeri: l’industria automobilistica tedesca mira nel 2019 a produrre 17 milioni di vetture, 0,5 in più rispetto al 2018, di cui 5,1 fabbricate in Germania. Volkswagen, Bmw e Mercedes sono dunque i bersagli e le vittime potenziali della tempesta perfetta; tuttavia il governo di Berlino si è da tempo mobilitato sia sul fronte delle contromisure commerciali sia su quello della tecnologia. Angela Merkel, dopo essersi definita ad “scioccata per le idee americane”, ieri ha suggerito agli europei di “ripensare le proprie regole sulla competizione se vogliamo difendere aziende in grado di competere globalmente”. Al tempo stesso la cancelliera ha istituito una unità di crisi che coinvolge vari ministeri, aziende e sindacati. Le misure in attuazione vanno dagli incentivi ad auto elettriche e ibride (4 e 3 mila euro) agli sgravi fiscali per la produzione dei nuovi motori, ma non prevedono al momento sovrattasse sulle auto tradizionali come quella introdotta in Italia dal M5s. Una cosa dal quale il M5s non potrà esimersi è di esprimersi su una mini intesa commerciale perché la Commissione intende negoziare un accordo con gli Stati Uniti per cancellare le tariffe. Sarà interessante osservare come si comporterà il partito di Di Maio storicamente contrario al trattato di libero scambio Ue-Stati Uniti ormai dimenticato.

   

Per ora Fiat Chrysler Automobiles resta in pratica da sola ad affrontare il suo futuro, peraltro già incerto ancora prima delle turbolenze attuali, con il passaggio dall’era Marchionne a quella nella quale le scelte tornano nelle mani degli Elkann e dei fondi. La messa in stand by di 5 miliardi di investimenti in Italia su 45 complessivi nel mondo fino al 2022, annunciata dall’ad Mike Manley dopo l’introduzione dell’ecotassa, sono stati letti come il segnale di isolamento dalle politiche governative e come l’avvio dello spostamento del focus produttivo dai 12 stabilimenti italiani (Ferrari e Maserati comprese) che occupano 66 mila dipendenti. Falliti i tentativi di alleanze con le altre due big americane (General Motors ha chiuso la porta e Ford tratta con Vw), le speculazioni si centrano su un accordo azionario con Hyundai, colosso coreano che controlla anche Kia, quinto produttore mondiale. Hyundai è un conglomerato industriale-siderurgico-finanziario, è forte nei motori puliti e ha una fortissima rete commerciale. Fca può vantare l’appeal di Jeep, Alfa Romeo, Maserati nonché la matrice americana di Chrysler. Ma è ovvio che la casa del Lingotto smetterebbe di essere italiana, non solo di diritto ma anche di fatto, mantenendo qui solo la Ferrari. Il tutto nella totale disattenzione del governo, che tra non molto dovrà aggiungere l’auto ai molti tavoli di crisi del ministero dello Sviluppo economico, titolare Di Maio.