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La trade war spiegata con Apple e Nike

I casi delle due aziende mostrano che le economie americana e cinese sono dipendenti

8 Gennaio 2019 alle 06:13

La trade war spiegata con Apple e Nike

Foto LaPresse

La storia delle cattive previsioni di vendita di Apple in Cina, con conseguente crollo della Borsa americana, è stata accolta da investitori e analisti come prova da un lato del periodo difficile dell’azienda di Cupertino, e dall’altro del rallentamento preoccupante dell’economia cinese, che presto, si è detto, potrebbe provocare un effetto valanga. C’è un altro aspetto, tuttavia, che è stato meno considerato: il crollo di Apple è la prova – se ancora ce ne fosse bisogno – di quanto le economie occidentale e cinese siano interconnesse tra loro, e di quanto sia pericoloso cercare di districarle. Le cattive aspettative di vendita sul mercato cinese sono riuscite quasi interamente da sole a dare un colpo violento al gran campione dell’economia americana, l’azienda di maggiore valore al mondo. E a dimostrare l’importanza dell’interconnessione dei due mercati possiamo usare un’altra azienda come se fosse un gruppo di controllo durante una sperimentazione scientifica: Nike. Pochi giorni prima dell’annuncio di Apple, il gigante dell’abbigliamento sportivo aveva annunciato risultati eccezionali sospinti – indovinate? – dalle ottime vendite in Cina, che da sole avevano segnato un più 31 per cento, come ha ricordato ieri Axios.

  

La Cina, da sola, ormai basta a fare cadere o a innalzare uno dei giganti dell’economia americana, e lo stesso vale per l’America, come ha mostrato il caso Zte. Questo in un normale stato di rapporti commerciali non dovrebbe essere ragione di preoccupazione. Lo è, invece, nel bel mezzo di una guerra commerciale, che potrebbe avere come risultato finale l’allontanamento delle due economie. Senza l’America, l’economia cinese crolla, e viceversa. I primi round di negoziati ufficiali tra Stati Uniti e Cina per tentare di trovare un accordo che ponga fine alla guerra commerciale sono cominciati ieri. Le questioni aperte rimangono ancora molte, e nessuno sembra ancora pronto ad accettare che i giganti hanno bisogno l’uno dell’altro per prosperare.

Redazione

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