La caduta dell'iPhone

Eugenio Cau

La crisi di Apple in Cina ci dice qualcosa di molto più grande di un tonfo in Borsa: sta finendo l’èra degli smartphone

Roma. La crisi scatenata sui mercati internazionali dall’annuncio che Apple ha rivisto in pesante ribasso le sue stime di vendita – crisi tamponata dai dati eccellenti sull’occupazione americana – ha numerose sfaccettature. La prima riguarda il pericolo di contagio: Apple non è la prima grande azienda americana che subisce i colpi combinati del rallentamento dell’economia cinese (è in Cina che i dati di vendita degli iPhone sono più preoccupanti) e della guerra commerciale; le prossime saranno settimane di dati trimestrali per tutte le grandi imprese, e si temono disastri. La seconda riguarda un tema di orizzonte più ampio e di cui le disgrazie di Apple – che è passata dai mille miliardi di capitalizzazione dello scorso agosto a poco più di 600 – sono soltanto l’epifenomeno: l’età dell’oro degli smartphone è giunta al suo termine.

 

Apple, con i suoi smartphone molto costosi e con la sua fortissima dipendenza dagli iPhone, che compongono il 70 per cento circa del suo fatturato, è stata la prima a risentire del problema, ma il fenomeno riguarda tutta l’industria: il 2018 è stato il primo anno nella storia in cui le vendite di smartphone a livello mondiale sono state minori dell’anno precedente. Il mercato è saturo, soprattutto per i prodotti di alta gamma come gli iPhone – o i Galaxy di Samsung o i Mate di Huawei, che si collocano tutti su prezzi a quattro cifre. E non è soltanto una questione di vendite. Lo smartphone, come oggetto, ha ormai raggiunto i limiti del suo sviluppo tecnologico. Sono finiti i tempi in cui ogni nuovo iPhone era una rivoluzione. Oggi i miglioramenti sono incrementali: telefono un po’ più potente, schermo un po’ più grande, fotocamera un po’ migliore. Certo, alcune aziende progettano forme inedite e device pieghevoli, ma per ora è difficile, con queste novità scarne, convincere il consumatore a cambiare il proprio apparecchio.

 

Questi due fenomeni – saturazione del mercato e fine dell’innovazione tecnologica sullo smartphone – sono portatori di conseguenze ben più grosse dei cattivi risultati di Apple. Lo smartphone, infatti, è stato il generatore dell’ultima grande ondata di innovazione della nostra società, la piattaforma su cui sono cresciute tutte le migliori startup dell’ultimo decennio, che hanno prodotto novità e macinato miliardi. Senza smartphone, non esisterebbero Uber, Lyft, Spotify, WeChat, Whatsapp, Tinder, e probabilmente anche i giganti come Facebook, Google e Twitter sarebbero meno rilevanti. Questo clamoroso filone di idee e business si sta gradualmente esaurendo. Ciò non significa che gli smartphone diventeranno meno importanti per le vite dei consumatori; ma ormai l’innovazione che si può fare attorno a quell’apparecchio è stata fatta quasi tutta, e se le aziende tech vogliono continuare a macinare gli straordinari guadagni a cui siamo abituati devono trovare qualcosa di nuovo. Nella Silicon Valley già da tempo si gioca con tecnologie molto promettenti, che vanno dall’intelligenza artificiale alla realtà virtuale alle biotecnologie. Ma per ora non si vede all’orizzonte niente di nemmeno paragonabile alla grande intuizione di Steve Jobs.

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  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.