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Così siamo arrivati a stare con i cinesi senza avere niente in cambio

Benvenuto mister Ping. L’uomo più potente del mondo a Roma firmerà un accordo con l’uomo meno potente di Roma, Luigi Di Maio

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

21 Marzo 2019 alle 21:28

Così siamo arrivati a stare con i cinesi senza avere niente in cambio

L'arrivo a Roma del presidente Xi Jinping (foto LaPresse)

Roma. “Anche stavolta viaggio in seconda classe, vi taglieremo tutti i privilegi”. Quando è partito, nel novembre scorso, Luigi Di Maio ha usato le stories di Instagram per mostrare alla sua base elettorale che si stava recando a Shanghai, certo, ma rigorosamente in aereo di linea e per giunta in economy. Poco importa se il resto della delegazione del suo ministero, invece, era seduta comodamente in prima classe, e poco importa se poi – dopo un viaggio intercontinentale poco confortevole – era atterrato stanco, emaciato, con l’aria di chi al massimo può fare un giro turistico a Shanghai, ma di certo non trattare con la seconda economia del mondo.

 

 

Ma bisogna tornare a quelle immagini, e in generale a quella missione di quattro mesi fa, per capire come siamo arrivati a oggi, con la mastodontica delegazione arrivata da Pechino guidata dall’uomo più potente del mondo, il presidente cinese Xi Jinping. A novembre il sottosegretario allo Sviluppo economico Michele Geraci, “il cinese”, com’è affettuosamente chiamato nei corridoi del Palazzo, aveva convinto il suo ministro a recarsi al China International Import Expo, una fiera strettamente legata al progetto della Via della Seta. Volevano rendere l’Italia “protagonista” a Shanghai, mostrarsi ai funzionari cinesi come interlocutori credibili, ma poi tutto era finito con il video di Di Maio che parla in una stanzetta scarna, a margine del Forum, e risponde (in italiano) a una domanda chiamando l’uomo più potente della terra “presidente Ping”. Nel frattempo, al di là delle faccende più mediatiche, degli sgarbi diplomatici – per un paese come la Cina, dove l’apparenza è anche sostanza, presentarsi in economy class è come arrivare con i pantaloni abbassati – da Pechino avevano capito benissimo come usare questa superficialità.

  

È in quell’occasione che deve essersi consumato il dramma: Di Maio credeva di aver risolto ogni problema, forse voleva spiegare ai cinesi il reddito di cittadinanza e farselo finanziare, e invece si è ritrovato a dover dare garanzie ai suoi interlocutori, a promettere che l’Italia, primo paese del G7, era pronta a entrare politicamente all’interno del progetto della Via della Seta. In cambio, la Cina e le sue propalazioni finanziarie avrebbero aiutato l’economia italiana, con investimenti e infrastrutture e acquisizioni. Tornato a Roma, qualcuno deve avergli spiegato che no, che la firma di un memorandum simile avrebbe provocato un disastro diplomatico, con l’America e con l’Europa, ma a quel punto era troppo tardi, la Cina ormai avrebbe annullato la visita e tutti gli altri accordi.

 

Nel memorandum sulla Via della Seta non c’è niente di commerciale: è invece un cambiamento epocale della politica estera italiana. E anche così si spiega l’assenza pressoché totale della Farnesina da questa partita, come a voler prendere le distanze. In tutti i paesi che hanno fatto il loro ingresso nella Via della Seta, compresi i tredici europei, l’intesa è stata firmata dal ministro degli Esteri. L’Italia sarà l’unico paese che farà firmare quel documento al vicepremier e ministro dello Sviluppo economico. L’altro vicepremier, Matteo Salvini, che comunque ha dato il suo contributo attraverso un sottosegretario messo lì dalla Lega, ha detto che non parteciperà alla cena di stato in programma questa sera al Quirinale. Un altro sgarbo, che sarà interpretato come una spaccatura all’interno del governo. Ma che contribuirà a trasformare sempre di più Salvini nel campione dell’Atlantismo, dopo anni in cui l’America associava direttamente la Lega alla Russia. La reazione al pasticcio combinato da Di Maio con la Cina è visibile anche nel programma della sua visita in America il 26-27 e 28 marzo prossimi: incontri con la “collettività italiana” a New York, incontro con “i rappresentanti delle imprese italiane negli Stati Uniti” a Washington, ma nessuna personalità ad accoglierlo – neanche, a quanto pare, l’ambasciatore italiano Armando Varricchio.

  

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, come il buon padre di famiglia, in queste ore sta cercando la mediazione, per mantenere unità e credibilità laddove è sempre più difficile. In un’intervista all’agenzia di stampa cinese Xinhua ha detto ieri che la collaborazione dovrà essere “il più aperta e trasparente possibile”. Un auspicio, visto che secondo il memorandum che domani firmerà Di Maio è scritto che ogni controversia verrà “risolta tra le parti”, e non più da istituzioni internazionali, insomma come tra bulli: ce la vediamo io e te, fuori dal bar. A perdere però è sempre lui, Di Maio. Il successo mediatico, per la Cina, assicurato.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    22 Marzo 2019 - 19:07

    Leggendo,escluso Skybolt, sembra che con Di Maio si sia inaugurata la seconda via della seta ovvero, dopo Marco, oggi il Giggino Polo da Avellino. Parlando naturalmente di tempi moderni dagli anni 60 e 70 inizia in modo scientifico la conoscenza della Cina don Franco Demarchi, mio professore di sociologia a Trento negli anni 70.Tra i 60 i 70 almeno trenta furono i viaggi e la rivista da lui diretta"Mondo Cinese"ne rese suggello con studi(via univ.di Hangzhou e l'Accademia cinese delle scienze). Furono fatti studi, credo i primi al mondo, sugli studenti cinesi e sulle popolazioni cinesi della diaspora migranti in Asia: nella comparazione con altre etnie islamiche,indu quelle confuciane (cinesi) risultarono più pragmatiche e di successo economico.In uno dei suoi primi viaggi portò al seguito il parlamentare Vittorino Colombo e altri seguirono.Quindi la Cina non è sconosciuta sopratutto in termini di analisi e da lunga lena minimo 50 anni dagli Italiani (almeno i dirigenti non i molti) .

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  • eleonid

    22 Marzo 2019 - 13:01

    Al momento non si capisce il vantaggio concreto per l'Italia, considerato che dopo il parmigiano, il prosciutto e un po' di vino , non riesco ad immaginare che cosa venderemo ai cinesi. Ad essere positivi , si può pensare che Di Maio e Company abbiano ripreso un vecchio progetto di Prodi:far diventare l'Italia un grande porto per accogliere le merci cinesi e distribuirle in Europa. Insomma una specie di concessionario non si sa se di merci acquistare o in conto terzi. Ma allora come la mettiamo con le infrastrutture di lunga percorrenza a supporto di questo progetto commerciale? C'è le costruiscono i cinesi? Ma quando arriviamo ai confini con l'Europa chi tratterà? Ad esempio la Tav! Sarà necessaria o no? Pensiamo davvero che gli europei stiano ad aspettare che noi gli vendiamo le merci per conto dei cinesi? Cuccu!!!

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  • stearm

    22 Marzo 2019 - 10:10

    Insomma, la Cina tratta con l'Italia come sta facendo da un paio di decenni in Africa. Vi mettiamo a disposizione qualche miliardo di dollari e fate quello che diciamo noi. Certo, visto come siamo messi, pure un piatto di lenticchie è meglio del nulla programmatico. Ci finanzieremo il reddito di cittadinanza.

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  • Carletto48

    22 Marzo 2019 - 10:10

    L'accordo sarà come il gioco di carte asso-pigliatutto, soltanto che gli assi li hanno tutti loro.

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