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Xi Jinping a Roma

Passeggiata tra i cinesi della capitale, tra investimenti, cultura e lamentele: “Monnezza in mandarino si dice Raggi”

Giulia Pompili

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21 Marzo 2019 alle 06:17

Xi Jinping a Roma

Roma. Per sapienza del destino, il nome del sindaco della Capitale, Raggi, in cinese si pronuncia come la parola che significa monnezza. E quando si chiede ai rappresentanti della comunità cinese romana, tutti fanno riferimento alla confusione, a una metropoli sciagurata che è molto più indietro di qualunque città della provincia cinese. Il business si è spostato al nord, gli eventi più alla moda si fanno al nord, della comunità cinese romana resta Piazza Vittorio, “l’unico posto dove almeno si può comprare l’autentico riso asiatico”, e vari eventi culturali promossi da piccole realtà che resistono. 

   

L’arrivo del presidente cinese Xi Jinping è previsto per oggi pomeriggio, e già da ieri sera tutte le strade intorno all’hotel Parco dei Principi – riservato interamente alla delegazione cinese – saranno chiuse al traffico. Nessuna pulitura straordinaria, però: l’unico intervento è quello della questura, che ha predisposto più aree di sicurezza, tra venerdì e sabato, con sgomberi, divieti al transito e perimetri molto estesi nei luoghi dove si svolgeranno gli eventi della visita di stato. Xi andrà al Quirinale, a Palazzo Barberini, all’Altare della Patria, a Villa Madama, e non è ancora confermato un eventuale incontro al Campidoglio con il sindaco Raggi. “E’ tutto chiuso, ce sta il presidente cinese, magari je vendiamo Atac”, si sente dire sull’80 in direzione piazza Venezia, e viene da rispondere che non solo Pechino non sarebbe mai interessata a una delle partecipate più sindacalizzate del mondo, ma anche perché l’obiettivo dell’Amministrazione Raggi è un altro.

  

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Il 5G, e i soldi dei colossi delle telecomunicazioni cinesi come Huawei. Di nuovo, la sapienza del destino: il 6 dicembre scorso, cioè lo stesso giorno in cui è uscita la notizia dell’arresto in Canada della direttrice finanziaria e figlia del fondatore di Huawei, Meng Wanzhou, Virginia Raggi è salita sul palco della festa di Huawei a Roma – un party super esclusivo pieno di pianoforti al Tempio di Adriano – e ha detto qualcosa che suonava più o meno così: chissenefrega delle inchieste, vogliamo il vostro 5G a Roma. Una cosa che ha ripetuto spesso, ma che non si è mai concretizzata in nessuna sperimentazione, soprattutto da quando Atac è entrata nel progetto, e il profilo Twitter di @Roma5G è fermo a 43 follower, ultima comunicazione del 30 agosto 2018. E misteriosi sono pure alcuni protocolli che Roma Capitale dovrebbe firmare con i colossi del turismo cinese che accompagnano il presidente a Roma. Al Campidoglio nessuno sembra saperne nulla. E mentre è arrivata solo da pochissimo Alipay, il sistema di pagamento del colosso cinese Alibaba, siamo già indietro: “Il turismo cinese a Roma è cambiato, ma sono cambiati anche i cinesi”, dice al Foglio Hu Lanbo, scrittrice e giornalista, una delle figure più importanti della cultura cinese romana, che vive a Roma da trent’anni. “Oggi per esempio i giovani cinesi non viaggiano più in gruppi, e vogliono mangiare italiano, e non cinese come quelli più anziani”. Eppure a Roma il business del turismo non funziona granché: “Certo, i turisti cinesi non possono pagare per un hotel a quattro stelle e ritrovarsi in un hotel da due stelle”. Nella Capitale ci vengono lo stesso, spiega Hu Lanbo, per la storia e la cultura, ma sono preoccupati anche per la sicurezza: “Qui non c’è sorveglianza”. E’ vero, però la sorveglianza cinese pone problemi di privacy: “Ma in Cina la privacy non è considerata come da voi, voi volete spazio quando fate la fila, noi siamo abituati a stare uno attaccato all’altro”. Torniamo ai ristoranti: come mai a Milano ci sono ristoranti cinesi di altissima categoria, e qui a Roma invece no? “Forse perché qui non ci sono soldi. Qui i cinesi sono abituati a lavorare con gente meno bella”. E perfino i cinesi si adeguano alla domanda.

   


Ecco una delle cartoline che potrebbero essere vendute in tutte le paccottiglierie della città adesso che anche il Campidoglio stringe accordi con Pechino (elaborazione grafica e satirica di Enrico Cicchetti)  


 

“Mancano solo i tre inginocchiamenti e le nove prostrazioni”, sussurra qualcuno tra gli invitati del Maxxi, il luogo meno romano di Roma dove ieri si è tenuto il primo evento “in onore della visita di stato del presidente cinese Xi Jinping”. Il riferimento dell’invitato è al kowtow, la formalissima riverenza in cui ci si inginocchia fino a toccare il pavimento con la testa. La prima delegazione da Pechino era già ieri nella Capitale, guidata da Jiang Jianguo, nome piuttosto noto nella nomenclatura cinese: è il vicecapo del dipartimento di pubblicità del Comitato centrale del Partito comunista cinese, il dipartimento che si occupa del lavoro sulla propaganda e sull’ideologia. In pratica, la censura. “La Cina sostiene la libertà dei media, ma chiede di attenersi il più possibile ai fatti”, ha detto nel suo discorso Jiang, e nel parterre ad ascoltarlo c’era Vito Crimi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione. E in quasi tutti i discorsi dei funzionari cinesi c’era anche il saluto a Michele Geraci, sottosegretario allo Sviluppo economico, gran cerimoniere dell’ingresso dell’Italia nella Via della Seta cinese, che però ieri al Maxxi non c’era, forse ancora impegnato a negoziare i cavilli del famigerato memorandum.

 

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In mattinata c’era stata un’altra celebrazione del presidentissimo, organizzata dall’Ambasciata cinese in Italia: l’incontro “tra lettori cinesi e quelli italiani” del secondo volume pubblicato da Giunti dei discorsi e pensieri di Xi Jinping, “Governare la Cina”. E anche qui a presidiare c’era sempre un Cinque stelle, Vito Petrocelli, presidente della commissione Esteri del Senato, e Marina Sereni del Pd. E’ qui che è stata declamata la lettera di risposta del presidente Xi agli studenti del Convitto Nazionale Vittorio Emanuele di Roma, un unicum nella storia. Una lettera “che avrebbe potuto scrivere il Papa”, dice al Foglio Francesco Alario, coordinatore del Liceo scientifico internazionale con opzione Lingua cinese del Convitto, intendendo ovviamente che i contenuti della lettera sono quasi ecumenici. Ma com’è successo che Xi vi rispondesse? L’uomo più potente del mondo? “I ragazzi sono venuti a conoscenza di questa visita e si sono chiesti: ma come potremmo eventualmente incontrarlo? Gli è stato consigliato che era meglio, come dire, scrivere una lettera, dove hanno raccontato la loro esperienza, che hanno scelto un corso di studio di liceo scientifico con la centralità della cultura e della lingua che fa la differenza rispetto ad altri licei, come dire, ‘normali’, qui lo studio è quinquennale, il cinese è la prima lingua straniera”.

 

Il convitto romano è una scuola statale, tutti i suoi dipendenti dipendono dal ministero dell’Istruzione, però dal 2010 in questo corso di studi c’è l’aiuto dell’Istituto confucio, l’istituzione del ministero dell’Istruzione della Repubblica popolare cinese che si occupa della diffusione della lingua ma spesso criticata per la sottile differenza che si fa tra la promozione della cultura cinese con la propaganda politica. “Non parlerei di ideologia perché non vorrei entrare assolutamente in questioni ideologiche, politiche, loro conoscono la cultura cinese, quella antica e quella moderna, perché dal primo anno fanno continuamente Cina-Italia”, dice Alario. Ieri, davanti agli studenti del Convitto, “Jiang Jianguo ha affermato che l’opera del presidente cinese ‘Governare la Cina’ ha suscitato molta attenzione e ha incontrato l’ampio favore dei lettori in vari paesi, diventando una delle opere più influenti al mondo scritte da un importante leader, aprendo una finestra attraverso cui la comunità internazionale può conoscere i successi, la forza motrice e le prospettive dello sviluppo cinese”, si legge su China Radio International. Un’apertura, una globalizzazione, un’educazione con caratteristiche cinesi, direbbe Xi Jinping.

Giulia Pompili

Giulia Pompili

Giulia Pompili è nata il 4 luglio. E' giornalista del Foglio dove scrive soprattutto di Asia – nel 2012 ha vinto il premio giornalistico "Umberto Agnelli" della Fondazione Italia Giappone. Recita a memoria i test missilistici di Kim Jong-un, ma pure le canzoni degli Afterhours. E' terzo dan di kendo.

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