Ma quant'è bello passeggiare per via Paolo Sarpi

Paola Bulbarelli

Perché la Chinatown milanese è un quartiere “non etnico” che funziona. Va anche l’immobiliare

Vittoria, che in effetti si chiama San Mei, è a Milano da più di trent’anni e ha due figli nati qui. Sapeva che non sarebbe mai, tornata in Cina e le piace stare qui. Aiuta i nipoti nella gestione del supermercato, uno dei tanti di via Paolo Sarpi, il cuore della Chinatown milanese, aperto da un anno. Al Chineat si trovano una marea di sfiziosità e prodotti tipici cinesi, insieme a quelli occidentali che arrivano “dalla Francia, Spagna, Germania”, pronunciate con i tipici slittamenti delle liquide, anche tra le giovani generazioni nate qui, ma la clientela è rigorosamente mista, non solo cinese. Va meglio Sabrina, o Shuning (fa lo stesso come la chiami, non ha preferenze) 14 anni, quarta generazione della famiglia Wang, che frequenta il liceo scientifico e la erre l’ha assimilata co naturalezza. Il suo prozio arrivò a Milano dalla provincia di Zhejiang negli anni ’30 del Novecento (dopo poco si portò tutti i parenti), e subito aprì un negozio di chincaglierie cinesi, ma non solo, in Sarpi angolo Bramante.

 

La storia della Chinatown milanese nasce allora, anzi dagli anni venti, quando il quartiere di Paolo Sarpi era ancora una zona di orti e ortolani fuori dai Bastioni. L’Oriente Store è ancora lì, una meraviglia dove trovare abiti cinesi, porcellane, spade da samurai, tutto quanto in un intenso profumo d’incenso. Nulla è mai cambiato, nemmeno con il nonno Wang San (il suo nome italiano era Romanino, perché aveva fatto tappa per qualche anno a Roma prima di arrivare negli anni 70, per non spostarsi più, a Milano) e, ancora oggi, l’Oriente si distingue mantenendo il suo ricco assortimento ben lontano dalle “cinesate” low cost che lo circondano.

 

Passeggiare per Paolo Sarpi oggi è un’esperienza piacevole, più che fare le vasche in Montenapo. E’ pieno delle classiche signore milanesi da Sciuragram, bevono il caffè nei molti baretti della via, un tratto è pedolalizzato, dove passa qualche taxi, oltre alle molte biciclette (a velocità ridotta) condotte da cinesi che le utilizzano come station wagon, cariche di scatoloni e pacchi ingombranti che appoggiano su portabagagli di legno. L’italiano si mescola al cinese in una lingua impossibile ma musicalmente gradevole. Un mondo infilato in un altro mondo e che convive nella totale normalità.

 

Non è sempre stato così, anche se la storia della comunità cinese a Milano è lunga e sostanzialmente pacifica, guidata da una collaborazione guardinga ma all’insegna della parola d’ordine comune, “lavorare”, che ha prodotto nel tempo un rapporto anche istituzionale positivo. Ci sono stati, soprattutto nei decenni passati, momenti di decadimento e crisi. Culminati nel 2007, quando un banale controllo della Polizia urbana e la multa a un commerciante scatenarono una manifestazione “anti Comune” e pure dei tafferugli. Sindaco era Letizia Moratti, che prese la palla al balzo per intervenire su una situazione urbana ormai non controllata: “Nella nostra città non tolleriamo zone franche – disse –Ci dispiace per quello che è avvenuto oggi, ma l’amministrazione manterrà la sua posizione”. Non fu semplice, ma il patto proposto dalla Lady di Ferro meneghina – convivenza e migliori strutture in cambio di ordine e legalità – risultò vincente.

 

Nel 2011 si è inaugurata la zona pedonale, e Moratti potè commentare: “Non si parli mai più di italiani e cinesi”. Il risultato è la Chinatown di Milano di oggi, non esente da problemi, ma risanata e più “melting pot” di quanto non accada in altre città. Se così non fosse, anche i numeri sarebbero diversi. Milano è prima con 5.620 titolari di ditte individuali cinesi, l’11 per cento nazionale, in crescita del 38 per cento in sei anni e del 2 per cento in un anno. “In molti casi si tratta di imprese specializzate in alcuni settori – spiega Marco Accornero, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – I prodotti e servizi spesso sono dedicati alla comunità di appartenenza e contribuiscono a creare proposte nuove di mercato. Anche attraverso queste imprese, a Milano si creano rapporti con i paesi d’origine”.

 

Gli imprenditori cinesi a Milano si occupano soprattutto di commercio (1.701 su 2.733 in Lombardia e 19 mila in Italia attività tra ingrosso e dettaglio), alloggio e ristorazione (1.390 su 2.564 lombarde e 7 mila italiane tra bar, ristoranti e alloggi) e manifatturiero (1.032 su 2.509 e 18 mila attività) ma ci sono anche circa mille (su 2 mila regionali e 5 mila nazionali) che operano nei servizi alla persona tra parrucchieri e centri estetici, lavanderie e riparazioni. Tutto confermato guardando Via Sarpi e le strade limitrofe.

 

La particolarità sta però in una commistione non selettiva tra il tofu di Zhong, la torrefazione Coracao do Brasil e le diverse botteghe storiche italiane. In via Sarpi sono parecchi e, un tempo erano casa e bottega. Il Colorificio Sarpi è lì da trentadue anni, il Re della Baita (salumi e formaggi) dal 1939, la Cappelleria Melegari dal 1914, la Macelleria Sirtori dal 1931, l’Antico Parrucchiere della Paolo Sarpi dal 1937. Da Largo Gadda alla fine, dove si intravede il triangolo di cristallo della Feltrinelli, passando, a metà, in piazzetta Ho Feng Shan (“diplomatico e giusto tra le nazioni”, sta scritto) è un fiorire di negozi, molta tecnologia ovviamente.

 

Ma in Sarpi è arrivata anche la Finarte con un mega spazio per le esposizioni e le aste. E poi, c’è l’area pedonale. “In 7-8 mesi, ottocento metri di strada sono diventati pedonali. Detto fatto. Lavorare con la Moratti era fantastico”, spiega Fabio Marini, titolare con il fratello Franco e il padre Emo dei Magazzini Vittoria, negozio da uomo, bottega storica del 1938, specializzata in taglie forti. Clientela vip da Gerry Scotti a Cannavacciuolo che si serve di camicie, a Greg (Lillo) che prende i lupetti per gli spettacoli a Giovanni (del famoso Trio) che abita in Bramante. “Noi siam qui da sempre. C’è stato un momento in cui tutti vendevano perché i cinesi arrivavano con tanti soldi che era difficile rifiutare, offrivano tanto e pagavano in contanti. Ora non è più così”. Perché oggi, chi ha casa in Chinatown, se la tiene ben stretta. Vivere in una delle più belle zone della città, piace a tutti.

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