Un riso fortissimo

Paola Bulbarelli

Agricoltura buona, ma senza paura della scienza. Così la si studia e sperimenta alla Statale

C’è anche chi si è pentito ed è tornato sui suoi passi come l’attivista anti ogm britannico Mark Lynas, che dopo aver studiato a fondo la questione dei cambiamenti climatici ha capito di non poter più continuare ad avversare le tecnologie genetiche. Ma c’è anche chi di fronte a termini come manipolazioni, miglioramento genetico e mutante, ribatte adulterazioni e imbrogli, e non ne vuole sentir parlare. Eppure di rivoluzione verde si iniziò a parlare negli anni Sessanta con l’agronomo statunitense Norman Borlaug, quasi dimenticando che il vero artefice di straordinari cambiamenti fu l’italiano Nazareno Strampelli (relegato nelle nebbie dell’oblio perché considerato, a torto, un fascista), genetista straordinario che agli inizi del XX secolo combinò sapientemente ibridazione e selezione genealogica, testando numerose varietà di frumento fatte arrivare da ogni angolo del globo, dalle quali scaturirono piante con cui lo scienziato ricavò alcune decine di varietà (tra cui le celebri “Ardito”, “Mentana”, “San Pastore”). La resa fu straordinaria, le piante resistevano agli attacchi di ruggini e allettamento e la rivoluzione ebbe inizio davvero. Il tema è dei più dibattuti, in un mondo che inneggia al biologico e spara a zero su pesticidi e veleni. Ma è importante farlo con cognizione di causa come durante La Tavola dell’Innovazione, il gioco-laboratorio condotto da Piero Morandini, ricercatore del dipartimento di Scienze e politiche ambientali dell’Università Statale di Milano, e da Deborah Piovan, portavoce di Cibo per la mente, evento organizzato a Milano da Assobiotec in occasione della settima edizione della European Biotech Week.

 

“Il termine Ogm è un termine legale scritto in una normativa europea del 2001 e che da un punto di vista scientifico non ha alcun significato – spiega Piero Morandini – quel termine lo aborrisco, è una truffa linguistica e implica solo le piante modificate con le moderne tecnologie, la cosiddetta ingegneria genetica o Dna ricombinante, ma in maniera certa e senza alcun dubbio tutte le piante coltivate devono avere delle modificazioni genetiche più o meno profonde e che permettono di essere coltivate. Tutti i cereali e i legumi coltivati, ad esempio, non perdono più i semi quando sono maturi mentre il riso selvatico perde il seme alla maturità e così il mais e le altre piante”. Sembrerebbe tutto normale ma i timori di molti restano. “Ci sono tante interpretazioni: gli scienziati non si sono spiegati bene, ed è la spiegazione che non mi piace, oppure, e qui ci siamo, c’è tutto un mondo che ha vissuto sulla contrapposizione e sulle paure perché era efficace presentarsi come paladini della salute e del cibo sano senza che questo avesse attinenza con la realtà. Molte organizzazioni ambientaliste hanno vissuto e continuano a vivere di queste denigrazioni sulle scoperte scientifiche perché così attirano consenso”.

 

Partiamo dal fatto che in Italia non si possono coltivare Ogm. “Sì, ma ne importiamo quattro milioni di tonnellate all’anno. I dati della Fao parlano chiaro: Argentina e Brasile coltivano soia transgenica e derivati al 100 per cento e da noi arrivano al ritmo di diecimila tonnellate al giorno. Noi importiamo il 90 per cento di soia e il 50 per cento di mais e senza di quelli le nostre bestie morirebbero di fame, avrebbero molte meno proteine e produrrebbero molto meno”.

 

Quali sono le ricerche all’università su cui più vi applicate? “Studio la funzione del gene, sono un chimico, biologo molecolare e collaboro con altri ricercatori. Un mio collega, Fabio Fornara, lavora su un tipo di riso resistente al brusone, la principale malattia che colpisce il riso. Tutte le varietà italiane (l’Italia è il maggiore produttore di riso in Europa) sono caratterizzate da una resistenza al brusone di livello medio o medio-basso se paragonato con il livello di resistenza di altre varietà non-Eu. Il brusone, causato da un fungo, determina perdite importanti sia quantitative che qualitative alla produzione. Purtroppo molte della varietà cosiddette tipiche italiane sono poco resistenti e richiedono trattamenti fungicidi per contrastare la malattia. Studi genetici e di patologia hanno permesso di identificare diversi geni (meglio, le proteine corrispondenti a tali geni) della pianta che in qualche modo fungono da “appigli” per l’infezione del fungo; quando questi geni sono mutati, le piante diventano più resistenti alla malattia. Ci si attende che eliminando diversi degli ‘appigli’, la pianta diventi più resistente se non addirittura immune al brusone. Eliminare molti appigli nella stessa pianta è facile da pensare, ma difficile da realizzare con i metodi classici (mutagenesi, incrocio e selezione), potrebbe richiedere l’esame di decine di migliaia di piante, costi elevati e tempi lunghi, ma diventa possibile e veloce con le nuove tecniche ed in particolare con quelle che consentono il cosiddetto ‘Genome editing’ (revisione o correzione genomica). Pertanto l’uso delle tecnologie di editing fornirebbe strategie di lotta efficienti e durature nel tempo. Fornara manderà in Inghilterra e in Giappone il risultato dei suoi studi per le sperimentazioni a tutto campo perché qui in Italia, quel tipo di riso, non possiamo né coltivarlo e tanto meno sperimentarlo. La cosa più stupefacente è che se si prende una pianta di riso e la si mutagenizza con raggi X, raggi Uv, mutageni chimici, fisici, biologici, la si può utilizzare subito: mutazione casuale sì, con i metodi moderni no. Una contraddizione assurda”.

Di più su questi argomenti: