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Come si diventa leghisti

Siamo andati a Pisa, dove cinque anni fa i leghisti neppure esistevano e dove ora in alcuni quartieri sono al 40 per cento. Il degrado, gli immigrati, le paure, le distanze dalla vecchia classe politica e le radici del successo di Salvini. Da dove vengono delusione e rabbia? Viaggio in un’ex roccaforte rossa

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allegranti@ilfoglio.it

17 Settembre 2018 alle 10:55

Come si diventa leghisti

Matteo Salvini a cena sul fiume Arno (foto LaPresse)

Pisa. “Non ho votato e nemmeno rivoto. Non ci ritorno nemmeno se m’ammazzano. Oddio, però Salvini non mi dispiace su alcune cose, a proposito dei migranti”. Riva destra dell’Arno, quartiere Cep, Centro edilizia popolare. Tra il Bar Bimbo, il Caffè Tirreno e il Conad. Prima, nei ruggenti anni, c’era il Mercato Rosso. Simonetta da giovane era iscritta a Lotta Continua. Oggi le piace il ministro dell’Interno. “Sono troppi, a Pisa è pieno, fra un po’ si va via noi e vengono loro. Sinceramente basta. Non c’è lavoro e il comune ha pure dato la casa agli stranieri”. Qui al Cep la Lega a giugno ha preso quasi il 40 per cento. E non è neanche il record, visto che altrove – sul Litorale – si è toccato quota 47 per cento e quota 50. Qui si odia il Pd come un tempo i proletari del Cep odiavano il Pci che, scriveva Lotta Continua in un numero del 1971, “si ricorda più dei commercianti che di noi proletari”. E dire che cinque anni fa i leghisti nemmeno esistevano a Pisa. Alle elezioni del 2013 avevano ottenuto 125 preferenze in tutta la città, lo 0,35 per cento. Dopo un lustro i voti sono diventati 9.767, il 25 per cento. Per capire le ragioni del botto, che sono stratificate nel tempo e mettono insieme elementi locali e nazionali, disattenzioni degli ultimi dieci anni d’amministrazione, divisioni interne al centrosinistra e abilità della Lega nello sfruttare politicamente le paure della popolazione, senza dimenticare l’alta astensione, bisogna partire dal Cep, dove ti accoglie Sergio Cortopassi, sindaco socialista di Pisa tra il 1990 e il 1994. “E’ di sinistra consentire che ci siano parcheggi abusivi (che siano gestiti da italiani o immigrati cambia poco)? E’ di sinistra affrontare in un certo modo la questione dell’immigrazione, cioè non affrontarla? No. E’ un problema di destra il degrado della stazione? No, è un problema vero. E i problemi come questi si caricano sulle fasce più deboli. La sinistra – io sono di sinistra – è nata per rappresentare quelli che non erano rappresentati. Non occuparsi degli ultimi non è di sinistra”.

 

L’ex di Lotta Continua e gli stranieri: “Sono troppi, a Pisa è pieno, fra un po’ si va via noi e vengono loro. Sinceramente basta”

Cortopassi vive in questo quartiere da 43 anni, ci ha cresciuto due figlie. “Qui c’è stata una mescolanza di borghesia e proletariato”. Basta vedere chi ha vissuto al Cep. Come il professor Bruno Guerrini, ex rettore dell’ateneo di Pisa, scomparso nel 2011, nato a Siena e rimasto contradaiolo per tutta la vita, padre di Simone Guerrini, pisano, oggi capo della segreteria del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, già capo dei giovani della Dc, ex dirigente di Finmeccanica, amico d’infanzia di Enrico Letta, pisano come lui. “Non è il Cep di Napoli o Palermo”, racconta Cortopassi prima di andare subito al punto. “Come tutti i pensionati, prendo l’autobus. Io l’avevo detto anche a Marco Filippeschi, il sindaco precedente: montate sulla linea 5 – quella che collega il Cep, Putignano, Rigliano, tutte le zone rosse della mia Pisa – e capirete, vi accorgerete di cosa dice la gente. Il Pd ha vissuto in una fortezza inespugnabile. Ora, non è che la giunta uscente avesse fatto così male. Basta guardare le condizioni finanziarie del comune, che ha un debito bassissimo e soldi che purtroppo non poteva e che neanche oggi può spendere a causa del patto di stabilità”. Il voto di giugno, spiega, “non è susseguente a uno sfracello. E’ che si sono logorati i rapporti fra l’amministrazione e la popolazione. Si sono sommati effetti locali a effetti nazionali, ma l’amministrazione ci ha messo del suo. Non è che dovessero inventare chissà che cosa, bastava accorgersi di un malessere”. Il Cep, dice Cortopassi, “non è un quartiere malfamato, è uno dei migliori di Pisa, finisce dove inizia San Rossore, ma la gente aveva bisogno di interlocutori che la rassicurassero per le nuove paure. E’ questo che si avverte fra le persone più fragili. La zona del Cep ha sofferto di malesseri nuovi”. E la Lega, dice l’ex sindaco, “a suo modo ha soddisfatto le richieste della gente, facendosi carico dei problemi di Pisa, dalla sicurezza all’immigrazione, allo spaccio. Sicuramente hanno interpretato il bisogno di una larga fascia della popolazione più popolare che il Pd non ha invece soddisfatto. A certe fasce popolari, se il pil aumenta dell’1,5 per cento non gliene frega niente perché non sentono niente. Al Cep ci sono pensionati minimi, qualcuno non ha neanche la pensione. Un tempo per i tossici c’erano i salesiani, che hanno fatto un grande lavoro, oggi non ci sono più nemmeno loro. Io glielo dicevo: montate sulla linea 5 e capirete. Alla fine non ci sono montati. Vede, i cattolici si occupano degli uomini nell’aldilà, la sinistra dall’Ottocento in poi si è sempre occupata degli uomini nella parte terrena. Ma se non ti occupi degli umili perché hai la puzza sotto il naso poi loro ti puniscono”. L’importante, dice Cortopassi, “è come ti vede la gente. Se ti vede lontana, puoi anche essere nuovo ma non serve a niente. E il Pd era visto male e lontano, con una classe politica vecchia e distante dai problemi della gente. Quindi io capisco chi ha votato leghisti e Cinque stelle: Lega e M5s sono uguali alle persone che li hanno votati. La classe politica del Pd invece è una cosa esterna, per non dire estranea”. Bastava poco, insiste Cortopassi. Invece nessuno ha voluto farsi carico della ristrutturazione della parte storica del Cep, “che ormai ha quasi 70 anni e fu fatto dal ministro democristiano Giuseppe Togni negli anni Cinquanta. In Italia non cascano solo ponti”. 

 

Il sindaco socialista dei primi anni 90: “Se non ti occupi degli umili perché hai la puzza sotto il naso, poi loro ti puniscono”

E’ così, pezzo dopo pezzo, che s’è sfilacciato il rapporto fra popolazione e classe politica di centrosinistra. Basta farsi un giro tra Cep, Riglione, Putignano, per capire che a Pisa la classe dirigente ha avuto difficoltà a gestire le contraddizioni di una città che ha grandi eccellenze universitarie (Sant’Anna, Scuola Normale Superiore) e grandi fragilità che vanno a colpire i ceti medio-bassi e bassi. “I dati – dice l’assessore alle Politiche sociali Gianna Gambaccini, oggi leghista ma un tempo Pd – testimoniano l’elevata presenza nel territorio pisano di cittadini extracomunitari, peraltro appartenenti a fasce economiche piuttosto basse, in quanto aventi diritto alle case del patrimonio dell’edilizia popolare. Considerando che nell’attuale contesto storico numerosi cittadini italiani versano in condizioni di difficoltà economiche se non in grave indigenza, viene naturale pensare che molti extracomunitari risultino negativamente competitivi nei confronti della popolazione italiana indigente. Nessuno nega l’accoglienza quando si tratta di fasce di popolazione straniera che integrano e potenziano la nostra economia, ma è veramente sempre più difficile pensare che l’attuale modello di accoglienza sia sostenibile in termini economici e sociali”. I numeri, nel dettaglio: secondo i dati del Comune gli assegnatari di alloggi Erp a Pisa sono 3.120, di cui 2.845 italiani e 275 stranieri, fra comunitari ed extracomunitari. Nella graduatoria pubblicata nel 2018 i richiedenti sono 826, di cui 412 stranieri e 414 italiani. Poche richieste saranno accolte, naturalmente.

 

Una questione d’insicurezza

 

Un altro problema sentito è quello della sicurezza. E’ sufficiente sfogliare una qualunque cronaca locale per leggere del “furto con spaccata a Ospedaletto: via il bancomat col carroattrezzi” oppure, sotto l’occhiello “incubo furti”, il titolo di prima pagina del Tirreno: “Ladro seriale svaligia un bar”. Pisa è la decima provincia d’Italia per numero di reati in rapporto agli abitanti, stando al primo rapporto Censis sulla filiera della sicurezza in Italia, datato giugno 2018. “Dati della Questura di Pisa – spiega Confcommercio – confermano la media di 36 furti al giorno. Scomponendo il dato dei furti si scopre che i furti presso le attività commerciali sono aumentati del 5 per cento nel capoluogo e del 9 per cento in provincia”. Pisa risulta sesta tra le province italiane con 9,1 rapine ogni 100 farmacie. E ancora – dati 2016 – analizzando il dato ufficiale Istat dei furti nel 2016, Firenze registra 3.272,9 furti ogni centomila abitanti, mentre Pisa è a un passo con 3.178,1 furti ogni centomila abitanti. “Non c’è dubbio che la sicurezza sia stato il tema fondamentale della campagna elettorale, in una città come Pisa in cui, non solo la percezione di cittadini, commercianti e imprenditori denuncia una situazione di fortissima criticità, ma anche le più differenti statistiche ufficiali confermano in tutta la sua drammaticità”, dice Federico Pieragnoli, direttore di Confcommercio Pisa. “In queste prime settimane ci sembra positivo il lavoro che stanno mettendo in campo forze dell’ordine, polizia municipale e amministrazione comunale per garantire più sicurezza a cittadini, commercianti, turisti. Interventi, controlli, sequestri, sgomberi, siamo in presenza di una vera e propria inversione di tendenza, alla quale guardiamo con grande fiducia dopo anni di inaccettabile lassismo e di testa sotto la sabbia”. La sicurezza è un fatto privato, per ricchi: chi può permetterselo, riempie la casa di telecamere e guardie giurate, e magari non basta. Chi non può permettersi la sicurezza privata, s’arrangia e quando può punisce la classe dirigente alle elezioni.

 

 

Il direttore di Confcommercio: “In queste prime settimane ci sembra positivo il lavoro di forze dell’ordine e amministrazione comunale per garantire più sicurezza a cittadini, commercianti, turisti

“Ci sono troppi furti”, dice la titolare di una ferramenta a Riglione, non lontano dal circolo dove il Pd di Pisa organizzava la sua storica festa il primo martedì dopo Ferragosto. Quest’anno non si è fatta. I dirigenti del circolo durante la settimana non ci sono. “Vengono solo il sabato pomeriggio, guardi, si mettono in fondo sotto quel tendone lì e discutono di quello che devono discutere”, dice una signora dai capelli rossi e grossi occhialoni da sole. Anche lei non è andata a votare, come tanti suoi concittadini. “E’ finita, è finita…”. Ma i pisani sono diventati tutti leghisti? “No, io non sono leghista, io non sono per nessuno. Tanto quando arrivano lì sono tutti uguali. Quando arrivano in poltrona pensano solo per sé. Renzi cosa ha fatto? Il Pd s’è scisso, uno di qui, D’Alema di là; o che partito è? Maddai, ti sdubbiano queste persone”. Ma lei è di sinistra? “Di sinistra? Io ero per Berlinguer!”. “Eravamo tutti comunisti”, aggiunge un signore con i capelli bianchi accanto a lei, che rincara: “Eravamo comunisti veri, falce e martello. Ma ora no, non vado nemmeno a votare. Noi si vòta solo il vaso da notte”, aggiunge scherzando.

 

Perché il Pd ha perso (per diventare il partito della borghesia cittadina). Furti, centro storico svuotato, nostalgie del Pci. E un elettore di sinistra trova in ospedale un’altra spiegazione

 

Anche a Riglione la Lega è andata forte. E anche per questo il Circolo di Riglione-Oratòio ha annunciato l’annullamento della festa: “C’è stanchezza tra i militanti per come sono andate le cose. Le ripetute sconfitte degli ultimi anni, vissute come il risultato di un’incapacità del partito a stare dalla parte giusta. Uguaglianza e democrazia. Misurarsi con i bisogni reali delle persone, assillate quotidianamente dai tanti problemi generati dalla società delle incertezze sociali che finisce per generare insicurezze e paure crescenti. Non si può fare con le agenzie e la propaganda. Può funzionare solo per un po’ di tempo”. Dunque, “si è perso perché nei quartieri popolari, là dove si annidano disagi e diritti sociali ampiamente negati, la nostra gente ci ha abbandonato. Si è perso perché una parte importante dei ceti produttivi pisani, piccole imprese e professionisti, solitamente orientata, almeno alle elezioni amministrative, verso il centrosinistra, ha scelto di andare a destra”.
Ricapitolando. Sicurezza, degrado, decoro, immigrazione, ma anche difficoltà a gestire 50 mila studenti in una città di 90 mila abitanti. Il che vuol dire centro storico svuotato di residenti, che hanno affittato la casa agli studenti e si sono trasferiti nei comuni limitrofi, tipo Cascina o San Giuliano Terme, ma anche esplosione di locali notturni e “malamovida”, come la chiamano i comitati cittadini. Mescolate tutto e avrete la vittoria leghista.

 

La militante di sinistra: “E’ finita, è finita… Eravamo comunisti veri, falce e martello. Ma ora no, non vado nemmeno a votare”

Ad agosto, alla festa del Pd di Livorno, un elettore di sinistra livornese preoccupato per il risultato pisano, praticamente un essere mitologico, se n’è uscito così, rivolgendosi a Matteo Orfini intervistato sul palco: “Mi dovete spiegare una cosa. Come mai noi s’è perso a Pisa? C’è stato un sviluppo esagerato di industrie, di lavoro, eppure… Il mio punto di vista è uno solo: quando uno va all’ospedale di Pisa, come si fa tutti, c’è trenta neri che ti vengono davanti. La Lega ha vinto in quella maniera”. Analizziamo la questione. Le industrie a Pisa sono sempre meno, come dimostrano i dati della Camera di Commercio. Tra il 2009 e il 2017 il settore del turismo, ristorazione e alloggio è cresciuto, a scapito degli industriali, il cui saldo è negativo: -421 tra calzaturifici, mobilifici, industrie meccaniche (-7,3 per cento) mentre il saldo è super positivo (+658) per bar e ristoranti, pari al 29,6 per cento in più di attività. E la gestione dell’immigrazione, posta dal signore, è stata un problema? “Anche io sono convinto che non c’è stata invasione numerica”, risponde Cortopassi. “Però se in una piccola città come Pisa ci sono persone che non fanno niente, che fanno circolare droga, che vivono ai limiti – ai limiti si fa per dire – e nessuno se ne occupa, ecco, ho forti dubbi a pensare che questo sia di sinistra”.

 

Cambiamo zona. Corso Italia. Qui, in centro, il Pd ha tenuto. Ormai la geografia del voto nelle città un tempo governate dal centrosinistra si divide in ztl e quartieri popolari. “Il Pd è diventato il partito della ztl”, ammette Antonio Mazzeo, lucano di origine, arrivato a Pisa nel 1996 per studiare all’università, oggi consigliere regionale, ex vicesegretario del Pd toscano, vicino a Matteo Renzi (adesso non gli dispiacerebbe vedere Marco Bentivogli candidato al congresso). 

 

Le divisioni nella sinistra e i mesi passati a discutere sul candidato giusto. Ma poi “piacciono quelli che si presentano con l’aria del decisionista”. Il “people mover”, apparso alla fine come uno spreco, una cosa inutile. A Pisa grandi progetti strategici. Alla gente però “sono mancate le piccole cose”. Il voto come punizione

 

“Noi – dice seduto al tavolo dell’Ars Cafè & Bistrot, bresaola, bottiglietta d’acqua e caffè – abbiamo perso consenso più che tra gli ultimi, dove comunque abbiamo ancora la capacità di dialogare, nella fascia che un tempo era medio bassa, che vede l’immigrato come un competitor per avere le case popolari o per il lavoro del figlio. Dove abbiamo preso voti invece? Dove c’è la borghesia della città. Per questo dico che siamo diventati il partito della ztl. Il messaggio ‘il jobs act ha creato un milione di posti di lavoro’, che è un messaggio vero, al Cep o in altre parti della città in cui c’è una famiglia con un figlio che ha perso il lavoro e l’altro che non l’ha trovato è diventato un boomerang. Siccome non siamo riusciti ad arrivare a un livello pre-crisi di occupazione, tante famiglie – quelle dei penultimi – vivono una grande difficoltà e non ci reputano credibili”. Secondo Mazzeo hanno pesato molto anche le divisioni. Il centrosinistra e la sinistra hanno passato mesi a discutere sul candidato giusto, poi alla fine il Pd ha scelto Andrea Serfogli – ex assessore al Bilancio della giunta Filippeschi, quindi in totale continuità con la gestione precedente – dopo il gran rifiuto dell’ex deputato Federico Gelli, un tempo vicino a Renzi, oggi in rotta. La sinistra è andata per fatti suoi, il Pd s’è presentato con alcune liste civiche che però non sono riuscite a eleggere nemmeno un consigliere. “Nessuno di noi ha capito la gravità del tempo che vivevamo. Un dirigente che ha avuto tanto dal nostro partito in questi anni come Federico Gelli – era la candidatura che univa tutti – ci ha detto che non era disponibile. Ma se vieni considerato indispensabile e dal partito hai avuto appunto tanto non puoi tirarti indietro”. Poi ha pesato, dice Mazzeo, la distanza dell’amministrazione dalle richieste della gente su alcuni temi. “Zona della stazione. Vivevo lì dieci anni fa, quando mi candidai in consiglio comunale, nel 2008. L’ultima sera misi su tutte le macchine un volantino in cui scrivevo che serviva un cambio di passo sul tema della sicurezza. C’erano troppi furti e servivano maggiori controlli sui negozi cinesi”. In via Amerigo Vespucci è nata infatti negli ultimi quindici anni una sorta di Chinatown. “Mi ricordo che fui fermato da Marco Filippeschi, allora candidato sindaco, che mi disse: ‘Che fai, fai lo sceriffo?’. Lo ricordo come se fosse oggi. Quel tema andava affrontato prima e per tempo ascoltando i cittadini”. In effetti la zona della stazione – come altre città, a dire il vero – non si presenta bene. “Quando l’amministrazione non ascolta i cittadini fino in fondo è un problema. Così abbiamo lasciato campo libero alla propaganda becera della Lega, che ha usato i comitati e le famiglie per far passare il suo messaggio. Noi abbiamo pensato di vivere di rendita”.

 

Paolo Fontanelli, sindaco di Pisa dal 1998 al 2008, ex deputato del Pd poi passato a Mdp, dice che le motivazioni della sconfitta sono due. Anzitutto c’è un elemento generale, nazionale, e riguarda la popolarità del leader della Lega. “L’elemento prevalente è sicuramente quello nazionale: la spinta di Salvini sul piano sicurezza e immigrazione. E sul piano nazionale la spinta c’è stata perché Salvini ha interpretato un malessere sociale che c’è; la gente delle classi bassi si vede impoverita. Ma è una situazione che riguarda anche i ceti medi. Hanno visto che le cose non gli vanno più come prima, sono impauriti. Così passa un messaggio più semplificato, il nemico è l’immigrato. Gli è stato dato un motivo per sfogare questo malessere, e anche a Pisa si è visto. Ovviamente una parte degli elettori erano già di centrodestra, però la Lega ha raccolto voti anche a sinistra. In famiglie di ceti medio-bassi scontenti, delusi dalle politiche della sinistra e del Pd in questi anni. Secondo me quelli che facevano i ‘renzisti’ poi sono andati a finire con Salvini o, in precedenza, con Di Maio. Piacciono quelli che si presentano con l’aria del decisionista”.

 

Garbano ai giovani, per esempio. “Ho trovato alcuni compagni incazzati perché i figlioli hanno votato per la Lega. Hanno leticato, hanno chiesto perché e la risposta è stata: ‘Perché è di moda’. Si tratta di ragazzi che non hanno nessuna informazione o formazione politica; nei gruppi passano certi messaggi. Tra i giovani è passato questo”. Questo per quanto riguarda il dato generale. “Sul piano locale ha pesato nella città un logoramento serio dei rapporti dell’amministrazione con la città negli ultimi anni. C’è un senso di distacco, una mancanza di relazione, in parte dovuta anche anche alla crisi dei partiti e in parte dovuta alla scontentezza verso l’amministrazione”. Grande dibattito, osserva Fontanelli, è stato fatto attorno al people mover, una navetta automatizzata senza conducente che collega la stazione ferroviaria all’aeroporto viaggiando su monorotaria, inaugurata nel 2017. Peccato che sia sempre vuota e che in campagna elettorale sia diventato un argomento di critica da destra e sinistra. “La realizzazione del people mover che ha visto un investimento rilevante anche se in parte significativa legato a risorse europee, è stato gestito in maniera tale che alla fine è apparso uno spreco. Una cosa inutile. San Giusto, il quartiere dove è stato realizzato, è migliorato nell’assetto degli ultimi anni anche grazie al people mover – prima i passaggi a livello spezzettavano il quartiere – ma per far funzionare i parcheggi si è tolto la linea del bus che i cittadini usavano”.

 

Il degrado mi aggrada

 

Il neo sindaco Michele Conti, leghista da pochi mesi con un passato di consigliere comunale in Alleanza Nazionale, ha annunciato un’ordinanza contro i bivacchi in centro. Non è una novità, già l’amministrazione Filippeschi aveva provveduto. I tentativi sono cominciati nel 2014 per cercare di frenare il degrado. L’ordinanza poi è stata allargata anche a piazza Vittorio Emanuele, dove sono stati affissi i cartelli del comune per il “Daspo urbano”, un ordine di allontanamento dall’area per 48 ore per chi è ubriaco (da 51 a 309 euro), commette “atti contro la pubblica decenza e turpiloquio” (da cinquemila a diecimila), pratica commercio abusivo (da 2.500 a quindicimila) e attività di parcheggiatore abusivo (da mille a 3.500, da duemila a settemila se con impiego di minori). Queste ordinanze però non non sono servite a granché. Poche decine di metri più avanti c’è un commercio florido, trovare della droga in pieno giorno non è facile, così come un paio di scarpe da una tizia che vende disperatamente un paio di Nike taglia 42. Un paio di altri tizi pisciano a cielo aperto, uno è di colore, l’altro no. I carabinieri fanno una passeggiata, i vigili ne fanno un’altra. Le passeggiate sembrano servire a poco.

 

Il proprietario dell’albergo da anni testimone di “scene di degrado, spaccio, furti, risse. La nostra lotta è stata contro l’amministrazione che c’è stata finora. Ma non c’entra che fosse di sinistra

Andrea Romanelli è il gestore dell’hotel La Pace, in zona stazione, di proprietà della sua famiglia fin dai primi del Novecento. Alle ultime elezioni ha votato Lega, come molti altri suoi concittadini. Ogni giorno assiste allo spettacolo di vendita di droga e furti nelle strade intorno alla sua struttura, appena ci vediamo estrae subito il cellulare con la foto – scattata dalla finestra del suo ufficio a piano terra – di una vendita di “palline” di plastica, contenenti droga. Capita che i suoi clienti – quest’estate è successo con una quindicina di persone – scappino dopo essersi appena affacciati. “Non ne faccio assolutamente una questione politica. Per me ci sia chi vuole a governare. Io parlo da imprenditore del settore turistico che da anni ormai è costretto a combattere con scene di degrado, spaccio, furti, risse, durante il giorno e ora anche la notte. Prima il brutto era di giorno, mentre la sera quando chiudevano la Snai, uno dei più grandi poli che attrae questa gente, e poi soprattutto i mini market, era vivibile. Ora, con la liberalizzazione delle licenze questi mini market stanno aperti a tutte le ore del giorno e della notte. Io sono passato di qui spesso la sera alle nove, le dieci, le undici e c’è il disastro. Fuori in galleria, davanti alla Snai o davanti a un minimarket bruttissimo in fondo alla strada ci sono gruppi di 20-30-40 persone fra extracomunitari, tossicodipendenti, e barboni tutti sbiaccati lì, nonostante ci siano dei decreti che vietano la vendita delle bottiglie. I cartelli anti bivacco? Fanno ridere; a che serve farli pure bilingue se poi il turista passa e vede questa roba? Non solo. Ci sono danni alle macchine, furti, vetri spaccati per rubare un euro o un caricabatterie. Questo è quello che succede tutti i santi giorni. La nostra lotta è stata contro l’amministrazione di sinistra che c’è stata finora. Ma non c’entra che fosse di sinistra. Tu sei il mio amministratore, io sono un imprenditore, pago le tasse, ti chiedo solo le condizioni per poter lavorare. Non chiedo mica altro. Ora è cambiata la giunta, si sono insediati a fine giugno. Non è che per noi va tutto bene. Però aspettiamo, lasciamoli lavorare. Da luglio ad adesso abbiamo visto fare qualche intervento un po’ più incisivo. Se ci creano le condizioni per lavorare bene, siamo felici, anche se alla fine lo ritengo un nostro diritto; qualora le condizioni non si dovessero verificare io non ho nessun problema a ritornare, ad attaccare e denunciare sui giornali”.

 

Ma Pisa non è solo degrado e mancanza di sicurezza. Non è solo una città di passaggio, dove l’aeroporto punta ad arrivare a 6,5 milioni di passeggeri l’anno e la stazione già adesso ha toccato 13 milioni di passeggeri. “Pisa – riprende Mazzeo – è una città in cui noi abbiamo fatto grandi progetti strategici. Basta vedere com’è corso Italia oggi e come era prima. Il camminamento, le mura quasi tutte recuperate, abbiamo ridato alla città un pezzo di cultura, come i Vecchi Macelli, che è diventato un centro di aggregazione culturale. Oppure il recupero degli Arsenali medicei. Tutte cose fatte con i grandi finanziamenti che siamo riusciti a intercettare. Ma alla gente, che ci riconosce questa grande progettualità, sono mancate le piccole cose. Il decoro urbano, la sicurezza, la pulizia e dei fossi nelle zone periferiche”.

 

Insomma, è così che si diventa leghisti. Magari non per convinzione, non per rito dell’ampolla riempita con le acque dell’Arno (anche se nel 2018, con la Lega nazionalista, non usa più), non per ideologia, ma per mancanza di alternativa.

 

Ma i pisani sono davvero diventati leghisti? La domanda è un ritornello. “No, i pisani finalmente si sono rotti i coglioni”, sintetizza Romanelli. E le alternative a Pisa erano poche: o stare a casa (e molti sono stati a casa) oppure votare “per il cambiamento”, cioè Cinque stelle e Lega. “A Pisa c’è chi ha detto: ‘Resto comunista ma voto Lega’. Gli elettori si sono rivolti a Salvini come momento di protesta. Il problema è che questo ha consentito la diffusione di posizioni decisamente razziste e anti immigrati”, dice il politologo Mario Caciagli. “Ma c’è anche un altro fatto che tutti dimenticano. A Pisa il 41,5 per cento degli elettori non è andato a votare. Certo, resta comunque l’interrogativo di fondo: come mai il disagio e la mancanza di referenti politici sono sfociati in un moto di discriminazione e di razzismo contro quei pochi neri che ci sono a Pisa? Questo senso di risentimento desta preoccupazione, perché si pensa che Salvini sia salvifico”. Dunque è una questione di percezione? “Ce lo dicono i sondaggisti”, spiega Caciagli. “A fronte di un 7 per cento di immigrati realmente presenti in Italia, la percentuale percepita è pari al 25. Con le percezioni non si può fare niente, è una questione di psicologia collettiva”.

 

“I pisani hanno punito chi non ha governato bene e si è dimenticato di loro”, dice un ex assessore del Pci

Ma è possibile che sia tutta percezione? “L’amministrazione comunale precedente non ha pensato in modo dovuto ai quartieri periferici”, dice Carlo Scaramuzzino, presidente del circolo Arci di Putignano, ex assessore del Pci, oggi in Sinistra Italiana. “Per questo alla fine non c’è stata sorpresa per la vittoria della Lega, che di fronte a una situazione del genere ha capito bene come farsi avanti, giocando sul malessere dei cittadini. Diciamo anche che in questi quartieri, storicamente di sinistra, negli ultimi dieci anni gli elettori non si sono sentiti rappresentati da chi governava. Sopratutto le persone anziane. Tenga presente che in questi quartieri c’è stata una modifica seria della composizione sociale. Queste zone sono diventate periferie ma a Putignano una volta c’era la fabbrica ed era un quartiere operaio: lavoravi in fabbrica, vivevi qui. Ora ci sono solo residenti, che non fanno vita di quartiere. Quindi il tema della sicurezza è diventato prevalente. E’ venuta ad abitare un po’ di gente non benestante che col mutuo s’è comprata la casa. Torna la sera e vuole stare tranquilla”. La crescita dei furti ha spinto le persone a ragionare di più su questi temi. “Così ha vinto la propaganda della Lega, ma negli ultimi 4-5 mesi non è cambiato nulla. Pochi giorni fa c’è stata un’aggressione a una donna di oltre 80 anni. Come prima. Certo, nel quartiere di Putignano ci sono gli accampamenti rom, a Ospedaletto. Ci sono accampamenti spontanei lungo il fiume. Ma non è stato dimostrato che a rubare siano i rom, anzi l’unica rapina a mano armata l’ha fatta gente tranquillamente italiana”. Ma i pisani sono davvero diventati leghisti? “No, hanno solo punito chi non ha governato bene e si è dimenticato di loro. E la sinistra non ha saputo distinguersi dal Pd. La sinistra è stata anzi associata al Pd, nonostante le critiche rivolte all’amministrazione precedente nel corso degli anni”. Secondo Scaramuzzino il centrosinistra pisano ha realizzato “grandi opere senza un legame diretto con i quartieri e con i problemi della popolazione. Grandi opere che non hanno un legame con la quotidianità. Faccio un esempio. A Putignano c’è stata la richiesta di avere delle telecamere in alcune zone centrali. Ebbene, non sono mai stati trovati 10 mila euro per le telecamere ma i soldi per una grande opera sì”. Come il Pisa Mover, dice Scaramuzzino. “E’ stato realizzato ma ha difficoltà a diventare operativo. Ed è difficile spiegare alla gente che i soldi hanno paternità e vincoli, pensa solo che la politica spende 70 milioni per il people mover ma non riesce a trovare 10 mila euro per qualche telecamera. In primavera sono stati rotti i vetri della scuola e per un mese i bimbi sono stati a far ginnastica sotto il tendone del circolo. Questo è il punto: i grandi problemi infrastrutturali vanno risolti ma la quotidianità della vita, specie per anziani e ragazzi, va seguita anche quella”. Oggi, dice Scaramuzzino, “non si costruiscono case popolari. Sono poche rispetto al fabbisogno, sono case di risulta che vengono recuperate. Se ne fanno 40-50 all’anno. Questo è stato un tema sparito dalla campagna elettorale, così come il lavoro. E lì ha sbagliato la sinistra, perché ha accettato che tutto il dibattito fosse sull’immigrazione e la sicurezza. Come se fossero quelli i problemi principali di Pisa, rispetto a lavoro e disoccupazione giovanili. Non è che se spariscono gli ambulanti abusivi si risolve un problema primario della città. Non cambia nulla in termini di sicurezza. Il sindaco annuncia ordinanze anti degrado, che però ci sono da 5 anni ed è difficile che funzioneranno se non ci sono controlli veri. Il problema non sono i clochard che dormono sotto le Poste o la provincia, ma i ladri e i furti violenti. D’altronde la parola ‘clochard’ non è pisana, eh. L’insicurezza è data dai furti. Il problema della sicurezza c’è ogni giorno, la cronaca dei giornali è fatta di pagine dedicate alla microcriminalità. La Lega ha fatto campagna elettorale dicendo che i vigili dovevano cambiar mestiere, è stato tutto un rincorrersi tra chi voleva assumere dieci vigili, chi venti e chi trenta. Insomma la domanda era: quanti vigili assumiamo? Ma io dico, assumi dieci ingegneri per il Comune, dieci medici in più nelle strutture sanitarie. Basta andare la mattina al Cup di via Garibaldi per capire che caos c’è, con cinquanta persone in fila per sapere tra quanti mesi avranno un appuntamento; tra tre mesi a Pontedera, tra quattro a Volterra. Oppure fai prima e vai nel privato”. Altro problema è il rapporto tra università e città. Cinquantamila studenti per novantamila abitanti sono tanti. “Quando io sono venuto a Pisa, a metà degli anni Sessanta, all’università eravamo cinquemila iscritti. E già c’erano problemi e ancora non c’era l’ospedale di Cisanello. Noi fuorisede eravamo duemila. Con cinquantamila studenti il centro storico, che va protetto, non è facile da gestire. Per questo l’organizzazione della città va ripensata”.

 

Una trentina d’anni fa la città decise di mantenere in centro le sue università, che però piano piano però si sono allargate. Fontanelli, cresciuto alla scuola di Adrio Puccini, storico sindaco di Santa Croce sull’Arno – ex operaio, ex deputato del Pd poi passato a Mdp – provò con l’allora rettore Luciano Modica a trovare una soluzione. “La scelta di lasciare tutto in centro – dice Fontanelli – produsse degli effetti. Siccome l’università era in espansione, si allargò a macchia di leopardo. Aggiunse pezzi, dando risposte alla proprie esigenze di crescita in modo sparso, senza un reale coordinamento con il disegno urbanistico e le funzioni del comune, avvalendosi di una normativa che dà all’università un proprio potere autonomo rispetto a queste scelte. Produsse un effetto negativo: l’università, espandendosi in questo modo disarticolato e spezzettato rendeva più complicato l’esercizio delle funzioni complessive della città, in termini di servizi, di mobilità. E’ stato un problema serio, su cui nella fase successiva si è dovuto intervenire, cercando di ricucire”. Un intervento che iniziò proprio con Fontanelli sindaco e Modica rettore, per accorpare e rendere più omogenei gli investimenti fuori dal centro storico. In questo peraltro, dice Fontanelli, “è cambiata la domanda e quindi l’economia della città e il suo assetto commerciale. I numeri sulle abitazioni lo dimostrano. “Il centro ha una potenzialità di 24-25 mila persone. Ma la metà o forse più sono studenti fuorisede, che prendono gli appartamenti in affitto”.

 

E i vecchi residenti – un tempo, alla fine degli anni Settanta, oltre centomila – sono finiti appunto nei comuni limitrofi. Come Cascina, che oggi fa 45 mila abitanti. Già, Cascina non è importante solo demograficamente ma anche politicamente. Il merito della vittoria di Pisa è anche di Susanna Ceccardi, sindaca di Cascina dal 2016 e possibile candidata alle elezioni regionali del 2020. E’ stata lei a puntare su Conti. “Il modello Pisa va applicato in tutta la Toscana”, dice oggi, dopo essere riuscita a far eleggere in Parlamento due suoi assessori (alla Camera) e una consigliera comunale (al Senato). “Io sono diventata leghista per reazione. Da una parte c’era la sinistra, dall’altra Forza Italia assolutamente prona rispetto a una sinistra imperante in Toscana. La destra invece non appartiene alla mia storia famigliare. I miei erano di sinistra, ora votano la Lega da tanti anni. Prima che la votassi io. Il fratello di mio nonno era partigiano, è morto partigiano ammazzato dai fascisti della X Mas. Io non potevo entrare in casa con la tessera di An altrimenti non mi facevano più entrare. Quindi l’unica forza radicale di opposizione a questo sistema, in Toscana ma anche a livello nazionale, era la Lega. E da sinistra hanno cominciato a votarla perché uno di sinistra del Cep che non poteva votare An per vari motivi storici di appartenenza e non può votare Forza Italia perché non è alternativa al Pd e al suo sistema di potere vota la Lega, perché riconosce che l’immigrazione è un problema sociale per i più deboli e vede in Salvini una persona semplice. Lo chiamano populista? Forse il populismo è un fenomeno più di sinistra che di destra, se uno lo analizza nelle radici. Salvini non un è fighetto che se la tira, come qualcuno che abbiamo avuto noi”.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    17 Settembre 2018 - 17:05

    Caro Allegranti, sono pisano doc. La sua analisi report è onesta. Ma il nodo nativo, consustanziale della sinistra è che da 150 anni, ha sempre giocato al Lotto e, milioni di brave, oneste persone li hanno seguiti, l'ambo 67 - 94. Finché è rimasta la convinzione che, potesse uscire, l'ambaradan reggeva. Poi + uscito l'89 e tante brave, oneste persone hanno smesso di giocare al lotto, l'ambo dell'impossibile o tentano quello del 32 - 17- Lievemente, amichevolmente eh, sine ira ac studio.

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  • Giovanni Attinà

    17 Settembre 2018 - 16:04

    Le vicende delle roccaforti rosse innamorate di Salvini ricordano quello che è avvenuto nelle stesse zone con il passaggio dall'enfasi del fascismo all'antifascismo viscerale. Un po' di coerenza per queste roccaforti non guasterebbe.

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    • Skybolt

      17 Settembre 2018 - 18:06

      Ha mai parlato con un romagnolo inc..., diciamo molto arrabbiato? O con un toscano, anche mediamente irritato? SI ricorda l'aneddoto, non si sa se vero, ma sicuramente verosimile, raccontato da Giorgio Bocca, tra gli altri? A Predappio dopo la fine della crisi di Matteotti, Mussolini va in visita e tiene un comizio nella fu Casa del Popolo. Dopo un po' di giri di parole, arriva il clou: "Dove sono ora i socialisti rivoluzionari, i pacifisti, gli anti-interventisti, gli internazionalisti, gli spregiatori della Patria???" Voce dal fondo "Sem tuut kè, Benito!"

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  • stearm

    17 Settembre 2018 - 12:12

    Poi, scusate, se pure avere delle università che attraggono studenti è visto come un problema... L'alternativa a cui si anela è lo spopolamento. Della serie, meno siamo, meglio è. Alla fine sarebbe bello avere una città con 10 abitanti.

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  • stearm

    17 Settembre 2018 - 11:11

    Secondo me più che psicosi collettiva, c'è un malessere della convivenza. In queste condizioni anche prendere un autobus genera stress. Il contatto fisico con altri esseri umani è fonte di disagio. A prescindere anche dal colore della pelle, ma certo il disagio aumenta quando l'altro ha un altro colore, parla un'altra lingua o anche solo si alimenta diversamente. E poi c'è in tutti questi racconti un tratto comune che rimane non espresso: la nostalgia per un passato idealizzato. Ripeto, non è un problema di percezione, o meglio la causa di una percezione distorta della realtà è lo stress/disagio che porta il dover convivere con altre persone in carne ed ossa. Per qualche motivo, questo disagio è aumentato in maniera esponenziale. L'italiano di oggi anela all'isolamento, ovvero starebbe bene da solo, su un'isola deserta.

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