Appunti sull'Italia leghista

David Allegranti

Il reportage di David Allegranti da Pisa, ex roccaforte rossa, ora è un libro. Che spiega come siamo arrivati fin qua. Antipolitica, migranti, rom. Un'anticipazione con l'intervista al fumettista e regista Gianni “Gipi” Pacinotti

[Pubblichiamo un'anticipazione di “Come si diventa leghisti” (Utet). Il nuovo libro di David Allegranti in libreria da domani, martedì 19 febbraio. Il volume verrà presentato a Roma il 26 febbraio alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, alle ore 18.30. Con l'autore interverranno Giuliano Ferrara e il fumettista e regista Gianni “Gipi” Pacinotti]

 


 

Gipi (foto sotto ndr) ha cinquantaquattro anni ma sembra un ragazzo. Gipi abita a Roma, fuori dal raccordo, perché ha sposato una romana, ma odia Roma come me. Gipi dice che Roma ti fa diventare un mostro, arrivi qui e sei ligio alle regole e dopo un po’ non ti riconosci più. Gipi è di Pisa ed è sempre incazzato, ma non solo perché sta a Roma.

Abbiamo appuntamento per pranzo all’Osteria Cinti, dove lui è di casa. Sono appena in anticipo ma dopo poco eccolo che arriva, magro e dinoccolato come al solito. Camicia a righine, barba appena incolta, scende dalla Cinquecento e mi saluta sorridente, sorta di Dylan Dog in salsa pisana. Tutti lo salutano, “Ciao Gianni”, “Buongiorno Gianni”, “Oh, Gianni!”.

Oggi hanno pesce, quindi spaghetti alle vongole per due. L’energia famelica di Gipi mi contagia, per cui ordiniamo pure una frittura da dividere. Mi mette in guardia: “Oh, qui fanno un tiramisù che è la fine del mondo, tieniti uno spazietto”.

 

Gipi ha gli occhi che sorridono e s’accendono, non si distrae mai quando parli e si divora ciò che dici. Gli spiego il libro che sto scrivendo, parliamo dei leghisti che vincono a Pisa, la sua città. E come da copione si incazza. Perché Gipi è sempre incazzato, sì, ma ci sono alcune cose che lo fanno incazzare ancora di più. Tipo il deputato-assessore Edoardo Ziello che a maggio dell’anno scorso se l’era presa, in un post su Facebook, con la scuola Collodi di Pisa per “un ripugnante episodio di indottrinamento a danno dei giovani alunni”.

 

 

 

“Sì, ha scritto un post indignatissimo su Facebook perché alla Collodi di Pisa, la mia vecchia scuola, c’è stato un progetto di integrazione e una maestra aveva fatto una lezione dove aveva mostrato il rito della preparazione del tè che viene svolto nei paesi non occidentali. Questa cosa l’ha mandato fuori di testa. Ho visto questo post e mi ha fatto incazzare, soprattutto ci sono rimasto male per le centinaia di commenti di pisani a supporto di questa roba. Nella mia testa Pisa è un luogo di gioventù che non ho mai amato, non posso dire che fossi uno attaccato alla su’ città, però l’idea che fosse diventata quella roba lì mi andava ar culo”. Gipi ha mantenuto intatta la sua cadenza pisana. Non sono solo quei de’ che cadono ritmici alla fine delle frasi, è proprio tutto il suo modo di parlare a sembrare impermeabile per ora all’insidioso romanesco che tutti contagia, dentro e fuori dal raccordo.

 

 

Ma quindi i pisani sono diventati leghisti? “Non c’ho una risposta, però penso questo. Quando ero ragazzo e stavo lì erano tutti di sinistra. Non credo però che ci fosse una gran convinzione nell’esserlo a parte qualcuno. Era come se ci fosse un vento, le persone venivano mosse da quel vento. Io ero di sinistra di default”.

Eri? gli chiedo mentre il cameriere viene a portare il vassoio, le pinze di metallo appoggiate su una vera montagna di spaghetti e vongole.

“Penso di esserlo ancora sul piano dei diritti civili, dell’umanità, però son cambiato, sono invecchiato. Non lo so, la mia idea del mondo non è più quella che c’avevo un tempo. Quando ero ragazzo, tutti i miei amici erano di sinistra. Tutta la mia famiglia lo era… Va be’ la mia famiglia lo è ancora, penso. Ma essere di sinistra era la posizione di default e a meno che tu non andassi a cliccare su ‘cambia posizione politica’ c’avevi quella. Nascevi con quella e stavi con quella. Oggi io penso che ci sia un vento opposto. Da dove viene quel vento lì? Sicuramente dalla crisi economica, non c’è neanche bisogno di ridirlo, ma secondo me viene tantissimo anche dai media”, dice Gipi mentre risucchia una vongola, vorace.

   

“Io, guarda, ce l’ho a morte con i Santoro e compagnia bella per la narrazione
che hanno fatto per anni, che è quella che ha portato all’antipolitica totale.
Il racconto del ‘sono tutti ladri, sono tutti delinquenti’ non è che l’hanno fatto i Cinque stelle,
è stato fatto prima. E’ stato costruito prima. Da Tangentopoli in poi”

  

Beve un sorso d’acqua, poi continua: “Io, guarda, ce l’ho a morte con i Santoro e compagnia bella per la narrazione che hanno fatto per anni, che è quella che ha portato all’antipolitica totale. Il racconto del ‘sono tutti ladri, sono tutti delinquenti’ non è che l’hanno fatto i Cinque stelle, è stato fatto prima. E’ stato costruito prima. Da Tangentopoli in poi”.

E’ per questo che i pisani sono diventati leghisti? “E’ una reazione, non è che sono diventati leghisti. Non credo che le persone siano così stupide da avere una fiducia reale in qualcuno che prima diceva “prima la Padania”, “separiamoci dall’Italia”, “beviamo l’acqua del Po”, “a morte i terroni”, e ora dice “prima gli italiani”. Cioè è chiaro che ti sta pigliando per il culo, no? Di fondo è una presa per il culo. E quindi è evidente che abbracciano quell’idea lì come reazione. Ma che la politica è merda e tutti i politici sono ladri viene da lontano”.

 

Gipi dice che fa tanta fatica a distinguere i Cinque stelle dalla Lega. Diresti che sono di destra? “No, io direi che sono degli estremisti e che sono estremisti sia di destra che di sinistra. Prendono il peggio della destra e il peggio della sinistra. Non me la cavo facilmente come fanno tanti dicendo che sono dei fascisti. Mi suona come una semplificazione. Che poi ci siano degli atteggiamenti fascisti non c’è dubbio”.

Dare dei fascisti indistintamente è dunque comodo? “Comodo e dà scarsissimi risultati secondo me”. L’antifascismo secondo Gipi dovrebbe essere una base comune per tutti, data per scontata. Ma non può essere un programma politico, “anche perché soprattutto ai giovani dice poco, purtroppo per l’amor del cielo. Ora non voglio fare quello che dice “belli i mi’ tempi”, anche perché credo che i bei tempi non siano mai esistiti. Da anziano mi viene solo da parlare in termini di efficacia”.

Anziano? “Ho cinquantaquattro anni, de’. Solo in un mondo distorto posso passare per un quasi giovane”.

Gli chiedo se alcuni pisani in fondo non si siano già pentiti, come quelli che a sinistra votavano per Di Pietro. “Oh, ’osa vòi? Anche io una volta ho votato Di Pietro”.

Ah sì? “Ti giuro, una cosa di cui ora mi vergogno tantissimo”.

Ma quando? “Mille anni fa”.

 

  

E lì cosa ti aveva affascinato? “La mia ignoranza” mi dice, e ridacchia arrotolando gli spaghetti intorno alla forchetta. “Ero stupido. Guarda, io non mi sono mai occupato di politica, infatti mi sento anche in imbarazzo a parlarne. Sono sempre stato fuori dalla società, dalla società degli uomini. Nel senso che sono stato un tossicomane da ragazzo – un tossicomane all’acqua di rose, eh –, un mezzo delinquente, a ventun’anni ero in galera, ho sempre visto nella società che avevo intorno come un nemico da evitare; non da combattere, da starne più lontano possibile. Non avevo nessuna cultura politica. Nonostante le mie sorelle in realtà ne avessero, perché hanno dieci anni più di me, Lotta Continua e tutta questa roba qua. Quindi è arrivata Tangentopoli, io ero tra quelli che dicevano ‘tutti al muro’, ‘tutti al muro’. Perché per me era lo Stato che dimostrava quanto faceva schifo. Era una posizione chiaramente da deficiente. E quando Di Pietro si candidò la prima volta io dissi: andate tutti affanculo, io voto lui. Se c’era il Movimento 5 stelle in quegli anni io avrei potuto votare – mi sento male a dirlo – uno di quelli. Perché c’avevo questo atteggiamento qui. Non sapevo un cazzo di nulla, reagivo di pancia alle robe. Fine”.

Rido. Ride anche lui, allarga le braccia: “Non posso mica dire che ero furbo, eh”.

Quindi possono averlo fatto altri questo errore? “Secondo me sì”.

 

Per ignoranza? “Sì però senza dare un valore negativo a quell’ignoranza. In un paese migliore di questo, i mezzi di informazione avrebbero quasi in automatico colmato quelle lacune. Ora, non dico che le persone devono andare in biblioteca – io non ci vado in biblioteca, penso di non esserci mai andato in vita mia. Dico però che se sei circondato da parole logiche e razionali forse il tuo modo di pensare si muove in una direzione di ricerca di logica e razionalità. Se sei circondato da voci di irrazionalità e furore non mi stupisco che poi uno vada alla ricerca di irrazionalità e furore. Ma non credo che i cittadini che vengono definiti ignoranti siano delle merde. E’ che le persone fanno la loro vita, c’hanno i loro cazzi, i figlioli, le malattie. C’hanno altro a cui pensare. Per cui in uno stato migliore, questo tipo di formazione sarebbe una formazione soft, che arriva perché quando accendi un telegiornale non c’hai dei talk show in cui la gente sbava e urla e invitano il più coglione solo perché gli fa ascolto”.

 

La tessera from Gipi (Gianni Pacinotti) on Vimeo.

 

Va molto di moda il filosofo sovranista Diego Fusaro. “Bellissimo ragazzo”, dice con un guizzo Gipi. “Ma anche tutti gli anni di governo Berlusconi e di mentalità berlusconiana hanno fatto il loro porco lavoro, eh”.

C’è un bel sole all’Osteria Cinti, entra dai vetri e scalda, fa rimpiangere di non essere seduti fuori all’aperto. L’estate Roma non sembra volerla lasciare proprio mai.

 

Se ti danno del buonista che pensi? “Dipende dal contesto. Cosa vuol dire essere un buonista? Se vuol dire essere una persona buona, io faccio di tutto per esserlo. Se essere una persona buona viene definito buonista, sticazzi, sarò buonista. In realtà io poi sono straincazzoso, litigo in continuazione. A me non piace nemmeno la frase ‘restiamo umani’. Mi fa cacare. Perché gli umani nella loro storia non hanno mai dimostrato di essere questa cosa così rosea. Meglio essere trilobiti, che non hanno mai fatto male a nessuno. Mio padre mi ha insegnato a essere buono. Non capisco qual è il gusto di essere malvagi con chi è messo peggio di te”.

 

Ma c’è chi dice sono troppi questi migranti. Al Cep ho raccolto il disagio di molti che si sentono aggrediti, invasi. Troppe case popolari agli stranieri, dicono, e poi il centro nell’ex polveriera, gli aiuti… Anche alla festa dell’Unità di Livorno, c’era un vecchio militante che si lamentava dei “troppi neri”.

“Mi verrebbe da dire, a queste persone, che le stanno pigliando per il culo. Il capro espiatorio nelle società moderne e anche antiche ha sempre funzionato. Io penso che l’immigrazione sia usata come capro espiatorio a mille. Ci sono quartieri che c’hanno problemi? Assolutamente sì. Per l’amor del cielo, ma la questione non è questa. E’ buffo perché ci si sofferma sempre sull’incazzatura, sul momento presente, sul fastidio. Mi viene da dire: ma tu il futuro come cazzo lo vuoi? Te incazzato perché c’hai gli africani intorno a casa che futuro vuoi? Perché in futuro queste persone qui ci saranno. E non ci sono cazzi, penso che sia assodato. Vuoi che queste persone qui odino te e odino il tuo paese per come hanno vissuto e per come sono state trattate oppure egoisticamente, cioè per essere tranquillo in futuro, non ti converrebbe fare in modo che diventino bravi cittadini invece che dei delinquenti?”

 

“La galera cosa volete che sia? Per i Cinque stelle e la Lega deve essere una cosa di punizione, privazione e morte, all’infinito. Per me deve essere una roba che quando esci
non sei più lo stronzo che eri quando ci sei entrato. Ma non per il detenuto, per me.
Io tutte le cose che dico le dico in assoluto egoismo”  

 

Quindi secondo te è inevitabile scegliere l’integrazione. “Io so per carattere mio che se arrivassi qui perché sono scappato da una situazione di estrema povertà – non ci metto manco le guerre, solo fame o sete – e mi ritrovo a dormire sotto un ponte, e non c’ho nessun tipo di sbocco – e va anche bene così – e poi però la notte passa uno che mi mena pure, e sui mezzi di informazione vengo raccontato come uno stupratore, ci sta che mi pigli una certa incazzatura e magari non divento proprio un cittadino modello”.

Arriva la frittura. Patate fritte tagliate a sfoglia in un piatto, calamari e gamberi nell’altro. Gipi si avventa subito su una patatina. Poi si ferma, la sala un po’ e torna ad addentarla. “Per esempio quando lavoravo per “Cuore” ho fatto dei servizi nei campi rom. Una volta mi hanno puntato la pistola alla testa e messo il coltello alla gola nello stesso pomeriggio. Mi sono cacato addosso dalla paura. Però il pensiero che avevo sempre era: ma io in quelle condizioni lì che cazzo sarei diventato? Conoscendomi sarei diventato peggio. Cioè sarei stato molto più incazzato. Ero nel campo rom che c’è accanto a Firenze, non so se c’è ancora…”

 

L’Olmatello? Sì, c’è ancora. “De’, comunque Firenze è la città che mi fa sentire un pezzente più di ogni altra al mondo. Io quando vado a Firenze mi sento sempre un poveraccio”.

Più di Milano? “Forse sì perché è piccolina. Lì mi sono sempre sentito un pezzente. Ecco io mi immaginavo queste persone qui come cazzo si sentivano. Però appunto la questione è: io da anziano che tipo di mondo voglio avere intorno? Voglio avere interi quartieri in cui gli immigrati sono incazzati come scimmie? Voglio rifare tutto il percorso che è successo nei vari paesi quando non hanno saputo fare integrazione? Penso anche che se gli americani all’inizio del secolo, invece di avere la mafia italiana, fossero riusciti a fare dei buoni cittadini, i cittadini americani se la sarebbero passata meglio. Quindi al di là delle posizioni di partenza, la domanda è: che cazzo vuoi che sia questa società in futuro? Pensi che la repressione e l’emarginazione daranno buoni frutti?”

 

E i rom? A Pisa dicono che sono troppi anche i rom. “I rom sono il capro espiatorio pure dei capri espiatori. Sono l’ultimo anello”.

Perché è facile prendersela con loro, intendi. “Se fai un sondaggio di Sky sui rom, c’hai il 98 per cento di odio. Caschi proprio ritto con loro. E’ chiaro, ci sono un sacco di episodi che vengono usati per giustificare queste posizioni, ma io ripeto anche che le persone che hanno vite in condizioni disastrose e orrende in quella maniera perché dovrebbero accettarlo con un sorriso? Perché c’è questa idea che questi “inferiori” debbano vivere nella merda ed essere anche carini? E’ normale che siano incazzati come iene e che sentano distanza e ostilità, di conseguenza molti di loro non si comportano bene e non sono le persone più piacevoli di questo mondo”.

 

Sì, ma non c’è lavoro per gli italiani, figurati per gli stranieri, dicono i pisani. Ma non solo loro. “E io ti dico che il 90 per cento dei rom sono italiani pure. Quindi ne devono trovare un altro, di discorso. E comunque alle solite: embe’? Allora cosa vuoi fare? Li vuoi mettere al muro? Li vuoi chiudere dentro una camera stagna in modo che non li vedi e non li senti? Può darsi che quelli della mia età che vivono nei campi rom siano perduti? Può darsi. Ma vuoi almeno pigliare i figlioli e fargli fare un percorso come si deve? Se c’hai tanti bambini che magari vanno a scuola, se tu chiudi il campo e li sposti da un’altra parte quei bimbi lì non vanno più a scuola. E crei tanta ignoranza, risentimento e motivi di delinquere. Quindi se sei furbo il tuo obiettivo è non avere la delinquenza. Ma il tuo obiettivo da leghista, è chiaro, non è non avere la delinquenza; è mantenere un capro espiatorio. Perché ti serve. Se quelli della Lega mi dicessero guarda no, sinceramente a noi dell’integrazione non ce ne frega un cazzo, noi li vogliamo proprio morti, li vogliamo chiudere dentro quella roba, oppure dargli fuoco con il lanciafiamme, io li capirei di più. Almeno piglierei un fucile e andrei a spara’. Invece così sei sempre su una posizione che è una via di mezzo. E’ come la galera”.

 

La galera? “La galera cosa volete che sia? Per i Cinque stelle e la Lega deve essere una cosa di punizione, privazione e morte, all’infinito. Per me deve essere una roba che quando esci non sei più lo stronzo che eri quando ci sei entrato. Ma non per il detenuto, per me. Io tutte le cose che dico le dico in assoluto egoismo. Veramente. Non voglio ritrovarmi a settant’anni zoppo che ho paura ad andare in dei posti, oppure che quando mi rapinano e mi menano dentro di me c’è una voce che dice ‘Però, de’ tutti i torti un ce l’hanno’”.

Gipi spolpa i gamberi meccanicamente mentre parla, restano gusci gialli di frittura, si ammucchiano sul piatto in una composizione che ha una sua grazia.

“Sai da quanto tempo ho capito che non avevo buoni pensieri?” riprende pulendosi la punta delle dita al tovagliolo. 

 

Com'è giusto che sia from Gipi (Gianni Pacinotti) on Vimeo.

   

“Non va chiesto agli italiani di amare gli immigrati, perché tanto figurati se funziona. Bisogna dire “Amate voi stessi. Fate in modo che voi in futuro stiate meglio. Se tirate su delle generazioni di delinquenti non state meglio, state peggio”. Ma a livello politico, il problema della classe politica in Italia è che guarda a dieci centimetri dal suo naso e trenta secondi nel futuro. Non c’è una progettualità”.

 

Nei piatti restano ormai soltanto gusci e briciole, il cameriere si avvicina a Gipi e con un sorriso sornione chiede: “Solito tiramisù?”.

“E’ chiaro!” esplode lui, poi mi indica e aggiunge: “Uno anche per lui, che pare timido ma poi mangia”.

 

Parliamo un po’ dei blastatori, delle litigate sui social sempre più feroci, spesso a base di insulti alla reciproca intelligenza. Nell’epoca dei leghisti e dei Cinque stelle non è facile capire quale registro sia davvero utile al confronto politico. Io, gli dico, uso spesso un registro ironico quando scrivo, ma mi sono accorto che è un esercizio che serve a mantenere integro me. Serve soprattutto a me. L’ironia è inservibile? “Guarda, penso la stessa cosa. Io ho scoperto che gli umani non hanno tutti gli stessi modelli di logica e di ragionamento in galera a vent’anni. Fino a quel giorno pensavo di sì. Pensavo che in ogni confronto fra persone ci sarebbe stata una via di comunicazione possibile. In galera ho scoperto che non è così. Quando te parli con i camorristi, sembra che uno dei due sia venuto da un altro pianeta. Ci sono codici di linguaggio che non sono compatibili”.
Quanto tempo sei stato in carcere? chiedo con il massimo tatto possibile. “Solo dieci giorni, però sono abbastanza, credimi. Mi ha fatto strabene. Ho imparato due-tre cose che mi sono servite tanto. Fino a quel momento ingenuamente pensavo che te puoi sempre convincere qualcuno a non menarti. Invece non è così. E io penso che con alcune persone ci sia lo stesso modello. La tua logica – quello che per te è sottinteso ed è etica condivisa – non lo è per niente per un altro. E quindi sono cazzi, trovare i punti di contatto è molto difficile”.

 

Anche Salvini è così? “Mah. Con Salvini bisognerebbe capire quanto ci è e quanto ci fa. E’ in politica da sempre, ha cavalcato le robe che gli servivano quando gli servivano. Tanti dicono: lui è bravo a fare quello che fa, però posso dire una roba? E’ come se ci fosse uno sport che ha per ognuna delle due squadre delle regole diverse, per la squadra di Salvini la regola è che va tutto bene, puoi dire il cazzo che ti pare, noi ti seguiremo comunque. Per l’altra squadra vale che ogni cosa che diciamo mettiamola in dubbio, mettiamola in discussione, facciamoci il culo tra di noi”.

 

Ti riferisci al Pd? “Alla sinistra in generale”, dice Gipi mentre fa cenni di approvazione al cameriere che porta trionfante i tiramisù. “L’idea di sinistra è proprio quella. In teoria una squadra che identifica il nemico sempre all’esterno ha gioco molto più facile di chi invece va a cercare le contraddizioni interne. Quindi fare il gioco in quella squadra lì è molto più facile. Io non credo che avrei grosse difficoltà a essere Salvini. Mentre invece avrei difficoltà a essere un altro con una progettualità diversa. E’ la stessa differenza che c’è, in una rissa in discoteca a Vicarello, tra buttarsi in mezzo alla rissa oppure cercare di fermarla. A buttarsi nel mezzo non ci vuole un cazzo. A far del male a qualcuno se ti sai muovere, pure. Però valla a fermare la rissa. Sono proprio due sport diversi. E uno è facilissimo. E’ proprio facile. Anche perché convincere le persone a essere come sono o peggiori di quello che sono non ci vuole un cazzo. Prova a convincere qualcuno a essere un pochino meglio di come sarebbe d’istinto”.

 

  

 

Continuiamo a parlare. Ogni tanto deviamo il discorso parlando di altro. Dei fumetti, del suo nuovo film Il ragazzo più felice del mondo, di nuovo di Roma e dei suoi problemi. A un certo punto mi arriva via WhatsApp un messaggio di Renato Brunetta, una sua dichiarazione sulla crisi italiana del debito che “sta sempre di più assumendo le sembianze della crisi greca del 2009”. Chiedo scusa a Gipi, spiegandogli che devo rispondere, e lui ridendo mi rivela che è il suo vicino di casa.

 

Ma chi, Brunetta? “Sì, de’, Brunetta. E guarda, non avrei mai pensato di dirlo, ma è una persona meravigliosa”. A quanto pare l’ex capogruppo di Forza Italia alla Camera adora i suoi cortometraggi che vanno in onda su “Propaganda Live”. Una volta hanno cenato a casa Brunetta, con le mogli, Titti e Chiara: come gli finiva qualcosa nel piatto, subito Brunetta si preoccupava di riempirglielo di nuovo.

Io mi immagino la scena e non riesco a fare a meno di scoppiare a ridere. “Oh, tu ridi, una cosa che l’età mi ha regalato è la possibilità di rompere questi tabù. Vado a cena a casa del mio vicino Brunetta, sì, e allora? Ed è gen-ti-lis-si-mo! Anzi, salutamelo”.

Scrivo a Brunetta su WhatsApp: “Ciao! Sono a pranzo con Gipi, che ti saluta tanto”. In risposta arrivano tre cuoricini: “Genio Gipi”.

 

Il tiramisù, come da previsione, l’ho spazzolato. Era davvero buonissimo. Rimaniamo un po’ a guardare fuori, in silenzio. L’Osteria è anche bar, in cortile ci sono una famiglia con un passeggino e due vecchi che chiacchierano al sole. Gipi riprende a parlare: “Sai cosa? Qui non sento mai parlare di politica, non so perché. Ho fatto amicizia, a parte con i camerieri, con tutti gli operai che lavorano qui, i trasportatori, un sacco di gente. L’altro giorno, a un tavolo dietro a me, c’erano tre omaccioni grossi, proprio grossi che chiacchieravano. Uno a un certo punto ha detto che Salvini sta lavorando bene, “Visto che cos’ha fatto al Sud?” Io questa del Sud me l’ero persa. Poi di punto in bianco ha saltato argomento e ha detto che la Boldrini e un’altra donna, non ricordo chi, andrebbero impiccate e stuprate. Ma a voce alta, eh, lo diceva. La cosa che mi ha colpito, oltre alla mia vigliaccheria – perché io non ho detto niente, ovvio, avevo paura di essere menato – è la leggerezza. E’ diventato l’equivalente di “Non ci sono più le mezze stagioni”. Capito? Per quello sono spaventato ma non spaventatissimo. Perché penso che è un vento che può ricambiare. Non c’è una convinzione. Non sono i nazisti. Non c’è una convinzione ideologica”.

 

Passa il cameriere, lo avverte che gli è cascato il portafogli e glielo porge. “Lo vedi? Sei onesto, io lo sapevo”, dice Gipi ridendo. Poi riprende: “Secondo me c’è un via libera alle bestie. Prima di crescere e prima di diventare una persona più ragionevole, più o meno, ho vissuto una vita molto irragionevole. Io l’ebbrezza di essere una bestia l’ho provata tutta. L’ebbrezza di aprire la porta alla parte più cattiva, più crudele, più stronza io l’ho provata. Quando ero un ragazzo, stavo per strada e non ero proprio raccomandabile. Ora, io capisco gli esseri umani, di mestiere racconto le storie, sono obbligato ad andare a vedere cosa c’è. Però mi sembra che sia stata data l’autorizzazione a essere bestia. Guarda, secondo me la classe politica fa lo stesso effetto che fanno i genitori. Cioè anche quando i genitori sono stronzi e li detesti ti fanno comunque da esempio, ti mettono inconsciamente nella testa i limiti di cosa puoi e non puoi fare. La classe politica fa la stessa roba. Come quando c’era Berlusconi andare a puttane non era più un grosso problema, ora secondo me essere cattivi non è vista come una cosa riprovevole. Sei pieno di giustificazioni”.

 

Insomma, non c’è una sanzione sociale? “No, ora è il contrario. Ora se io aiuto un ragazzo immigrato in difficoltà e c’ho gente intorno è probabile che io venga mandato affanculo. Perché è cambiato il paradigma. Per essere brave persone devi durare fatica”. Ed è buffo, dice Gipi, “i veri disgraziati sono quelli che vengono subissati da quelli che sono meno disgraziati. Non sono i più poveri quelli incazzati. Sono quelli sopra i più poveri. Già questa cosa è buffa, non è la rivolta degli ultimi. Smettetela, non è vero, non a caso c’avete qualcuno sotto di voi con cui prendervela. E allora quelli sotto che cosa dovrebbero fare? Pigliare le mannaie?”.

 

Il pranzo è finito, Gipi insiste per pagare il conto (“Questi signori hanno l’ordine di non farti tirare fuori il portafogli”) e, non appena usciamo dall’osteria, inizia a vibrarmi il telefono. E’ Giuseppe Valditara, da pochi giorni capo del dipartimento università del Miur, professore di Diritto romano e fervente sovranista. Ha scritto un libro dedicato al tema e dirige una rivista che si chiama “Logos”. L’energia di Gipi è talmente contagiosa che mi verrebbe voglia di rispondere e parlare di tutte queste cose da capo, ma sarebbe una conversazione lunghissima.

 

Mentre osservo il display illuminato, indeciso sul da farsi: “Guarda”, mi dice Gipi stringendomi il braccio, “io vengo da una buona famiglia, me ne sono andato di casa a diciassette anni e ho vissuto a cazzo di cane. Tutti i miei amici erano disgraziati. Io ero l’unico ad avere una famiglia buona dietro e facevo di tutto per non averla. Però ce l’avevo. Nessuno dei miei amici era stronzo in quella maniera. E’ arrivato un vento, ti dico. Bistecca, il Vannozzi, Tappo, tutta gente del Cep o di Gagno, non erano razzisti. Non lo erano. C’è da dire che c’erano pochi immigrati. Quindi ok, c’è tutto il discorso degli “italiani brava gente”. Erano bravi fino al momento in cui sono stati messi alla prova. Al primo test sono andati a puttane subito. Va be’. Succede. Però era bellino come pensiero. Sarebbe bello riaverlo, un giorno”.

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  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.