Così l'oracolo Xi Jinping evita i leader globali

Giulia Pompili

Tra comunicati e videomessaggi, il leader cinese resta blindato a Pechino. Un dialogo impossibile

Al G20, inatteso, partecipa con un videomessaggio. Alla Cop26 manda un comunicato scritto. Niente contraddittorio, niente domande, niente bilaterali. Niente “pull aside”, le conversazioni che si fanno a margine dei grandi eventi, quelle in cui l’Australia decide di comprare i sottomarini  dall’America o in cui il presidente francese dà del truffaldino al primo ministro australiano. Insomma, il luogo dove si fa la politica internazionale. Come un oracolo, il leader cinese Xi Jinping si manifesta raramente, nelle forme che sceglie di volta in volta.

Cina, perché Xi Jinping non partecipa a G20 e Cop26

Solo pochi funzionari sono autorizzati a rappresentarlo, ma naturalmente non prendono decisioni al suo posto, fanno solo un’esegesi delle sue “dichiarazioni” che sono sempre definite “molto importanti”. È tutto parte di una strategia di controllo dell’immagine della Cina, in patria e all’estero, e della costruzione di un culto del leader inedito che da anni, ormai, gli analisti cercando di interpretare. La scusa del Covid non regge: la maggior parte dei leader del mondo (tranne Cina, Russia, Sudafrica, Messico e Giappone, quest’ultimo a causa delle elezioni generali che si sono svolte ieri) ha scelto di intervenire in presenza ai primi due importanti summit dopo la pandemia globale, anche quelli che hanno ancora in essere regole per il rientro in patria particolarmente stringenti. E la delegazione cinese, guidata dal ministro degli Esteri Wang Yi e composta da funzionari e media ufficiali, era composta da almeno una trentina di persone. Ma Xi Jinping sceglie l’assenza anche perché è l’unico modo sia per evitare il dialogo diretto, sia per prendere tempo. Da 21 mesi il leader non esce dai confini cinesi, quasi due anni in cui il paese ha dovuto affrontare diversi problemi interni che minano la sua capacità di mostrarsi come valida alternativa all’America: il contenimento della pandemia, il debito del settore immobiliare, la crisi energetica. 

 
Allo stesso tempo, le contraddizioni della politica internazionale cinese hanno iniziato a essere evidenti. E si notano ancora di più quando si siede a fianco delle altre potenze globali. Ieri Chen Weihua, giornalista del China Daily noto soprattutto per il suo attivismo antiamericano su Twitter – social vietato in Cina – ha commentato la conferenza stampa finale del presidente del Consiglio Mario Draghi. “Il format è stato deludente”, ha scritto Chen, perché la persona che introduceva le domande aveva già in mano una lista dei giornalisti che le avrebbero poste, e a nessun asiatico è stata data la parola: “Ho pure parlato con lo staff dicendo che avrei voluto fare una domanda. La risposta è stata ‘no’”. È esattamente così che funzionano tutte le conferenze stampa cinesi, la vera differenza è che in un paese democratico si prenotano i giornalisti per una questione di tempo, non di moderazione o di censura. Ma quando i giornalisti di stato cinesi sono all’estero, accusano gli altri paesi di essere illiberali. Il piccolo esempio è rivelatore del metodo cinese: se il dialogo tra di noi non funziona, è colpa vostra. 

Biden: "Deluso dalla Cina sul cambiamento climatico"

Ieri il presidente americano Joe Biden ha detto di essere “deluso” dal fatto che la Cina “praticamente non si è presentata in termini di impegni per affrontare il cambiamento climatico”. E il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, nella conferenza stampa di ieri ha implicitamente replicato sottolineando il “senso di responsabilità” della Cina, a differenza dell’America (di Trump) che si è sfilata dagli accordi di Parigi. Pechino dice che ridurrà l’uso di combustibile fossile tra il 2026 e il 2030, per poi arrivare alla neutralità nel 2060. Ma appunto: il picco del consumo di combustibile fossile da parte della Cina arriverà nel 2030, un programma che gli garantisce di continuare a crescere negli anni più delicati, quelli in cui vuole raggiungere l’economia americana, mentre le altre potenze passano a energie alternative.

 
Dal punto di vista della Casa Bianca i due summit, G20 e Cop26, soprattutto per quanto riguarda il tema del clima e della riduzione delle emissioni, sarebbero dovuti servire al mondo occidentale per instaurare un dialogo costruttivo con Pechino su un tema comune. Eppure già da tempo circola una voce tra le cancellerie: i funzionari cinesi in ogni occasione, in ogni bilaterale, subordinano la loro presenza e la loro influenza tra i paesi in via di sviluppo alla fine di quella che viene considerata una “politica ostile”. Se volete parlare di clima con noi, dovete smettere di parlare dell’indipendenza di Taiwan, della repressione degli uiguri nello Xinjiang e di Hong Kong. Se da un lato il nuovo obiettivo della propaganda cinese è quello di togliersi l’etichetta di maggiore inquinatore del mondo, e consegnare il record a Unione europea e America, il rischio è che gli oltranzisti del clima convincano il resto del mondo a chiudere un occhio sulla repressione e sull’autoritarismo cinese pur di avere Pechino al tavolo del cambiamento climatico. Xi Jinping, nel frattempo, al sicuro a Pechino, può prepararsi all’importante appuntamento interno, il sesto plenum del Comitato centrale del Partito che si svolgerà dall’8 all’11 novembre. Quest’anno è più importante degli altri, perché si occuperà di valutare “i risultati del Partito comunista cinese negli ultimi cento anni” e di preparare la strada al terzo mandato del leader Xi Jinping. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.