in cina

Il Partito, la polizia e il vicino di casa. I dettagli della repressione nello Xinjiang

Giulia Pompili

Un nuovo report dell'Aspi rivela le tecniche del regime cinese per eliminare i dissidenti e le minoranze etniche, uiguri in testa

Anayit Abliz aveva diciotto anni quando è stato condannato a tre anni per avere utilizzato l’app di condivisione di file Zapya e forse un Vpn, un sistema che permette all’utente di aggirare la censura fingendo che si trovi altrove. Era il 2018, ma ancora oggi nessuno sa dove si trovi. Anayit Abliz è stato condannato non da un tribunale, ma da un comitato composto dai suoi vicini di quartiere. Che dopo la sua deportazione sono passati spesso a casa sua, a monitorare la famiglia, e a un certo punto hanno preso anche sua madre.  Si stima che siano ormai un milione e ottocentomila le persone, come Anayit Abliz, rinchiuse nei campi di rieducazione cinesi. Sono uiguri, la minoranza musulmana e turcofona dello Xinjiang, ma anche kazaki, kirghisi, hui. Tutte le minoranze che Pechino vuole annientare, perché una popolazione omogenea è anche più controllabile. 


L’Australian Strategic Policy Institute (Aspi), think tank fondato nel 2001 dal governo di Canberra e da anni attivo nel cercare di interpretare la direzione della Cina, pubblica oggi  un nuovo importante report sullo Xinjiang, che spiega non solo quali siano i metodi coercitivi imposti alla minoranza uigura per la “rieducazione”, ma soprattutto il sistema attorno. Ci dice come funziona la repressione e il “meccanismo della Trinità”: “La repressione degli uiguri ha una sorprendente somiglianza con le campagne politiche dell’èra di Mao”, si legge nel report firmato da Vicky Xiuzhong Xu, James Leibold e Daria Impiombato. Perché non c’è soltanto l’autorità (la polizia, i funzionari del Partito locali) ad applicare quelle politiche, è mobilitata l’intera comunità: “Oltre all’internamento di massa e all’assegnazione di lavori sotto coercizione, i residenti dello Xinjiang sono anche obbligati a partecipare a messinscene politiche, per esempio processi pubblici, pubbliche sessioni di denuncia, giuramenti e promesse di lealtà, ‘lezioni di propaganda’ simili ai sermoni, cori per la buona salute di Xi Jinping. In tal modo, la popolazione viene mobilitata per attaccare gli oscuri nemici che si nascondono tra la gente: le cosiddette ‘tre forze del male’ e le ‘persone bifronti’”. Come in Corea del nord, dove il peggior nemico, quello che può denunciarti e distruggerti la vita è il tuo vicino, addirittura un tuo familiare, anche Pechino ha di nuovo fatto ricorso alle campagne politiche di questo tipo per reprimere il dissenso e le attività uigure – e dove non arriva l’occhio umano arriva la sorveglianza e la tecnologia. Un sistema che si applica “in conformità alla legge” cinese, un’espressione ripetuta di continuo dai documenti analizzati dall’Aspi, che vuol dire anche: sono le nostre regole. 

“Ho  notato un coinvolgimento maggiore da parte della comunità internazionale nei confronti  dello Xinjiang”, dice al Foglio l’analista Daria Impiombato, “ma purtroppo, come il nostro rapporto rivela, c’è ancora tantissimo da capire e le azioni intraprese fino a ora sembrano aver avuto scarsi risultati, se non del tutto inesistenti. L’Unione europea in particolare, a mio parere, è fin troppo cauta nel rapportarsi con la Cina su qualsiasi questione riguardante i diritti umani, non solo a livello diplomatico, ma anche a livello di risorse che vengono investite in tipi di ricerca come il nostro”. Spesso report come questi sono accusati dalla propaganda cinese e dai suoi sostenitori di essere inattendibili, perché basati magari su testimonianze. Stavolta è diverso: “Il nostro rapporto trae tutte le informazioni da migliaia di documenti che abbiamo analizzato”, dice Impiombato. “Tra questi sono presenti fascicoli trapelati dalle stazioni di polizia locali, ma non solo. Tra le oltre 450 note a cui facciamo riferimento in questo rapporto, sono presenti anche centinaia di documenti che arrivano da fonti governative: sono documenti che ha pubblicato il partito stesso, per intenderci. Questi documenti parlano da sé, per questo spesso vengono rimossi, ma grazie all’archivio che abbiamo creato sono adesso accessibili a tutti e non corrono il rischio di andare perduti”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.