Rischiarsela, oppure no

Paola Peduzzi

Devo tornare a lavorare se il capo dice: mi fido del tuo buon senso? La fase due è uno slalom tra percezioni del rischio differenti, a livello politico e individuali. Ma tutti siamo a caccia di una soglia di sicurezza oltre la quale si torni a vivere

Posso vedere un’amica? E i miei genitori? E andare a fare una passeggiata con qualcuno che non sia un familiare? E tornare a lavorare, quando il capo dice: mi fido del tuo buon senso? Al di là delle regole (soprattutto la confusione delle regole), la fase due è molto più complicata della fase uno perché la responsabilità del rischio è stata trasferita dai governi agli individui, cioè a noi. Siamo noi che oggi dobbiamo prendere molte decisioni – all’interno di un quadro di regole definite – che si basano sulla nostra età, sul nostro stile di vita, sulle nostre priorità e sulla nostra percezione del rischio. Mentre i governi si destreggiano tra il numero delle morti evitabili e la distruzione dell’economia – la commentatrice britannica Helen Thompson dice che è una “scelta hobbesiana” – gli individui devono trovare un loro equilibrio, il punto esatto in cui rischiarsela, oppure no.

 

Gillian Tett, corrispondente dall’America del Financial Times, ha pubblicato nell’edizione del fine settimana del quotidiano della City una splendida analisi sulla “relazione complicata che le persone hanno con il rischio”. La Tett partiva dalle proteste negli Stati Uniti contro il lockdown (che sono arrivate anche in Europa), ma non c’è bisogno di andare dall’altra parte dell’Atlantico per capire quanto sia complesso definire la soglia di sicurezza, quella oltre la quale si ricomincia a vivere. In queste ore si parla molto della riapertura di spiagge e del turismo, stuzzicando la gran voglia di mare e di aria aperta di noi reclusi, ma se poteste scegliere su una mappa – con ben evidenziati i numeri dei contagiati e delle vittime del coronavirus – dove andare, siete sicuri che vi muovereste da casa? Il tema della ripartenza è tutto qui: sulle decisioni dei governi, certo, ma soprattutto su quelle dei singoli. In Texas per esempio ha fatto molto scalpore il fatto che un parrucchiere sia stato arrestato perché non ha rispettato la chiusura coatta voluta dalle regole di lockdown dello stato. Le donne italiane si dividono tra chi ha fatto venire parrucchiere ed estetista a casa e chi è felice di aver trovato il primo appuntamento al salone entro la fine di giugno: forse in questo caso c’entra più l’urgenza che il rischio, ma c’è chi ancora lascia i pacchetti consegnati in una specie di quarantena sul pianerottolo. Il rischio è davvero “personal”.

 

Ci sono però alcuni elementi culturali: a metà aprile, una rivista specializzata in risk management ha pubblicato uno studio sulla “percezione del rischio del Covid-19 nel mondo”. Uno dei paesi in cui il rischio percepito è cresciuto tanto rispetto alla media storica è il Regno Unito: probabilmente molto dipende dal fatto che all’inizio della crisi il governo britannico abbia detto “preparatevi a veder morire i vostri cari” e abbia tirato fuori l’immunità di gregge, che è suonata come un esperimento collettivo ad alto tasso di mortalità. Nelle conclusioni, gli autori dicono che spesso i politici “riducono il rischio alla probabilità di prendere il virus moltiplicata per la magnitudine delle conseguenze”. In realtà ci sono molti fattori socio-culturali che impattano sulle decisioni dei singoli.

 

La dicotomia “siamo compassionevoli-siamo pragmatici” si sviluppa in modi molto più imprevedibili quando si passa dal rischio collettivo a quello individuale. Questo passaggio però è decisivo: l’antidoto al coronavirus è stata la solidarietà – quella con il vicino di casa e quella governata dalla diplomazia internazionale – ma la percezione del rischio è quanto di più individuale si possa immaginare. E cosa succede se il mio vicino vuole prendersi dei rischi per me eccessivi? Anette Mikes, esperta di risk management della Saïd Business School dell’Università di Oxford, ha detto intervistata da Gillian Tett: “Le società e le organizzazioni sono definite non tanto da quanto rischio riconoscono e gestiscono ma da quanto rischio, volontariamente o no, decidono di ignorare”. E’ quel che non vogliamo vedere che fa la differenza (non solo con le pandemie, tra l’altro). E naturalmente il fatto di poter dare la colpa a qualcun altro. O al “virus cinese” come ha cercato di fare il presidente Donald Trump, o a chi si è assunto la responsabilità del rischio.

 

La Mikes ha individuato quattro modi di gestione del rischio: secondo il primo, sono gli individui singoli a doverlo gestire; oppure è un compito di una comunità: ci si protegge a vicenda; il terzo modo è definito “gerarchico”: i leader danno ordini da rispettare per ridurre i rischi; l’ultimo modo è un non-modo: fatalismo, nessuno ci prova, a gestire il rischio. Solitamente queste categorie vengono applicate nella finanza e nella gestione degli investimenti, ma l’arrivo della pandemia ha trasferito queste scelte sulla società, su tutti noi, pur senza seguire un approccio univoco. Chi protesta contro il lockdown – in America con quei modi brutali che ci colpiscono parecchio: molte armi, pochissime mascherine – ha deciso di voler gestire il rischio in maniera individuale. Non è una decisione dettata necessariamente dal disprezzo verso il collettivismo: l’impatto del lockdown varia da famiglia a famiglia, c’è chi può scegliere di aspettare e modulare la propria ripartenza e chi invece deve correre veloce e ogni ostacolo appare come un’ulteriore condanna alla povertà. Certo poi c’è la politica, o meglio la strumentalizzazione della politica, e allora nelle proteste in America c’è sempre un cappellino rosso-Trump – così come nelle proteste in Grecia contro il governo conservatore ci sono gli anarchici e i più radicali di Syriza – e la mascherina è diventata non un elemento indispensabile contro il contagio ma un atto politico. Questo perché i leader, a livello centrale o locale, hanno adottato una gestione del rischio “gerarchica”: queste sono le regole, rispettatele. Ma il patto tra chi deve gestire il rischio e quindi assumersene la responsabilità non è stato esplicitato e cambia a seconda delle fasi – e delle diversità, tante, tra paese e paese, tra luogo e luogo – così alcune comunità si sono protette tra di loro, e nessuno pensa che il fatalismo, che pure all’inizio della pandemia aveva affascinato molti, possa essere la soluzione.

 

In questa terra di mezzo del rischio, il passaggio dal lockdown chiarissimo alla ripartenza piena di ombre, in cui ognuno di noi deve decidere che cosa è disposto a gestire o meglio a ignorare, si scelgono due strade: la scienza o l’economia. La scienza ha la forza dei dati e delle statistiche, ma di fronte a un virus nuovo ha anche molte incertezze (a differenza di molti politici, gli scienziati le ammettono). Soprattutto la scienza non è più considerata neutra: bastava vedere ieri la testimonianza del professor Anthony Fauci, lo scienziato-star d’America che ha tenuto testa al trumpismo rivendicando esperienza e cautela. Fauci ancora ieri ha spiegato che la fretta ha un costo umano (di morti) molto elevato e che il danno economico non sarà superiore al danno umano se non si prendono le precauzioni giuste. Molti dicono che Fauci ha un’avversione al rischio troppo spiccata e che anzi tutti gli scienziati ce l’abbiano. Il contrasto più evidente è con i dati economici: non che gli economisti siano amanti dei rischi, ma i dati della crescita e della disoccupazione non danno molto spazio a ulteriori cautele. Ancora un po’ che si aspetta, si chiude per sempre.

 

Rischiarsela, oppure no. Non è chiaro quale degli approcci prevarrà. All’aumentare della paura, cresce la voglia di un approccio gerarchico: diteci cosa dobbiamo fare, saremo diligenti. Ma c’è anche la possibilità che la paura porti a una ribellione, e che quindi il fatalismo abbia il sopravvento. La Tett dice che “ci sono precedenti: gli americani accettano l’idea che ogni anno ci siano 40 mila vittime a causa delle armi perché è il prezzo della loro libertà”. L’economia comportamentale, che ha subìto un brutto colpo di immagine proprio nel Regno Unito visto che il concetto di immunità di gregge è stato tirato fuori per la prima volta dal direttore dell’ufficio del governo che si occupa di comportamentismo (la mitica Nudge Unit che stava elaborando metodi per rassicurare il paese), indica però che gli ambiti in cui si forma la percezione del rischio sono piuttosto chiari. Hanno a che fare con l’informazione: il numero dei morti, le norme di igiene indispensabili, l’indice di trasmissione. L’Istituto della Sanità finlandese ha iniziato a raccogliere dati sulla percezione del rischio a febbraio: non è un caso se la Finlandia sia considerata la formichina globale del coronavirus, l’unico paese ad avere materiale sanitario disponibile per tutti, pronto e reattivo. Questi dati messi in fila oggi mostrano qual è il conflitto da evitare: quello tra propensioni al rischio differenti. Perché non c’è modo di trovare una sintesi, non c’è un compromesso tra il rischio come lo vedo io e il rischio come lo vedi tu, e la solidarietà finora mostrata rischia di incrinarsi mentre si cerca l’equilibrio tra soglie di sicurezza accettabili. I finlandesi, con grande anticipo, dicevano: l’informazione accurata crea fiducia, poi spetta alla politica saper consolidarla. Secondo l’Istituto di statistica inglese, “la fiducia non cresce di fronte alla presunzione di infallibilità dei leader, ma di fronte alla trasparenza”, anche quando essere trasparenti significa ammettere l’incertezza. Sembra un gioco a somma zero, ma non lo è: quanto rischio siamo disposti a ignorare dipende da quanto ne sappiamo riconoscere.

  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi