In Corea sono tutti potenziali contagiati

Giulia Pompili

Testare, tracciare e trattare. La strategia di Seul tra drive through e cabine

Roma. Mentre alcuni governi regionali annunciano test sierologici che però non esistono ancora, e che comunque sono poco utili in una fase interpandemica come quella in cui ci troviamo perché fotografano il passato (chi ha avuto il virus) e non il presente (chi ha in questo momento il virus) altri decidono di procedere da soli. Così, in maniera del tutto disomogenea, alcune regioni stanno iniziando lo screening a tappeto della popolazione. Al ministero della Salute, invece, restano fermi sulla posizione espressa sin dall’inizio: di test Real Time Pcr, cioè quelli che servono a sapere chi è infettato e chi no, non ce ne sono a sufficienza, e pur avendo reclutato altri laboratori, cominciano a scarseggiare i kit, e i reagenti. Quindi, che fare? Basterebbe copiare. E chiedere aiuto a chi ne sa. L’attività diplomatica serve anche in questi casi.

 

Il “modello cinese” non è quello a cui guardare, nonostante il governo di Pechino abbia mandato varie squadre di medici cinesi a “giudicare” il lavoro italiano. Non solo perché l’autoritarismo cinese non è un metodo perseguibile in Italia, ma anche perché cambiano i numeri, sia a livello di popolazione sia per la mobilitazione – produttiva e non solo – che ha aiutato molto in tempi emergenziali la Cina.

  

Da settimane il governo sudcoreano ha capito di poter usare l’emergenza per mettersi a disposizione di quei paesi che non vogliono applicare l’autoritarismo. Sul sito ufficiale del governo di Seul è stato pubblicato un opuscolo, consegnato anche nelle varie sedi diplomatiche, dove si mostra tecnicamente “l’esperienza sudcoreana”. Che si basa sulle tre T: Testing, Tracing, Treating, testare tracciare e trattare. “Il governo coreano ha condotto un numero impressionante di test diagnostici in un breve periodo di tempo per rilevare i pazienti e bloccare l’epidemia il prima possibile (al 23 marzo il numero totale di test era 338.036)”, si legge nel fascicolo. “La Corea si è rivolta alla rete di laboratori pubblici e privati per sviluppare questi test. Il 4 febbraio il governo sudcoreano ha approvato d’urgenza i test per coronavirus di una di queste aziende, e ha iniziato a distribuire i suoi kit. Una seconda azienda è stata approvata una settimana dopo, poi altre due. Seul ha continuato ad aumentare il numero di test e dei produttori di kit di test, aumentando così la capacità di test quotidiani da 3.000 (7 febbraio) a 18.000 (16 marzo)”.

  

A oggi in quasi tutta Italia se c’è la necessità di ricorrere a un tampone – cioè se le autorità lo richiedono – bisogna andare in ospedale. Non dappertutto: a Roma, a Napoli, a Bologna, ad Alessandria, e in altre aree sono da poco stati attivati i cosiddetti “drive through”, per cui il “caso sospetto” resta nella sua automobile e gli operatori prelevano il campione da gola e naso. E’ un sistema efficace messo in campo immediatamente dalla Corea del sud per ridurre al minimo le interazioni tra operatore e paziente, ridurre i tempi di attesa e quindi la nascita di focolai.

 

La Corea del sud inoltre divide i pazienti in tre categorie: caso confermato, caso sospetto e paziente sotto indagine. Questa terza categoria è a totale discrezione dei funzionari sanitari: si tratta di considerare tutti quelli che telefonano al numero unico non dei mitomani in cerca di attenzioni a cui dare tachipirina e al massimo il saturimetro, ma dei potenziali contagiati, per poter procedere poi a valutazione scientifica. Accanto all’ingresso del H Plus Yangji Hospital di Seul i medici hanno ingegnato un tendone con una specie di cabina telefonica: gli operatori all’interno sono protetti, e non toccano il paziente, che entra nella cabina e parla attraverso il telefono con il paramedico, e l’operazione di prelievo del campione avviene con i guanti di gomma agganciati al vetro divisorio. Una volta che il paziente esce tutta l’area viene bonificata. L’intero tendone è inoltre provvisto del sistema a pressione negativa – un sistema di cui si parla spesso, ma mai qui da noi: significa che l’aria che c’è all’interno di uno spazio non esce fuori, ma viene bonificata all’interno.

 

Ieri una task force intergovernativa tedesca ha avuto due ore di colloquio con i funzionari delle tre T sudcoreane per dare consigli e suggerimenti, e presto un team di specialisti dalla Corea andranno in Germania. Berlino ha deciso di copiare Seul, e forse ha scelto il modello migliore.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.