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In Corea del sud è partita la caccia all'untore gay. È una storia già vista

Giulia Pompili

Il nuovo focolaio nei club della movida friendly di Seul

Roma. Torna in campo l’esercito di tracciatori, si riaprono le stazioni di test veloci, si rimette in moto la macchina del contenimento del contagio. La Corea del sud, che aveva appena allentato le regole di distanziamento sociale dopo l’azzeramento di nuovi contagiati, è alle prese da qualche giorno con una possibile seconda ondata di diffusione di nuovo coronavirus. Il sistema di contenimento, perfezionato in questi mesi, secondo le autorità è una garanzia di successo. Più passa il tempo, però, più aumenta il desiderio di normalizzazione tra i cittadini, e più si avverte un certo senso di criminalizzazione nei confronti di chi viene contagiato. E la società sudcoreana, fino a oggi celebrata per il suo senso di comunità e di capacità di autocontrollo, inizia a mostrare i suoi limiti.

 

Il primo ad aver manifestato i sintomi, in questa nuova ondata di Covid, è un ragazzo che una settimana fa ha trascorso una serata tra il King Club, il Queen e il Soho, locali che si trovano sulla cosiddetta Homo Hill di Itaewon, nella capitale Seul. Itaewon è il quartiere più occidentalizzato di Seul, anche per via della vicinanza con il vecchio quartier generale delle truppe americane di stanza in Corea, ed è il luogo preferito dagli expat anche per la sua vivace vita notturna: se fossimo a Roma, sarebbe Trastevere.

 

Proprio per la sua natura aperta e internazionale, è a Itaewon che sono nati i primi bar e club gay friendly di Seul. Ed è questo il vero problema della seconda ondata di contagiati: non tutti vogliono far sapere di essere andati a prendersi una birra in tutta sicurezza a Homo Hill. La società sudcoreana è ancora estremamente conservatrice su certi temi e lo stigma sociale che deriva dall’essere o dal frequentare una comunità potenzialmente omosessuale (Itaewon, proprio come Hongdae, un altro quartiere molto divertente e giovane di Seul, è tutt’altro che un ghetto Lgbtq) è insostenibile. Per aiutare il lavoro dei tracciatori nell’eventualità che si sviluppi un focolaio all’interno di locali pubblici, da qualche tempo a Seul è necessario lasciare il proprio nome e numero di telefono all’ingresso di bar, ristoranti e club. Ma non tutti l’hanno fatto, fuori dal King Club e dagli altri locali di Itaewon. Anche perché pur essendo anonimi, i dati sui contagiati messi online dalle autorità riguardano gli spostamenti di ogni infettato, il che significa che è molto facile risalire alla sua identità. Finora sono state individuate almeno 120 persone infettate e tutte collegate al focolaio di Itaewon, e le autorità sanitarie chiedono a chiunque abbia frequentato o sia passato vicino all’area dal 24 aprile al 6 maggio di andare a farsi testare. Ma le garanzie sull’anonimato sono ancora troppo poche. Per esempio, un insegnante privato di un hagwon (una scuola di ripetizioni privata) che era stato al King Club è risultato positivo ma è stato denunciato per aver mentito sulla sua professione: lo ha fatto perché aveva paura che sarebbe stato licenziato dicendo di aver frequentato un locale di quel tipo. Lo hanno scoperto lo stesso, incrociando i dati del gps sul suo cellulare, e tutta la scuola è stata sottoposta a tampone: ci sono 11 contagiati.

 

In Corea del sud non esiste una legge anti discriminazione, e i titoli dei media, la narrazione della stampa e l’enorme lobby religiosa che muove la società sudcoreana contribuiscono enormemente a questa caccia all’untore gay, in generale una caccia ai giovani che vogliono divertirsi, i partygoers, i festaioli. I giornali, specialmente quelli conservatori, la scorsa settimana hanno utilizzato foto di uomini seminudi per insistere sui “club per gay”, incolpando “le minoranze sessuali di essere senza vergogna”, ha scritto sul Nikkei Asian Review Raphael Rashid. I social network si sono riempiti di insulti contro i gay e perfino le app per incontri sono state usate per identificare i frequentatori dei bar di Itaewon. “L’omosessualità non è illegale, ma è un tabù, spesso considerata un disturbo mentale”, scrive Rashid. “Non è infrequente che gli omosessuali vengano sbattuti fuori di casa dalle famiglie. Secondo un sondaggio del 2014, metà della popolazione omosessuale sotto i 18 anni ha tentato il suicidio. Anche la politica è influenzata dalla lobby conservatrice”. Moon Jae-in, attuale presidente ed ex avvocato per i diritti umani, dice di essere contrario alla discriminazione ma contro l’omosessualità, qualunque cosa voglia dire. L’annuale Gay pride, ospitato a Seul, è frequentato da migliaia di persone (soprattutto stranieri), ma è accompagnato sempre da manifestazioni di protesta, che a volte sono finite in scontri.

 

Quella sudcoreana è una società divisa: erano stati i giovani sotto i trent’anni ad aver promosso una proposta di legge, indirizzata alla presidenza di Seul, per criminalizzare le sette religiose che propagandano teorie antiscientifiche. Era avvenuto dopo il primo focolaio a Daegu, acceso dopo che un santone con centinaia di adepti aveva detto che il virus era un segno divino e si combatteva pregando tutti insieme. Gli adepti della setta si erano nascosti e avevano rifiutato i test perché ammalarsi “è considerato peccato”. C’è un’inchiesta della magistratura in corso sul caso. Gli omosessuali in Corea si nascondono per continuare a lavorare e ad avere un tetto sopra alla testa.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.