Il numero maledetto del coronavirus: 42

Giulia Pompili

È la cifra con cui iniziano i documenti emessi dalla provincia dello Hubei. Sono gli appestati, gli “untori” - Un estratto da Katane, la newsletter del Foglio sull'Asia

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MALEDETTO 42  

Il numero maledetto è 42. I quarantadue, li chiama la giornalista e analista Lavender Au, che scrive su Tech Node e che ha scritto sulla New York Review of Books uno straordinario racconto sulla sua quarantena a Shiyan, una città a quattrocento chilometro da Wuhan – l'epicentro dell'epidemia – ma all'interno dei confini della zona rossa, la provincia dello Hubei.

 

Il numero maledetto è il 42, perché i documenti emessi dalla provincia dello Hubei iniziano con il 42. Sono gli appestati, gli untori. “I numeri delle carta d'identità emessi qui iniziano con '42', e le targhe delle automobili iniziano con l'antico carattere cinese cinese che indica la regione: e. Le persone dello Hubei che si trovano in un'altra provincia ricevono telefonate da estranei che chiedono se per caso hanno tosse o febbre. Ordinano il cibo e lo mangiano fuori dal ristorante. Per alcuni dei quarantadue, l'auto è diventata un'altra casa, perché vengono rifiutati dagli alberghi. Altri ancora, che non hanno mezzi di trasporto privati, stanno tornando a piedi a Wuhan”, scrive Lavender Au. “Un mio amico, Ruohao, mi ha inviato la foto di una Nissan nera con la targa che inizia con la e, parcheggiata a Zhanjiang, nel sud della Cina. Incastrato nel lunotto posteriore c'era un pezzo di carta con su scritto: 'Sono stato a Zhanjiang per tutto il tempo'. Alcuni funzionari non-quarantadue, preoccupati, hanno condiviso con i loro parenti i numeri di telefono, gli indirizzi e le foto dei quarantadue. Ci sono video di altre parti della Cina dove gli abitanti si mettono di guardia, uno è stato visto con una lancia in mano, per controllare gli ingressi. Il numero 42 e le sue conseguenze seguono perfino le persone che stavano scappando: ho visto il tweet di una donna americana alla Cnn che chiedeva agli Stati Uniti di abbattere il proprio aereo che trasportava gli sfollati, 'per tutti i nostri figli'".

 

Da una parte c'è la psicosi di massa, che i media tentano di quietare facendo però il gioco opposto. Per esempio, l'Italia ha dato enorme spazio al coronavirus, anche prima della notizia dei due contagiati su territorio italiano. E' un problema non nuovo del giornalismo e dei contenitori tv italiani. Il desiderio di fare click, di sfruttare l'ondata allarmistica per fare ascolti, di navigare nel mare della dipendenza da eccesso di informazioni. Dare una notizia non verificata e poi smentirla, nel caso, invece che avere un approccio più giapponese: non si pubblica nulla finché non è certo. (L'esempio giapponese è molto importante perché è il modello ampiamente criticato durante la crisi di Fukushima).

La psicosi porta le persone a occuparsi esclusivamente di sé stesse, dei propri confini, del proprio vicinato, del proprio appartamento. Ma siccome noi non siamo in emergenza, abbiamo il dovere di guardare pure a quello che sta succedendo fuori: proprio lì, dove tutto è iniziato. 

 

La situazione a Wuhan ma nell'intera regione dello Hubei è spaventosa. Lo raccontano i media locali, e quelli internazionali. Non solo perché i contagiati aumentano in modo esponenziale. In un paese in cui i diritti umani vengono sistematicamente violati, soprattutto in nome della collettività, l’allarme pandemia può giustificare qualunque cosa, ho scritto in questo articolo. I metodi autoritari nella ricerca delle persone che hanno avuto a che fare con le zone di contagio sono pericolosissime. Ma c'è anche un dramma che riguarda la salute mentale delle persone che sono in lockdown. La Bbc raccontava la storia di Yan Cheng, disabile di 16 anni, trovato morto una settimana dopo che suo padre e suo fratello erano stati portati in quarantena. Secondo il China Daily due funzionari del partito comunista locale sono stati rimossi dall’incarico per non aver provveduto alla sua assistenza. Ci sono notizie non confermate di suicidi, legati allo stress ma anche di persone ammalate che non vogliono contagiare i familiari. 

 

Il New York Times, che ha una copertura dall'epicentro dell'epidemia notevole, racconta la sorveglianza dello Hubei, e delle persone che vengono dall'area. Il 3-4 per cento dell'intera popolazione cinese in questo momento è il nemico pubblico numero 1 per il governo centrale di Pechino – e sostanzialmente, in quanto tutti "potenzialmente affetti dal virus", anche per il resto del mondo. Possiamo "sacrificarli", come scrive Bloomberg? No. Dobbiamo occuparci anche di loro.

Questo è un altro racconto dell'emergenza, scritto da Xinyan Yu, senior video producer del South China Morning Post, che lavora all'estero ma è di Wuhan. 

Per chi crede che la Cina sia un monolite impenetrabile e senza dissenso interno, un articolo che è circolato molto in questi giorni è questo qui, sul tradizionale giornalismo d'inchiesta che esiste e resiste. Anche per questo, se volete informarvi e non conoscete il mandarino, la lettura di Caixin è molto utile.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.