Morti, untori e sberleffi. Nella Napoli martoriata dal colera

Francesco Palmieri

Il flagello che uccise Leopardi e perseguitò Francesco di Borbone fino a Roma, dove la madre gli morì tra le braccia. Anche allora a far paura era l’oriente. Ma al pregiudizio oggi si risponde anche con gli scongiuri

Principi, poveri, peccatori e santi senza più faccia, uomini, donne, vecchi e bambini però tutti, tutti uguali perché sono così, apparentemente, l’uno come qualsiasi altro i teschi impilati a decine, centinaia, migliaia di migliaia negli ossari tufacei napoletani. Come tutte uguali, senza l’ausilio dello zoom, sono le teste affollate nella curva di uno stadio inquadrato dall’alto, che se in quel campo c’è la squadra del Napoli può intonare evocando “colera e Vesuvio”, “Vesuvio e colera”, riconoscendo a una città fra tutte la privativa delle epidemie e delle catastrofi. Non è la storia, è un mito. Dura per questo assai di più. Sarebbe inutile contrapporgli fatti e documentazioni. Un mito s’abolisce solo con un altro mito. Bisogna, finché resiste, conviverci e provarsi a raccontarlo. 


Su whatsapp circola l’audio dell’avvocato partenopeo Francesco Bile, che offre in affitto “un cinese con la tosse” a modici prezzi


 

È per rendere forse più tollerabile questa obbligata confidenza con un passato di cui risultano intestatari, che i napoletani hanno sviluppato l’arte, quantomeno la tecnica, dello sberleffo: su whatsapp l’audio “virale” (è il caso di dirlo) dell’avvocato partenopeo Francesco Bile, che offre in affitto “un cinese con la tosse” a modici prezzi per dissolvere le file negli uffici o ai ristoranti, rappresenta forse l’unica sdrammatizzazione della minacciosa pandemia di coronavirus tra tante voci serissime e allarmate. Non è per incoscienza rispetto alla tragedia, ma per sopportarne la consapevolezza, che si dà fiato al pernacchio. “Lo sberleffo è la risposta del debole al più forte”, ha dichiarato l’avvocato Bile rievocando il celeberrimo pernacchio confezionato da Eduardo De Filippo ne L’oro di Napoli. Che sia rivolto contro un’epidemia o contro un burbanzoso nobile locale, è sempre lo strumento consolatorio degli sconfitti, un utensile filosofico che allevia la pressione della Storia e la crisi della presenza, come avrebbe notato l’illustre antropologo napoletano Ernesto de Martino. 


Gli avvocati napoletani hanno sviluppato nei secoli un’impareggiabile dimestichezza con l’irrazionalità della Storia


 

Esposti all’esito imprevedibile delle liti, alla durata spagnolesca dei processi, gli avvocati napoletani hanno sviluppato nei secoli un’impareggiabile dimestichezza con l’irrazionalità della Storia. Guidò nel ’700 la mano del giurista Nicola Valletta nella stesura di un fondamentale trattatello sulla jettatura; guidò quella del presidente della Repubblica, l’insigne penalista Giovanni Leone, nel gesto delle corna agli studenti toscani che gli auguravano il colera; guidò l’avvocato Giustiniano Lebano nella composizione dell’operetta Del Morbo Oscuro, nel 1884, mentre imperversava la tremenda epidemia che mieté migliaia di vittime e decise il Governo allo “sventramento” di Napoli. 


Tutti uguali, ma solo in apparenza, sono quei teschi impilati a decine, a centinaia e a migliaia negli ossari di tufo


 

Esoterista, gran maestro della Massoneria di Rito Egizio, già ardente attivista antiborbonico, l’avvocato Lebano attribuì, secondo i princìpi della medicina occulta, la responsabilità del cholera morbus alle pratiche nefande di “maghi e sacerdoti cinesi”. Risultò in accordo non con la scienza del medico tedesco Robert Koch, che isolava proprio in quel momento il vibrione responsabile dell’infezione, quanto con l’ondata di ostilità e paura dilaganti in Europa alla fine dell’Ottocento nei confronti del “pericolo giallo”, cui la diffusione del coronavirus da Wuhan sembra attualmente dare reincarnazione mediatica. Il povero Lebano aveva perduto due figli nell’epidemia e ne perse un terzo poco dopo, malgrado il tentativo della moglie Virginia Bocchini, la quale disperata per l’impotenza dei medici cercò di salvarlo con un rito magico in cui smarrì, col suo bambino, la ragione. Sarebbe morta pazza sei anni prima del marito, nel 1904, vittima collaterale come tante ce ne sono state degli strazi inflitti dalle epidemie. 


Ogni epidemia è una livella. Mette sullo stesso piano dei reprobi gli illustri e lascia ai bizzarri confacente destino finale


 

Tutti uguali, ma solo in apparenza, sono quei teschi impilati a decine, a centinaia e a migliaia negli ossari di tufo. Nelle enormi grotte del cimitero delle Fontanelle sono riordinati i crani che portarono il volto di principi, poveri, peccatori e santi, uomini, donne, vecchi e bambini. Chi ne conosce più l’identità, di quei morti per le devastanti epidemie di peste e colera dei secoli scorsi, chi sa come si chiamavano se non dopo averne adottato la testa, la quale in sogno disvela il proprio nome al devoto retribuendo con intercessioni le preghiere nella condivisa dimensione emotiva del Purgatorio. Nessun morto di peste o colera fu mai pensato all’Inferno. Perlomeno a Napoli. 


L’orrore della morte si raddoppiava per la sua liquidazione nelle fosse comuni, con scene da Sabba al cimitero dei colerosi


 

Ogni epidemia, più che una falce, è stata una Livella (seriamente: perché quella famosa poesia non è firmata Totò, ma Antonio de Curtis). Muore don Rodrigo e muore il pezzente, il meritevole e l’immeritevole. Hanno a tratti un’efficacia manzoniana le pagine rimaste quasi un secolo e mezzo inedite di Giuseppina Guacci Nobile, poetessa napoletana che fu in prima persona testimone del colera fra il 1836 e il 1837: “Strani casi si videro: quante vaghe donne, quanti teneri fanciulli, quanti giovani come ombre sparirono e quanti oggi vestirono lutto de’ parenti che il domani nella medesima fossa giacevano”. Il colera venuto dalle Indie aveva attraversato mezza Europa prima di affacciarsi, implacabilmente, sul Mediterraneo prendendo Algeri, Tolone, Marsiglia, Genova, Livorno, Venezia, Bari e altre città pugliesi. Ma sarà ricordato, anche quella volta, più per i nefasti sviluppi che flagellarono Napoli. 


Non c’è risposta alle fatalità, ai cori da stadio, alla fama infamante quando si mettono dal lato del più forte. Ma c’è lo sberleffo


 

“La paura sconvolgeva le menti”, riferisce la Guacci Nobile, e scattò anche l’inevitabile caccia all’untore: sospettati persino quei medici che si strofinavano le mani con cloruro di calce prima di entrare negli alloggi dei colerosi; sospettata “una leggiadra donna di Procida” trovata in possesso di “cartoline di polverina biancastra”, che confessò alla polizia essere un miscuglio d’ossa umane confezionato da una maliarda quale orrido filtro d’amore per il giovane di cui s’era invaghita. Casi turpi e slanci eroici s’intrecciarono vari e contraddittori come l’umanità. La livella mise sullo stesso piano dei reprobi gli illustri e lasciò ai bizzarri confacente destino finale: il poeta Tarquinio Vulpes, “uomo di strano intelletto”, “fervido cercatore del maraviglioso tanto che spesso dove non era il vedea”, forse perciò “fu tenuto avvelenatore e un giorno inseguito a sassate”; scampò al linciaggio rifugiandosi a casa, dove fu fulminato dal colera e “fu voce universale” che dato per morto “per negligenza” dei becchini, “die’ l’ultimo fiato non sul suo letticciuolo ma dentro la propria bara”, “come quello che si piace di udir morto stranamente tale che stranamente era vissuto”. Non furono rari casi simili: vuoi la fretta, vuoi la paura, “certo si è che ne’ cadaveri de’ colerosi più volte si notava segno di vita”: l’orrore della morte si raddoppiava per la sua liquidazione nelle fosse comuni, con scene da Sabba al cimitero dei colerosi dove nottetempo si scaricavano le vittime, mentre s’aggiravano “intorno intorno que’ visi cagneschi de’ becchini affaccendati, forse motteggiando fra loro, forse di soppiatto tracannando orciuoli di buon vino in dispregio del pianto del concittadino”. Eroico fu un funzionario del comune, Francesco Barone, che vigilava ogni notte perché “non vi fossero delitti o trufferie”, finché scoprì che i monatti spogliavano i cadaveri e la polizia, “per via di accorte investigazioni, ebbe manifesta una bottega piena di vesti de’ colerosi trafugate pe’ becchini medesimi, delle quali fu fatto un falò in piazza del Pendino”.

 

L’epidemia ebbe una recrudescenza nella primavera del ‘37 e fu in quei giorni, il 14 giugno, che morì a Napoli Giacomo Leopardi, sottratto dall’amico Antonio Ranieri alla fossa comune con una sepoltura clandestina nella chiesetta di San Vitale a Fuorigrotta (le spoglie avranno poi una sorte enigmatica e successive ricognizioni solleveranno un ‘giallo’ sulla sparizione del suo cranio. Certo è che nella solenne traslazione di Stato disposta nel 1939 al Parco Vergiliano, la rattoppata bara di Leopardi conteneva più che ossa terriccio e brandelli di tessuto). Restano accanto alle testimonianze umane, ugualmente spaventosi, algidi reperti statistici: il tasso di mortalità di quell’epidemia aderì come una pelle tesa alla condizione urbanistica dei quartieri napoletani. Il picco di 38,60 decessi per ogni mille abitanti toccò alla miserevole sezione Porto; poi 18,90 al Mercato e 17,70 al Pendino. 


Mancavano risorse finanziarie e concrete volontà politiche. Con inaspettato slancio, a metterle insieme fu re Umberto I


 

Negli stessi quartieri avrebbe maggiormente infierito l’epidemia del 1884, quella di cui sarebbe rimasta più memoria e che avrebbe segnato la “peculiarità” di Napoli tra i posteri. Oltre 14 mila casi registrati per 7.200 decessi, un prezzo umano troppo alto per l’Italia postunitaria e per l’Europa tutta, dove pure il colera aveva variamente colpito. Giunse anche in questo caso dall’Oriente, sulle navi dei soldati francesi di ritorno dall’Indocina. Il contagio si propagò dal porto di Tolone e valicò le Alpi registrando sparuti casi a Saluzzo, in Piemonte. Il primo settembre toccò Napoli, forse tramite alcuni rimpatriati dalla Francia, funestando l’ex capitale delle Due Sicilie fino alla metà del novembre successivo: il giorno 14 fu tumulata l’ultima vittima.

 

Il sovraffollamento e le disastrate condizioni del patrimonio edilizio, l’inaccettabile situazione igienica con le acque potabili contaminate da quelle cloacali offrirono nuovamente l’habitat ideale al batterio del colera nei quartieri bassi. I progetti di ristrutturazione e di ammodernamento ruotavano in fascicoli sempre più ponderosi da una scrivania all’altra e da un ufficio all’altro, per assenza di risorse finanziarie e di concrete volontà politiche. Ci volle lo scandalo delle migliaia di morti per reperire le prime e risvegliare le seconde. Chi le mise assieme, con inaspettato slancio che occupò tutta la scena di quel dramma nazionale, fu re Umberto I, il quale dimostrò nell’occasione un innegabile coraggio personale. Non si sa se pronunciò davvero la lapidaria frase “a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore, vado a Napoli”, per declinare l’invito alla corse ippiche nella città friulana; certo è che l’8 settembre, giorno della Madonna di Piedigrotta cui devotissimi furono i Borbone, il sovrano scese dal treno acclamato da una folla delirante che riteneva, come ogni folla del mondo meridionale, l’epifania di un re appena meno taumaturgica di un’apparizione celeste.

 

Era, quello di Umberto, un coraggio noncurante tra fatalistico e soldatesco, che piaceva alla consorte Margherita e piacque agli italiani. Visitava i lazzaretti senza particolari precauzioni igieniche e si soffermava ad ascoltare le suppliche dei malati mentre il riottoso séguito reale era costretto a tenergli dietro coprendosi nasi e bocche con fazzoletti canforati. Celebrato come un eroe in tutto il Paese, persino dalla Chiesa, il re lascerà Napoli soltanto il 13 settembre, dopo avere elargito maccheroni alla plebe affamata, brande militari inutilizzate ai ricoverati e trecentomila lire dal suo portafogli alla municipalità. Finalmente era arrivata l’ora, annunciò il presidente del Consiglio, Agostino Depretis, di “sventrare Napoli”. Se le parole hanno un senso, la metafora accomunava gli intestini dei consunti corpi colerici ai budelli urbani fatti di fondaci, supportici e tortuosi vicoli in cui quell’umanità s’ammassava. Ma la Legge pel Risanamento della città di Napoli, promulgata sulla spinta emotiva già a gennaio 1885, si sarebbe rivelata la tipica occasione mancata. L’inconsistenza progressiva degli stanziamenti, l’inefficacia dei progetti, le speculazioni bancarie che avrebbero animato la Società per il Risanamento, la crisi creditizia di fine secolo, la scarsa considerazione dell’impatto sociale di quell’ambiziosa bonifica resero l’intervento più lungo, più difficoltoso e solamente parziale. Già pochi mesi dopo la visita del re, Napoli festeggiava il completamento del nuovo acquedotto che aveva voluto il sindaco Nicola Amore, ma dietro le imponenti cubature degli edifici umbertini, molti dei vecchi vicoli sarebbero rimasti intatti e la realizzazione di un moderno sistema fognario avrebbe atteso fino al 1899.

 

È che non bastava “sventrare” Napoli. Lo scrisse un’altra donna che fu testimone, come Giuseppina Guacci Nobile, delle devastazioni del colera ma ebbe fortuna assai più grande. Sarebbe diventata la più famosa giornalista d’Italia e una delle scrittrici più lette: Matilde Serao. Replicò allo slogan di Depretis con una serie di nove articoli quindi raccolti in un pamphlet ristampato fino a oggi: Il ventre di Napoli, “breve studio di verità e di dolore”. “Vi lusingate che basteranno tre o quattro strade attraverso i quartieri popolari, per salvarli? Vedrete, vedrete, quando gli studî, per questa santa opera di redenzione, saranno compiuti, quale verità fulgidissima risulterà: bisogna rifare… Per levare la corruzione materiale e quella morale, per rifare la salute e la coscienza a quella povera gente, per insegnar loro come si vive – essi sanno morire, come avete visto – per dir loro che essi sono fratelli vostri, che noi li amiamo efficacemente, che vogliamo salvarli, non basta sventrare Napoli: bisogna in gran parte rifarla”. Sarà pure un’ovvietà però va detta: l’accorata utopia di una cronista ancora troppo giovane sarebbe rimasta tale senza sorprese per nessuno.

 

Tra splendori e orrori, sputi e baci, eccessi e incensi, Napoli avrebbe rivissuto – come molte città di mare – la ricomparsa del morbo con sempre più attenuata virulenza infettiva, ma con clamorosa incidenza mediatica fino all’epidemia dell’agosto 1973. Un numero sparuto di morti e un migliaio di contagi bastano tuttora, a quasi mezzo secolo di distanza, come alimento per quei cori da stadio. Un mito, s’è detto, può essere smentito solo da un altro mito e non coi fatti, perché i fatti dimostrarono che il vibrione del ’73 arrivò con le partite di cozze contaminate dalla Tunisia. Come già prima, giunse da altri porti, altre storie, altre genti: Tunisi, Tolone, Marsiglia, Bari, Genova, Palermo, Barcellona furono affratellate dal colera. Tutte affacciate sullo stesso mare, quello di cui la presuntuosa Napoli si sognò bellissima Sirena dovendo pagare il suo prezzo di famosa e diffamata con la cessione, o la conquista, di una mitologia che non può essere quotata in borsa né collocata sui mercati, tuttavia lascia il segno nella trasfigurazione artistica e nella collocazione immaginale.

 

Nell’anno stesso di quell’ultimo colera, il giornalista Antonio Ghirelli pubblicava la Storia di Napoli, dove scriveva in conclusione: “Intanto Napoli è la sola città al mondo che abbia avuto e continui ad avere una bibliografia ‘in progress’, sterminata e inarrestabile assai più di ogni altra città, Roma o Parigi o New York comprese. Ognuno vuole scrutare dentro il ‘mistero’ o dentro i ‘misteri’ di Napoli per ricavarne non una testimonianza documentaria ma un messaggio poetico o addirittura una lezione di vita”. E’ ancora oggi tutto vero, quasi mezzo secolo dopo quel colera e quel libro. Un posto nell’immaginale collettivo, rispetto a un posto nei listini finanziari, è molto più durevole. 

 

C’è tuttavia un aspetto che chi scrive non può, o forse preferisce, non spiegare, poiché ha a che vedere con le assonanze più sottili del destino ovvero (detto più pomposamente) con la filosofia della storia. E in breve, la storia è questa: esiliato dal suo Regno, che una nuova Italia ha sancito non esista più, l’ultimo re Borbone Francesco II trascorre con la famiglia e un piccolo governo postumo le sue monotone giornate a Roma. Tiene un diario scarno su metallic memorandum books di fattura inglese di cui fa scorta nelle cartolerie di piazza Colonna. Scrive al principio del 1867: “Non belli né buoni fatti si avverarono pel passato anno. Sarà lo stesso nel venturo? Io lo ignoro!”.

 

Sarà, quell’anno nuovo, forse peggio: domenica 4 agosto ad Albano, reduci da una festa nella villa del principe Orsini, molti invitati risultano infettati dal colera che sta imperversando a Roma. La mattina di mercoledì 7 manifesta violenti sintomi Gennarino conte di Caltagirone, il fratellastro più piccolo del re, che ha appena dieci anni. “Resto colà la giornata – scrive Francesco – nell’indicibile angustia”. A mezzanotte palesano il contagio la sorellastra Maria Pia e la regina madre Maria Teresa, che soffrirà una morte atroce dopo una notte e un giorno di lancinanti spasmi intestinali: seminuda, mentre si contorce sul pavimento non trovando più requie alcuna nel letto, sotto gli occhi di Francesco che per confortarla sfida il contagio e rivela ancora una volta inaspettata tempra stoica sotto l’apparenza impacciata. Come già gli era accaduto sugli spalti durante l’assedio di Gaeta. Appunta sul diario che la morte di mammà è avvenuta mentre scoccano le otto di sera: “Al suono della campana spira lasciando tutti noi due volte orfani. Il Signore vuole così. Sia fatta la Sua volontà”. Parole forse più di un credente convinto che di “un seminarista vestito da generale”, come lo buggerò nel Gattopardo don Fabrizio principe di Salina. Il 13 successivo, mentre Maria Pia migliora, “Gennaro vola al cielo. Si pongono i suggelli”. 


I fatti dimostrarono che il vibrione del ’73 arrivò con le partite di cozze contaminate dalla Tunisia. Altri porti, altre storie 


Perché il colera, per fama o per diffamazione così associato a Napoli, andasse a bussare fin sui Colli Albani all’esule famiglia del re anche quando Francesco aveva perso la sua capitale, è circostanza così beffarda da non poterla ascrivere al semplice caso. Un karma, un destino sembra seguirlo lungo qualche sfuggente fil rouge oltre i confini dello Stato Pontificio sotto forma di vibrio cholerae, il batterio che al microscopio appare come una virgola, che è elencativa, e prelude sempre a qualcosa dopo di lei finché una frase o un periodo o una vita non si concludano con il definitivo segno grafico del punto. (La scrittura dell’ex sovrano, nei diari, diverrà a mano a mano più piccola per sempre più asciutte annotazioni, fino a farsi così minuta che gli storici faticheranno a interpretarla, quasi a voler dissolvere la propria traccia sulla pagina come nella storia).

 

Non c’è risposta alle fatalità, ai cori da stadio, alla fama infamante quando si mettono dal lato del più forte. O non c’è risposta migliore, se sei napoletano, dello sberleffo concepito dall’avvocato Francesco Bile mentre rifletteva sul coronavirus cinese bloccato nel tedioso traffico automobilistico di via Marina. Quando l’ammiraglio Persano, miles gloriosus della Marina sabauda, cannoneggiò con la sua flotta la piazzaforte di Gaeta, per codardia si tenne fuori tiro delle artiglierie borboniche, sicché dei suoi “nessun proiettile vi giungeva, tutti cadevano nel mare da 100 a 150 metri lontani”. Ne fu testimone don Giuseppe Buttà, cappellano del 9°Cacciatori dell’esercito di re Francesco. Afflitti da un’epidemia di tifo, dalla carenza di viveri, dalla sporcizia e dalla certezza della sconfitta, i marinai napoletani di fronte alla bravata di Persano non ne potettero più, ma non bestemmiarono: “Saliti sopra i parapetti fischiarono que’ della flotta Sarda”. E “parecchi di que’ marinari affettavano posizioni indecenti e grottesche”.

 

“Lo sberleffo è la risposta del più debole al più forte”, ha detto l’avvocato Bile e aveva già insegnato Eduardo. E poiché s’avvicinava Carnevale qualche giorno dopo, agli inizi di febbraio 1861, anche quando i cannoni degli assedianti tormentavano la fortezza dal fronte di terra, i marinai “passeggiavano sopra i parapetti per meglio farsi vedere da’ Piemontesi, ai quali faceano tante smorfie e quando qualche proiettile scoppiava in aria o cadeva fuori la Piazza, cominciavano a fischiare da non finirla più. Si giuocava – osservava don Buttà – con la morte! I superiori e il Re tolleravano quelle buffonate per mantenere il buonumore della Piazza, e perché raddoppiavano l’energia de’ soldati”. E lui vide a un certo punto alcuni marinai feriti dal fuoco nemico, ma vestiti in maschera, “condotti all’ospedale da altri vestiti dallo stesso modo, che facevano ridere anche un Democrito”.

Come se fossero allo stadio. Quando qualcuno dell’altra squadra tira il rigore sbagliando o i suoi tifosi ti gridano “colera”. Perché il mito che resiste ai fatti s’abbatte sì soltanto con un altro mito, ma al suono dello sberleffo comunque vacilla.

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