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Un mondo che crolla

“I bianchi americani sono decrepiti come i russi alla fine dell’Urss”. La tesi di First Things sulle stragi

9 Agosto 2019 alle 06:15

Un mondo che crolla

I nomi delle vittime della sparatoria nel memoriale di El Paso (foto LaPresse)

Roma. “Venti morti a El Paso. Altre nove vittime in Ohio. Queste stragi fanno parte di un fenomeno più ampio da comprendere: sono i sintomi di un corpo malato”. L’analisi di R. R. Reno, storico direttore della rivista cattolica First Things, non si concentra sul gun control, sull’ideologia razzista degli attentatori, su Trump, ma sul “collasso culturale”, come lo chiama Reno, uno dei principali intellettuali cattolici americani. Il suprematismo bianco come manifestazione del suicidio bianco? 

 

“I bianchi della classe lavoratrice sono in una situazione simile a quella della Russia dopo il crollo dell’Unione sovietica”, spiega Reno. Ovviamente la tesi non è piaciuta ad alcuni giornali, come il Washington Post, che ieri lo hanno attaccato. Perché Reno intinge la penna nel brodo sociale e culturale che il progressismo fatica a decifrare. “Le sparatorie di massa hanno messo un punto esclamativo sulla decomposizione sociale degli Stati Uniti. I segnali di avvertimento sono ovunque. Chiunque visiti Seattle o San Francisco è colpito dai branchi di giovani selvaggi che vivono nelle strade. Un amico che gestisce una grande azienda nel Midwest mi ha detto che è difficile trovare persone da assumere: la maggior parte di quanti fanno domanda non supera i test antidroga”.

 

Come scrive il sociologo Charles Murray in “Coming Apart”, gli americani della classe lavoratrice sono sempre più disfunzionali. “Dato il collasso culturale, non sorprende che l’America ora stia vedendo diminuire l’aspettativa di vita, un fenomeno notevole in un paese ricco e sviluppato”, continua Reno. Non solo, ma l’America è praticamente l’unica grande potenza economica che ha visto l’aspettativa di vita scendere, anziché salire.

 

L’Organizzazione mondiale della sanità fa sapere che un bambino cinese può sperare di vivere più a lungo e in buona salute rispetto a un bambino degli Stati Uniti, una situazione che non ha precedenti. Lo ha spiegato anche il premio Nobel dell’Economia Angus Deaton, facendo riferimento all’epidemia di “morti disperate” tra i non laureati, aggravata dalla “crisi degli oppiacei”, uno dei fattori che hanno abbassato l’aspettativa di vita in tutti gli Stati Uniti. “L’aspettativa di vita in gran parte degli Appalachi è inferiore a quella del Bangladesh”, ha spiegato Deaton in riferimento alla regione americana tipicamente rurale e bianca. “Una parte della popolazione negli Stati Uniti ha visto il suo mondo crollare. Questo riguarda principalmente i non laureati. La loro vita era migliore cinquant’anni fa. Avevano un sindacato, andavano in chiesa, appartenevano a una comunità… La gente ha lasciato la sicurezza delle religioni ereditate dai genitori per le chiese con più enfasi sull’identità personale. Hanno non solo perso denaro e lavoro, ma anche un senso per le loro vite”. Norton, nel West Virginia degli Appalachi, è il Ground zero americano della tossicodipendenza.

 

“Liquefazione di una nazione”

 

I tassi di suicidio fra i bianchi americani aumentano ogni anno. Un rapporto dei Centers for Disease Control and Prevention mostra che i tassi di suicidio per gli uomini da 45 a 64 anni sono aumentati del 37 per cento e Anne Case, docente di Economia a Princeton, afferma che “il gruppo demografico che guida i tassi di suicidio è costituito dai bianchi senza un’istruzione universitaria”.

 

E’ il cosiddetto “White Trash” di Nancy Isenberg. David Blankenhorn in un libro ha parlato invece della “Fatherless America”, l’America bianca senza padre e culturalmente illegittima. Patrick Crusius, lo stragista suprematista di El Paso, oltre a essere un fan di Trump, era un solitario cresciuto in una famiglia con i genitori divorziati e con un padre tossicodipendente e alcolizzato da quarant’anni. Un pesce marcisce dalla testa in giù, è l’amara conclusione di R. R. Reno su First Things: “La liquefazione sociale della nostra nazione è una conseguenza diretta delle mentalità, delle politiche e delle azioni della nostra classe dirigente. Hanno promesso la libertà, ma hanno prodotto una cultura della morte”.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    09 Agosto 2019 - 11:55

    Ma come i film western e polizieschi ci hanno abituato a stragi a iosa in America dalla sua nascita ed ora qualche bello spirito s'accorge?

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  • branzanti

    09 Agosto 2019 - 11:00

    L'assenza di qualsiasi politica di attenzione per i problemi dei cittadini e di sostegno in caso di necessità (la responsabilità è certamente bipartisan), lo spostamento sugli utili aziendali della ricchezza delle imprese, con una stagnazione delle retribuzioni che rendono oggi gli Usa un paese più favorevole per andare a produrre (il Bangladesh di un tempo), hanno creato un deserto umano, civile e sociale che l'articolo esprime efficacemente. Servirebbero serie politiche condivise e l'impegno del sistema economico di rinunciare ad una parte del suo folle egoismo per avviare un percorso di ripresa. Finché sentiremo notizie farlocche sulla piena occupazione e l'economia che tira non sarà possibile. E mi dispiace perché, al di là di fasce deprecabili, in Usa vivono moltissime persone. (azzarderei almeno 200 mln) che non meritano questo.

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