Fiori davanti al Walmart di El Paso dove un uomo ha ucciso 22 persone (foto LaPresse)

Il terrorismo razzista di El Paso è un tassello della grande guerra fra identità

Mattia Ferraresi

E’ sempre più frequente che gli attentatori scrivano dei manifesti prima di commettere le stragi. Sono segnacoli identitari nei quali riconoscersi, per poi uccidere, evangelizzare e nuovamente riconoscersi

Roma. E’ sempre più frequente che gli attentatori scrivano dei manifesti prima di commettere le stragi. Non sono saggi lunghi come quello di Unabomber, ma nemmeno telegrafici messaggi finali di chi sta per gettarsi in un’impresa mortale. Sono documenti che segnalano un’ispirazione ideologica condivisa da una comunità di riferimento, tanto che gli attentatori tendono a citare chi li ha preceduti. Sono segnacoli identitari nei quali riconoscersi, per poi uccidere, evangelizzare e nuovamente riconoscersi.

 

Patrick Crusius, il 21enne che ha ucciso 22 persone a El Paso, in Texas, ha fatto riferimento al manifesto dello stragista di Christchurch, in Nuova Zelanda, un delirante sproloquio intitolato “The Great Replacement”. Altri terroristi si erano ispirati a quel documento gravido di risentimenti xenofobi e denunce del “marxismo culturale”. Non sono soltanto i suprematisti bianchi a seguire questo copione. Elliot Rodger, che nel 2014 ha ucciso sei persone in California prima di suicidarsi, ha scritto “My Twisted World”, documento autobiografico che è diventato il vangelo della comunità incel, i “celibi involontari” che devono far pagare al mondo la loro condizione di rifiutati. Prima di compiere gesta omicide, alcuni seguaci hanno citato quello che nei forum di Reddit e 4Chan è noto come “il supremo gentiluomo”.

 

Lo stragista di El Paso ha dato una forma linguisticamente più comprensibile ai contenuti diffusi dai suoi predecessori. Nel manifesto fissa l’odio per “il mix razziale” e lamenta “l’invasione ispanica del Texas”. Ai temi classici della supremazia bianca affianca le preoccupazioni per l’ambiente, “che sta peggiorando anno dopo anno” e segue quel punto di convergenza fra etno-nazionalismo e ambientalismo noto come ecofascismo, sottocultura che si muove sotto gli auspici razzisti di Madison Grant, ispiratore dell’ambientalismo eugenetico di Hitler.

 

Come ha notato David Brooks sul New York Times, il testo di Crusius “non è un esempio classico di xenofobia o supremazia bianca”: la sua caratteristica fondamentale, scrive l’editorialista, è “l’essenzialismo”. Ciò che definisce una persona è la sua dimensione etnica e razziale, che diventa la lente attraverso cui legge qualunque cosa. Da questo si deduce che le etnie, che si esprimono al massimo grado quando sono pure, devono rimanere il più possibile separate, ma in un mondo interconnesso fatto di scambi e migrazioni di massa è inevitabile che si arrivi a un darwiniano scontro su base razziale. E’ una rissa reale fra identità contrapposte.

 

La supremazia bianca, peccato originale dell’America della schiavitù e della segregazione, va collocata sullo sfondo di una lotta totale e generalizzata per la definizione e l’affermazione delle identità, termine da declinare sempre al plurale. La identity politics è l’ecosistema nel quale queste forme di odio proliferano, alimentando una perversa dialettica tribale che ha trasformato gli strumenti per l’emancipazione delle minoranze vessate in randelli nelle mani della maggioranza che ora si sente sotto attacco. All’inizio degli anni Novanta, nel mezzo del processo di riconoscimento di gruppi in cerca di dignità e protezione, alcuni intellettuali liberal avevano capito che la sbrigliata proliferazione di identità avrebbe sfibrato il tessuto sociale, generando conflitti. Leon Wieseltier ha scritto nel 1994 il saggio “Against Identity”, uno scontro frontale con la identity politics in cui rifiutava di sottoscrivere il sogno, a suo dire utopico, di una società formata dall’armonico convergere di identità sempre nuove. E’ dunque doveroso che all’indomani di stragi terroristiche ideologicamente motivate s’indaghi sulle responsabilità indirette di Donald Trump e dei suoi sgherri che soffiano sul fuoco della supremazia bianca, ma i fatti di El Paso e Dayton vanno letti sullo sfondo della grande crisi delle identità.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.