Texas, forze di sicurezza sul luogo della sparatoria in un supermercato a El Paso (LaPresse)

Spari di ecofascisti

Mattia Ferraresi

La teoria che unisce la protezione dell’ambiente alla difesa della razza ha ispirato, più del sovranismo di Donald Trump, la strage di El Paso

Il massacro di El Paso, le cui motivazioni sono scritte in un manifesto di quattro pagine vergato dall’attentatore, ha portato le colpe simboliche e morali della violenza dalle parti di Donald Trump, et pour cause. Patrick Crusius era ossessionato dalla “invasione degli ispanici”, dal “mix razziale” che diluisce l’identità bianca, aborriva l’ideologia democratica dei “confini aperti”, voleva uccidere più messicani possibile e ha perfino scritto “send them back”, rimandateli indietro, citazione letterale dal feed Twitter del presidente. Normale che il dito venga puntato su chi getta benzina sul fuoco nazionalista e razziale, anche a dispetto delle formali dichiarazioni in senso opposto, riprese dal New York Times in un eccesso di letteralismo che ha fatto imbestialire tutti e indotto la revisione di una titolazione infausta. Si è ripetuto ovunque il concetto sintetizzato in un altro titolo del Times, questa volta di un editoriale di Michelle Goldberg: “Trump è un nazionalista bianco che ispira il terrorismo”. E’ l’ispiratore originario, il mandante morale. Il travaso diretto della colpa sul ciuffo presidenziale dovrebbe trovare ulteriore legittimazione nelle tendenze della violenza americana: i crimini a sfondo razziale aumentano e la supremazia bianca è più viva che mai. Il fenomeno, naturalmente, è datato, ma normalmente gli istinti razzisti si manifestavano in modo più potente durante le amministrazioni democratiche, quando i fanatici rintanati negli scantinati ideologici più bui avevano un nemico contro cui scagliarsi, e uscivano più facilmente allo scoperto. Adesso il trend si è rovesciato.

  

Si teorizza il matrimonio fra protezione dell’ambiente e difesa della purezza della razza, binomio già peraltro visto nel Terzo Reich

Il processo logico di attribuzione della colpa delle presenti stragi al presidente e al comparto di idee impresentabili che incarna non deve però far dimenticare la specificità ideologica dello stragista di El Paso, un particolare esemplare omicida che si era abbeverato alle fonti carsiche di un filone noto come eco-fascismo. In quella sordida nicchia, si teorizza il matrimonio fra protezione dell’ambiente e difesa della purezza della razza, binomio già peraltro visto nel Terzo Reich, saldato dall’opera della mistica e spia francese convertita all’induismo Savitri Devi, che nel Dopoguerra sarà l’autrice della Bibbia dei diritti degli animali, “The Impeachment of Man”. Contrariamente ad altri autori di stragi sostenute da documenti programmatici, Crusius ha scritto un manifesto conciso e in un linguaggio comprensibile. Lo ha intitolato “A inconvenient truth”, come il documentario ambientalista di Al Gore. L’autore si premura anche di prevenire lo scaricamento della colpa su Trump: “Alcuni daranno la colpa al presidente o a certi candidati presidenziali per l’attacco. Ma non è corretto”. Le sue convinzioni, dice, “precedono l’arrivo di Trump”. Di quali convinzioni si tratta? Accanto alla xenofobia anti-ispanica, lo stragista mostra un’ossessione di stampo malthusiano sulla sovrappopolazione ed esplicita la necessità di “liberarci di abbastanza persone” per poter sopravvivere in un mondo in cui le risorse sono insufficienti. S’ispira all’attentatore di Christchurch, in Nuova Zelanda, il quale in un manifesto assai più lungo e confuso si proclamava un eco-fascista, dichiarando che “non esiste nazionalismo senza ambientalismo”. In questa prospettiva, la protezione della natura deturpata dalla civiltà industriale, ispirata ai principi del neoliberismo, si accorda con l’avversione ai fenomeni migratori che sconvolgono popoli, distruggono tradizioni e generano sprechi di risorse.

   

Nella prospettiva eco-fascista, i popoli che preservano la propria integrità razziale e territoriale sono i custodi dell’integrità ambientale, opposti ai nomadi cosmopoliti con un’identità non stanziale che si muovono, si spostano e sfruttano risorse in modo indiscriminato, trascinati dalla vorace logica consumista. C’è una linea che unisce le tribù della destra paganeggiante e nostalgica di un mondo antico, segnato da un rapporto organico con una natura panteisticamente intesa; è una linea sghemba e segmentata che tocca la mitologia norrena, l’antisemitismo, l’eugenetica, l’immaginario proto-germanico, i diritti degli animali, l’avversione per la plastica, il veganismo, l’ipotesi della decrescita.

  

Nei forum online dove si formano i terroristi, gli eco-fascisti teorizzano la necessità di usare tutti i mezzi necessari per fermare la distruzione del pianeta, compreso l’omicidio e lo sterminio di massa. Crusius ha scritto: “Lo stile di vita americano ha permesso ai nostri cittadini una qualità della vita incredibile. Tuttavia, il nostro stile di vita sta distruggendo l’ambiente del nostro paese. Tutto ciò che ho visto e sentito nella mia breve vita mi ha portato a credere che l’americano medio non è disposto a cambiare il suo stile di vita, anche se questo cambiamento comporterebbe un disagio quasi impercettibile. Dunque il passo logico successivo è quello di diminuire il numero di persone in America che sfruttano le risorse”. Un discorso chiaramente razzista, ma poggiato su una base maltusiana e su un’antropologia anti-umana che ritiene in fondo la specie umana un mortale parassita di una natura idealizzata.

  

Nel discorso ambientalista mainstream, quello legato alla sinistra, ai valori progressisti e a icone in stile Greta Thunberg, si immagina che la distruzione del pianeta colpirà in modo indiscriminato tutti gli esseri umani, al limite accanendosi innanzitutto sui poveri, che sono i meno protetti contro le intemperie di ogni genere. Gli eco-fascisti stabiliscono invece una gerarchia della colpevolezza dei popoli e promuovono apertamente idee genocide per mettere in atto i correttivi necessari per salvare l’ambiente. Nella logica dell’attentatore di El Paso, gli ispanici sono i primi responsabili di un presunto furto di risorse ai danni dell’uomo bianco, dunque vanno puniti per primi.

  

Sono teorie incastonate in profondità sotto molte delle esternazioni nazional-populiste di oggi, specialmente in Europa

E’ un errore pensare che queste inquietanti deviazioni ideologiche siano confinate a sottoculture di sciroccati che diffondo online le loro teorie farneticanti. Sono invece incastonate in profondità sotto molte delle esternazioni nazional-populiste di oggi, specialmente in Europa. Marine Le Pen è stata la leader più esplicita nel mostrare la sua ispirazione eco-fascista e ha promesso di fondare la “prima civiltà ecologica”, fatta di popoli radicati che si oppongono alle identità fluide e migratorie. Una sensibilità simile si ritrova negli estremismi di destra in Olanda, Austria, Germania e altri paesi. Anche il M5s, pur nella sua abituale confusione ideologico-strategica, ha provato per una stagione ad affermarsi come movimento orientato alla sostenibilità, sensibile verso i temi ambientali, con il malcelato proposito di farli convergere con pulsioni autoritarie.

   

La Russia sta sperimentando un nostalgico “ritorno alla terra” sotto l’influsso dell’imprenditore e scrittore Vladimir Megre, che tramite i suoi libri – che hanno venduto oltre 11 milioni di copie in Russia e sono stati tradotti in venti lingue – ha fondato una specie di culto improntato alla ricerca di uno stile di vita semplice e legato ai cicli della natura.

  

Elementi eco-fascisti si sono infiltrati nei ranghi dei partiti verdi in Canada, Germania e Stati Uniti, modificandone le piattaforme elettorali. Gli Ambientalisti Indipendenti di Germania, una scheggia estremista del partito dei verdi, mette nella sua agenda la difesa dell’ambiente al pari della protezione dell’identità culturale e della purezza della razza. In America, un gruppo di intellettuali antisemiti ha fatto naufragare la campagna (minoritaria, va detto) di Cynthia McKinney, saldando alcuni elementi dell’ideologia ambientalista alle ragioni della resistenza palestinese. McKinney era stata la prima donna di colore ad essere eletta deputata in Georgia con il partito democratico. Molto prima che il tema ambientale fosse occupato dall’ala socialista del partito democratico americano, quella che propone un Green New Deal, l’attivista Debbie Dooley ha tentato di dare vita alla versione verde del Tea Party formando la Green Tea Coalition, un network di associazioni che oltre a fare lobbying per i sussidi al fotovoltaico si batteva per la chiusura totale dei confini e la difesa delle tradizioni dell’America bianca.

   

Scrive lo stragista nel suo manifesto: “Alcuni daranno la colpa al presidente o a certi candidati per l’attacco. Ma non è corretto”

“Abbiamo la possibilità di diventare i distruttori della natura o i suoi custodi”, ha scritto Richard Spencer, figura centrale dell’alt-right americana, in un manifesto pubblicato nel 2017, alla vigilia della manifestazione di Charlottesville in cui è stato ucciso un manifestante, episodio che ha fatto riesplodere la questione dell’estremismo a sfondo razziale. Scriveva Spencer: “Mettendo da parte questioni complesse come il global warming e lo spreco di risorse, i paesi europei dovrebbero investire in parchi nazionali, riserve naturali, rifugi per le specie protette, oltre che in fattorie e ranch sostenibili. Il mondo naturale, e la nostra esperienza di esso, è un fine in sé”.

  

Le manifestazioni dell’eco-fascismo contemporaneo hanno radici profonde. A parte le connessioni con la Germania nazista, dove la protezione dell’ambiente, le leggi restrittive sulla caccia e la difesa dei diritti degli animali erano parti significative dell’apparato ideologico, l’eco-fascismo è cresciuto sul terreno della “deep ecology”, movimento filosofico che castiga gli errori degli ambientalisti antropocentrici, che credono che l’ambiente vada difeso a partire da una prospettiva umana. Ma l’uomo, nella visione radicale della “deep ecology”, non è che uno degli organismi che popolano il pianeta, e per la verità è il più spaventoso e violento. E come tale è anche il maggiore indiziato per essere cacciato dalla natura. Di più: gli ecologisti “deep” sostengono che il positivo sviluppo di forme di vita non umane è impossibile senza la contestuale decrescita della popolazione.

  

Poggiandosi sulla visione panteista di Baruch Spinoza, il filosofo norvegese Arne Naess è stato il primo a coniare il termine “deep ecology”, dando una forma argomentativa coerente a un insieme di persuasioni e inclinazioni che accomunavano un eterogeneo gruppo di personaggi, da Teddy Roosevelt a Gandhi. Naess ha influenzato le teorie di Paul Ehrilch sulla sovrappopolazione ed è stato la fonte ispiratrice di Rachel Carson, l’attivista americana che ha compiuto l’unione fra ambientalismo e controcultura. Da questa è nata l’alleanza fra la sinistra di stampo rivoluzionario e la cultura ambientalista. L’ecologista David Foreman si rallegrava delle carestie e delle epidemie come quella dell’Aids, che considerava strumenti igienici messi in atto dalla natura per liberarsi in tempi rapidi di un grande numero di esseri umani. L’intellettuale ecologista finlandese Pentti Linkola è uno strenuo avvocato della chiusura delle frontiere e della necessità di fermare, anche con mezzi violenti, i flussi migratori. Sostiene che la cosa più compassionevole da fare di fronte a una barca piena di migranti che si ribalta è impedire con la forza che i sopravvissuti risalgano a bordo.

L’eco-fascista più famoso della storia americana è Madison Grant. Teorizzava l’eugenetica come forma di controllo sociale

L’eco-fascista ante litteram più famoso della storia americana è Madison Grant, avvocato, intellettuale e zoologo che è stato anche consigliere e confidente di Teddy Roosevelt e Hebert Hoover. Con il suo lavoro di conservazione e protezione della biodiversità, Grant ha salvato molte specie animali dall’estinzione, compreso il bisonte americano massacrato su larga scala dai coloni americani per togliere riserve di cibo ai nativi. Grant era contemporaneamente anche un sostenitore di teorie razziali su base scientifica ed è stato l’autore di “The Passing of the Great Race”, un trattato sull’origine nord-europea dell’uomo americano, una razza la cui presunta purezza era minacciata dai flussi migratori dall’Europa meridionale. Il trattato era talmente famoso all’epoca che F. Scott Fitzgerald lo ha citato, cambiando il titolo e l’autore, nel “Grande Gatsby”. E’ stato il primo libro straniero che i nazisti hanno ristampato dopo aver preso il potere, e Hitler ha scritto una lettera a Grant in cui dichiarava che era la sua “Bibbia”.

 

Grant teorizzava l’eugenetica come forma di controllo sociale: “Un sistema rigido di selezione, mediante l’eliminazione, dei deboli e degli inadeguati, in altre parole i falliti sociali, risolverà i nostri problemi nel giro di un secolo”. Negli anni Venti ha fondato la Immigration Restriction League, gruppo di pressione che ha avuto un ruolo decisivo nel passaggio al Congresso del restrittivo Immigration Act del 1924 e dei successivi provvedimenti per il controllo dei flussi migratori. In quel contesto culturale, l’impegno per l’ambiente e il controllo delle migrazioni, sulla base di teorie razziali, non erano elementi percepiti come in contraddizione tra loro. Entrambi s’ispiravano alla concezione darwiniana dell’uomo e della natura che modellava la mentalità del tempo. Gli eco-fascisti sognano di riportare in vita oggi quelle categorie, e trovano terreno fertile in una frangia nazional-populista che, con un lavoro piuttosto sotterraneo, propone delle sintesi nero-verdi senza rispolverare esplicitamente teorie di andamento razziale. L’attentatore di El Paso era immerso in questo brodo culturale. Un contesto che ha una derivazione più europea che americana, e dunque la strage che ha commesso è allo stesso tempo perfettamente coerente e spuria rispetto al trumpismo che viene additato come origine unica della strage. Come ha notato il giornale The Intercept, non certo un media trumpiano: “Un certo numero di motivazioni citate dall’attentatore sono al di fuori del classico apparato razzista di Make America Great Again”.

  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.