Un venditore americano di armi con un AR-15 (foto Reuters)

Beto dice l'indicibile agli americani: “Se possedete armi d'assalto dovrete venderle al governo”

Daniele Raineri

Il candidato democratico alle presidenziali dice l’indicibile agli statunitensi. La Grande Ossessione di molti americani

Sabato un giornalista ha chiesto a Beto O’Rourke, candidato democratico alle presidenziali, che cosa può dire per rassicurare quegli elettori americani che temono che un presidente democratico toglierà loro le armi. “E’ esattamente quello che faremo – ha risposto O’Rourke – se avete un AR-15 oppure un AK- 47 dovrete venderli al governo”. Beto è del Texas, quindi dello stato americano dove il diritto di possedere e di portare in giro armi da fuoco è considerato più che sacrosanto, ma tra i candidati democratici ha la posizione più restrittiva sul tema. “Le dovrete rivendere al governo”, ha scritto su Twitter ieri. Si riferisce al buyback, un programma per costringere tutti i possessori di alcune armi da fuoco considerate “d’assalto” e quindi troppo pericolose a rivenderle al governo americano, che poi le distruggerà. Nel caso i possessori non lo facessero e fossero scoperti, la regola dice che dovrebbero anche pagare una multa. È un sistema che è già stato sperimentato in zone di guerra come l’Iraq, per togliere di mezzo un po’ di armi o almeno per far alzare il loro prezzo sul mercato nero e renderle più difficili da ottenere. Anche la candidata Kristen Gillibrand sosteneva il programma di buyback, ma si è ritirata dalla corsa tre giorni fa.

Beto parlava dopo un comizio a Charlottesville, in Virginia, che è la città dove nell’agosto 2017 i suprematisti bianchi si riunirono per una grande manifestazione, e ha citato anche l’ascesa del nazionalismo etnico come una delle ragioni per imporre un controllo maggiore sulle armi da fuoco. Il giorno prima aveva presentato il suo pacchetto di restrizioni che in America suona molto ambizioso ma in Europa parrebbe scandalosamente permissivo, come per esempio il divieto di comprare più di un’arma da fuoco al mese per evitare l’accumulo. Poche ore dopo il comizio è arrivata un’altra strage. In Texas un uomo è impazzito nel traffico quando una volante della polizia gli ha contestato che non aveva messo la freccia per svoltare a sinistra. Era stato licenziato dal suo posto di lavoro poche ore prima, aveva in macchina un fucile modello AR-15, ha sparato contro i poliziotti, poi è scappato verso l’autostrada. A un certo punto della fuga ha fermato un furgone della posta, ha ucciso la donna che era al volante, ha preso il furgone e ha proseguito. Ogni tanto tirava ai passanti. Alla fine le auto della polizia lo hanno raggiunto, gli agenti sono scesi, gli hanno sparato e lo hanno ucciso mentre era ancora al volante. Ha ammazzato nove persone.

 

Questo ipotetico programma di buyback non varrebbe per tutte le armi da fuoco – che in America si stima siano 390 milioni, quindi hai voglia a ricomprarle tutte – e per esempio per le pistole sarebbe soltanto volontario, il che vuol dire che il governo comprerebbe la tua arma soltanto se vuoi consegnarla. Beto ha citato l’AR-15 e l’AK-47 perché sono fucili cosiddetti “d’assalto” che sono in vendita negli Stati Uniti in una versione modificata per renderli meno letali di quelli usati in guerra. A circa millequattrocento euro il primo, a molto meno il secondo. Non possono sparare a raffica – quindi in modalità automatica – ma soltanto un colpo per volta. Vuol dire che devi premere il grilletto per ogni proiettile decidi di sparare. Anche senza il tiro automatico, però, sono armi che danno a chi le possiede una potenza di fuoco temibile, soprattutto quando sono usate in un asilo, in una chiesa, in un liceo, in una sinagoga, in una discoteca o in un supermercato, per citare i luoghi di alcune stragi recenti. Sparano più colpi, sono più potenti, si ricaricano più rapidamente.

 

Una pistola normale più o meno ha dieci colpi e la velocità dei suoi proiettili non supera i quattrocento metri al secondo. Il proiettile dell’AR-15 invece va a quasi mille metri al secondo (quando esce dalla canna). Lo stragista che il 3 agosto ha ucciso 22 persone nelle corsie dei grandi magazzini Walmart di El Paso, in Texas, aveva una replica dell’AK-47 con un caricatore da trenta colpi e nel suo manifesto aveva scritto che avrebbe usato munizioni a frammentazione, quindi che si frammentano a contatto con il bersaglio in modo che le schegge facciano più danni possibile. Ma se potessi, aggiungeva, comprerei un AR-15 perché ha una capacità di penetrazione migliore. La sera della strage di El Paso un altro stragista si è messo a sparare a Dayton, in Ohio, con un AR-15 che aveva comprato online dal Texas e ha ucciso nove passanti nel giro di circa trenta secondi prima di essere abbattuto dalla polizia proprio nel momento in cui stava entrando in un locale dove si erano rifugiate decine di persone, come si vede in un video di sorveglianza. Aveva uno speciale caricatore a tamburo che contiene cento colpi.

 

Questo tipo di armi fu bandito da una legge federale per dieci anni, dal 1994 al 2004, ma poi la decisione su come regolarsi è tornata ai singoli stati. A New York e in California per esempio i fucili “d’assalto” sono illegali, ma non nella maggioranza del paese. C’è un punto da tenere presente: per quanto siano diventate le armi icone delle stragi, sono soltanto una parte della questione. Secondo le statistiche dell’Fbi, il sessantaquattro per cento delle morti da armi da fuoco negli Stati Uniti è causato dalle pistole e non da armi “d’assalto”.

 

L’annuncio di Beto – vi rimborseremo, ma sarete costretti a consegnarle – è straordinario perché il timore di perdere le armi, d’assalto oppure no, è un tema fortissimo della destra americana e anche del Partito repubblicano. Almeno due degli stragisti degli ultimi mesi, quello della Nuova Zelanda e quello di El Paso in Texas, hanno scritto nei loro manifesti di avere scelto proprio queste armi in modo che il governo provi a bandirle – e in effetti è successo in Nuova Zelanda, con un programma di buyback che ha funzionato. Ma l’America è diversa dalla Nuova Zelanda. Gli stragisti sperano che un’eventuale proibizione inneschi una rivolta popolare, che nei loro piani dovrebbe essere il primo capitolo della fine dell’ordine americano come lo conosciamo, a tutto vantaggio dei suprematisti bianchi. Un romanzo fondamentale del movimento razzista, “Turner’s Diaries”, scritto negli anni Settanta, comincia proprio con la scena di bande di “negri comandati da ebrei” che confiscano le armi alla popolazione – che a quel punto non è più in grado di “difendersi”. Il tema è davvero molto sentito. Nel maggio 2000, l’attore Charlton Heston, per concludere il suo discorso alla conferenza della NRA, la potente lobby delle armi da fuoco, sollevò un moschetto e disse: “From my cold, dead hands!”. Per averlo dovrete strapparmelo dopo avermi ucciso. Oggi però i sondaggi dicono che il novanta per cento degli americani sarebbe d’accordo con controlli perlomeno più stretti.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)