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Manuale per stragi

Il manifesto dell’attentatore spiega ai simpatizzanti che questo è soltanto l’inizio dell’espansione

15 Marzo 2019 alle 21:31

Manuale per stragi

Un frame del video diffuso sui social network dall'attentatore di Christchurch

New York. Lo stragista che ha ucciso 49 musulmani in Nuova Zelanda ha postato su internet un manifesto di settantacinque pagine per spiegare la sua ideologia e per essere sicuro che circolasse con la massima diffusione possibile l’ha archiviato su molti siti, in modo che non ci fosse la possibilità per un solo gestore di cancellarlo subito e di bloccarne la lettura. Quando i siti che ospitavano il testo l’hanno eliminato ormai era tardi, troppe persone ne avevano scaricato una copia e la rimetteranno in circolo su altri siti e così sarà per sempre. Resterà tra gli altri scritti che circolano tra gli estremisti di destra, come “The Turner Diaries”, un cattivo romanzo di fantascienza scritto nel 1978 da un suprematista che descrive una guerra di sterminio degli americani bianchi contro le altre razze, oppure come “2083 - Una dichiarazione di indipendenza europea”, il tomo di 1.500 pagine del nazista norvegese Anders Breivik. Fu scritto prima di uccidere a sangue freddo settanta ragazzini nel 2011 e ha ispirato anche l’attacco di venerdì.

    

La cosa che colpisce nel manifesto dello stragista è che dedica molto spazio non soltanto a spiegare quello che ha fatto lui, ma anche a spiegare quello che dovranno fare gli altri – quelli che la pensano allo stesso modo – dopo l’attentato. È un manifesto prescrittivo: la strage è stata fatta per attirare l’attenzione di reclute potenziali, per esporle alle idee del suprematismo bianco e per spiegare loro cosa devono fare ora, come possono proseguire la stessa campagna. Ci sono precetti neutri come “fate molti figli”, precetti da fanatici come “uccidete Angela Merkel, Erdogan e il sindaco di Londra Sadiq Khan” e giustificazioni già pronte per qualsiasi atrocità, come “uccidete anche i bambini perché da grandi saranno invasori come i loro genitori. Se non lo farete voi, saranno tutti nemici in più contro i vostri figli”. La strage, filmata e trasmessa in diretta su Facebook, era accessoria al manifesto ed è stata lo squillo di tromba per chiamare a raccolta gli emuli.

  

Nel testo ci sono molti concetti cari all’estrema destra americana (che l’Europa sovranista osserva e segue). Come tanti altri, anche lo stragista australiano crede nell’idea di una post America, ovvero crede che prima o poi l’America si disintegrerà e si spezzetterà in tanti territori, quindi che gli Stati Uniti non saranno più uniti e che fra questi territori ce ne sarà uno controllato dai bianchi e governato secondo l’ideale della purezza della razza, dove le altre razze non saranno ammesse. È il traguardo finale dell’etno nazionalismo, che come dice la definizione stessa vuole una nazione basata sull’etnia. Il 20 febbraio le forze di sicurezza americane hanno arrestato Christopher Hasson, un ufficiale della Guardia costiera e fanatico neonazista che aveva accumulato un arsenale di armi in casa e che progettava “una strage di civili su una scala raramente vista in questo paese”, come dicono i documenti della corte. Hasson era in contatto fra gli altri con un movimento di estrema destra che si chiama Northwest Territorial Imperative e che teorizza la creazione di uno stato bianco nel nord-ovest degli Stati Uniti, nei quattro stati attorno alla regione di Seattle (dove ci sarebbero meno non-bianchi secondo la teoria, smentita dai numeri).

 

Ebbene, lo stragista australiano scrive nel manifesto di avere scelto di usare armi da fuoco per compiere il massacro perché così scatenerà un dibattito sulle armi, il governo americano proverà a toglierle agli americani, porterà il paese verso la guerra civile perché i bianchi non accetteranno di essere sottomessi e disarmati e nella frammentazione che seguirà potranno prendersi un territorio loro da governare secondo il principio della purezza etnica. È la stessa idea. Richard Spencer, l’ideologo della alt-right americana, dice anche lui in un documentario appena uscito su Netflix che gli Stati Uniti non sono destinati a durare. Lo stragista australiano cita anche il fatto che, secondo lui, le sue idee sono condivise da migliaia di appartenenti alle forze militari e di polizia in tutto l’occidente, perché soldati e poliziotti bianchi hanno una predisposizione naturale a seguire la dottrina suprematista. La nazione bianca, l’intervento dei militari: sono tutti concetti ricorrenti.

   

L’idea principale e più forte è che fatti come quelli di Christchurch sono gesti da pionieri, che prima o poi diverranno mainstream e saranno giustificati a posteriori. Oggi siamo una minoranza che agisce così, è una cosa che sostengono tutti gli stragisti, ma prima o poi saremo considerati come eroi e partigiani in anticipo sui tempi. “Abbraccia l’infamia”, dice lo stragista, perché quando vinceremo la narrativa cambierà e davanti al rischio di estinzione etnica tutto ci sarà perdonato. Fra 27 anni, scrive irridente, uscirò dal carcere e sarò celebrato come Nelson Mandela, che fu accusato lui stesso di terrorismo. È questo pensiero – che il movimento etno nazionalista è destinato a sicura espansione – a non essere ancora compreso bene. Come accadde con i gruppi jihadisti, che negli anni Novanta scrivevano a chiare lettere cosa volevano fare e poi l’hanno fatto, non realizziamo ancora la portata transnazionale ed espansiva dei gruppi che vogliono una guerra fra razze. L’attacco alle moschee in Nuova Zelanda, l’arresto di Hasson nel Maryland mentre ormai si preparava a colpire e la strage di ottobre nella sinagoga di Pittsburgh – soltanto per citare gli episodi più recenti – non sono fatti isolati ma fanno parte di una stessa ondata che raccoglie molti simpatizzanti. E l’ambizione di ogni attacco è sempre la stessa: essere la spinta che porta più vicino al conflitto. Lo diceva anche Dylann Roof, il giovane che uccise nove persone in una chiesa di Charleston: voglio fare scoppiare la guerra fra i bianchi e i neri.

   

Il problema è che questa stessa retorica la sentiamo nei commenti di molti politici e di molti opinionisti, con le stesse frasi a effetto, gli stessi concetti, gli stessi toni e la stessa visione delle cose e del mondo.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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