Strage di Pasqua in Sri Lanka (foto LaPresse)

Lo Stato islamico ha rivendicato il massacro dei cristiani in Sri Lanka

Daniele Raineri

C’è una rete internazionale islamista che ha fatto fare il salto di pericolosità a un gruppo di fanatici locali

New York. Per capire chi ha compiuto il massacro di cristiani nel giorno di Pasqua in Sri Lanka – che al momento in cui va in stampa questo giornale non è stato ancora rivendicato – partiamo dai dati di fatto e poi aggiungiamo alcune informazioni in possesso del Foglio. Il governo dello Sri Lanka accusa un gruppo locale, l’Organizzazione nazionale per il monoteismo (National Thowheeth Jamath) e aggiunge che ha avuto aiuto dall’estero: “Senza un network internazionale questi attentati non ci sarebbero stati”. Il gruppo prima di domenica aveva al massimo sfigurato statue buddiste – che è la religione maggioritaria dell’isola. Questa serie di attacchi è stata un’operazione molto più complessa del solito per loro.

    

Zahran Hashim in un video pubblicato su YouTube


  

Uno degli attentatori suicidi è Zahran Hashim, che domenica mattina è entrato nella sala colazione dell’hotel Shangri-La e si è fatto saltare in aria. Non soltanto era stato identificato già domenica, ma ieri è arrivata una sua foto di rivendicazione secondo lo stile che si vede in questi casi: pistola in mano, bandiera con il sigillo del profeta Maometto e nome di battaglia (Abu Ubaida as Sailani, quindi di Ceylon, è il vecchio nome dello Sri Lanka). Hashim era un predicatore che fino al 2017 postava video dello Stato islamico su due pagine facebook – la più seguita aveva quattromila follower (il dato è di Robert Postings, un analista che studiava la scena). Ma questo elemento da solo non è sufficiente per dire che lo Stato islamico è responsabile.

  

 

Lo Stato islamico per ora tace. Nelle ore successive al massacro nello Sri Lanka c’è stata una retata delle forze di sicurezza e decine di persone sospettate di essere vicine agli attentatori ora sono in carcere – in questi casi spesso lo Stato islamico non diffonde informazioni per non mettere in ulteriore difficoltà i suoi uomini. Un esempio che ricordiamo tutti: la video rivendicazione dell’attentatore di Berlino, Anis Amri, fu fatta circolare soltanto dopo la sua morte. Quindi, in assenza di rivendicazione, per ora abbiamo un network internazionale e un simpatizzante dello Stato islamico. Un mese fa dopo la strage nella moschea di Christchurch in Nuova Zelanda il comando centrale di al Qaida ha ordinato di compiere attentati di rappresaglia ma non nelle chiese, che invece sono un obiettivo dello Stato islamico (le ha attaccate nelle Filippine e in Egitto, le ha distrutte in Iraq e in Siria).

  

Ad avvertire il governo dello Sri Lanka con settimane di anticipo di un possibile attacco alle chiese – nell’avvertimento erano inclusi persino alcuni nomi e indirizzi degli attentatori – è stato il governo indiano. Nel sud dell’India, vicino allo Sri Lanka, c’è un gruppo che si fa chiamare Ansar al Tahweed fi Bilad al Hindi (da non confondere con un altro gruppo che si chiama Ansar al Tahweed in Siria: scelgono sempre nomi molto simili) che nel 2014 ha dichiarato fedeltà allo Stato islamico. I due uomini più conosciuti del gruppo sono due fratelli, Sultan e Shafi Armar. Sultan è morto nel marzo 2015 mentre combatteva con lo Stato islamico nel cantone curdo di Kobane. Era considerato lo shari’i del gruppo, si occupava dell’indottrinamento. Shafi invece è considerato il leader e reclutatore, è finito sulla lista dei terroristi internazionali stilata dal governo americano e si occupa di arruolare online volontari in India, Bangladesh e Sri Lanka. Esiste un contingente di volontari che dall’India e dagli altri stati attorno è andato a combattere in Siria e Iraq oppure in Afghanistan con lo Stato islamico e Shafi Armar (forse ucciso in Siria a marzo) e il suo gruppo sono il network di appoggio. Per questo, se il governo indiano avverte quello dello Sri Lanka di un attacco imminente viene da pensare ad Ansar al Tahweed, che è un gruppo che si considera parte dello Stato islamico – ma a cui prestiamo poca attenzione. Se l’asse delle attività dello Stato islamico si sposta verso l’est sovrappopolato, quindi verso l’India, il Bangladesh e il Pakistan, è un grosso problema.

  

Domenica c’è stato un attacco fallito dello Stato islamico in Arabia Saudita. Quattro uomini hanno attaccato un comando militare nella città di Zulfi, ma sono stati uccisi. Secondo una loro lettera che il Foglio ha potuto vedere in esclusiva, pianificavano di uccidere 50-60 “apostati”. Allo Stato islamico piacciono gli attacchi simultanei per proiettare un’immagine di potenza (e mitigare la sconfitta sul campo), viene da chiedersi se i due attacchi non fossero coordinati. Ma tutto questo è appeso all’eventuale arrivo di una rivendicazione.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)