Un'immagine del video dell'attentatore: i caricatori con i nomi

La cultura dell'odio diventata mainstream

Claudio Cerasa

Per la prima volta il vademecum ideologico della teoria suprematista rappresenta non un substrato della civiltà ma una cultura compatibile con la nuova dottrina politica dominante. Che cosa ci dicono le stragi nelle moschee della Nuova Zelanda

Trasformare gli attentati compiuti ieri in due moschee della Nuova Zelanda in una prova capace di certificare la nascita di un’internazionale suprematista pronta a prendere presto il controllo del mondo a colpi di fucile significa voler osservare la strage di Christchurch con lo sguardo di chi è interessato più a buttarla in caciara che a capire un fenomeno. Le quarantanove persone uccise ieri da un attentatore australiano di ventotto anni, che prima di sparare a chiunque gli capitasse sotto tiro si è autodefinito un “eroe suprematista bianco”, sono lì a testimoniare un problema che ha a che fare non con i presunti mandanti morali degli stragisti neozelandesi ma con la proliferazione di un sentimento politico diventato carburante di un nuovo-vecchio estremismo: la cultura dell’odio.

 

La cultura dell’odio, la xenofobia, il razzismo, il fascismo, il neonazismo, l’incapacità di relazionarsi con la diversità, la trasformazione dello straniero in un bersaglio, è ciò che unisce stragi come quella di ieri a Christchurch e carneficine come quella verificatasi a ottobre a Pittsburgh, quando nel corso dell’attentato antisemita più grave della storia recente degli Stati Uniti un suprematista bianco ha aperto il fuoco in una sinagoga uccidendo undici persone e ferendone altre sei (secondo l’Anti-Defamation League, il 71 per cento degli attentati mortali compiuti negli Stati Uniti tra il 2008 e il 2017 è stato commesso da membri dei movimenti di estrema destra o di supremazia bianca e solo nel 2017 ci sono stati 65 attacchi per un totale di 95 decessi).

 

Ma di fronte ad atti di violenza come quelli descritti, più che concentrarsi sulle presunte fonti di ispirazione degli attentatori – tra i nomi dei vari personaggi responsabili di atti violenti nei confronti degli stranieri impressi sui caricatori delle armi automatiche degli attentatori di Christchurch c’era anche il nome di Luca Traini, il militante della Lega autore della sparatoria a Macerata contro cittadini stranieri, e uno degli attentatori prima di sparare ha definito Trump nel suo manifesto anti immigrati come “simbolo della rinnovata identità bianca” – vale la pena segnalare quello che ci sembra essere il vero cortocircuito di fronte al quale si trova la società politica contemporanea. E il punto in fondo è questo: per la prima volta il vademecum ideologico della teoria suprematista, una violenta miscela di odio riversata contro i difensori dell’integrazione, della diversità, del globalismo, dell’internazionalismo che mette insieme i gesti di Luca Traini, gli attentati in Norvegia di Anders Breivik, gli omicidi in una chiesa afroamericana di Dylan Roof, le pugnalate in Svezia di Anton Lundin Pettersson, gli attacchi alle moschee di Darren Osborne, rappresenta non un substrato della nostra civiltà politica ma una cultura non incompatibile con una nuova dottrina politica dominante, fatta di nazionalismo spinto, odio contro il globalismo, sospetti contro le diversità, demonizzazione dell’integrazione, retorica dell’invasione.

   

Il dato su cui dovrebbero dunque riflettere tutti i nazionalisti anti sistema che leggendo il manifesto di Brenton Tarrant, la guida del commando di attentatori in Nuova Zelanda, hanno sentito in qualche modo riecheggiare alcune delle proprie parole d’ordine consegnate in modo distratto con un clic alla timeline dell’odio quotidiano è questo: ma la grammatica dell’odio aiuta o no a combattere tutti coloro che vedono nell’eliminazione del diverso la giusta soluzione per risolvere i problemi del mondo? I mandanti morali non esistono ma trasformare quello che era dark web in un’agenda di governo significa creare le condizioni non per osteggiare ma per legittimare un nuovo culto: il suprematismo omicida dei nuovi nemici del globalismo. Pensarci, prima del prossimo tweet.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.