Il dovere di Salvini sulla xenofobia

Claudio Cerasa

Le accuse di Moscovici, la condanna di Traini, il gioco pericoloso del ministro

Luca Traini è stato condannato in primo grado a dodici anni per i reati di strage aggravata dall’odio razziale e porto abusivo d’arma e la storia di Traini siamo certi che la ricorderete tutti. Il 3 febbraio del 2018, per vendicare la morte di una ragazza, Traini esplose diversi colpi dalla sua auto ferendo sei immigrati e la notizia del tentato omicidio di Macerata fece il giro del mondo anche perché Traini, in quel momento, era un militante della Lega. Considerare il leader della Lega, come farà qualcuno oggi, come il mandante morale di Traini è una sciocchezza che lasciamo a Roberto Saviano.

 

Ma il fatto che dal 3 febbraio a oggi il leader della Lega non abbia trovato il tempo di dedicare neppure un tweet per condannare in modo fermo ogni genere di atteggiamento xenofobo (il giorno dopo il tentato omicidio Salvini disse che “un’immigrazione fuori controllo porta allo scontro sociale”) è un segnale che dovrebbe farci riflettere su alcuni punti importanti. L’Italia non è un paese razzista. Ma avere un ministro, per di più dell’Interno, che su Twitter esulta per l’arresto di uno “straniero infame” – è successo la scorsa settimana dopo un agguato a Lanciano – e che gioca con i migranti con la stessa disinvoltura con cui gioca con i nostri risparmi, e che fa finta di non capire l’enormità della condanna di Traini, rischia di non essere il miglior vaccino per combattere la xenofobia. Il commissario europeo Moscovici ieri ha detto che “gli italiani hanno optato per un governo euroscettico e xenofobo che, sulle questioni migratorie e di bilancio, sta cercando di sbarazzarsi degli obblighi europei”. Un commento severo su Traini, da parte di Salvini, aiuterebbe a dimostrare che le cose stanno diversamente. Ma il punto è questo: davvero le cose stanno diversamente?

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.