Il governo gialloverde ha un nuovo China man che non sa cosa sia Hong Kong

Giulia Pompili

Manlio Di Stefano, sottosegretario grillino duro e puro, fa la propaganda di Pechino (senza saperlo)

Roma. La Cina continua a essere uno dei territori in cui emerge di più l’assenza di una strategia estera coerente del governo gialloverde. Ognuno fa quel che gli pare, ognuno manda il messaggio che vuole, e il paese è privato di una politica armonica nei confronti della seconda economia del mondo. I personalismi sono conditi da dichiarazioni contraddittorie, confuse e poco credibili agli occhi degli alleati – ma soprattutto di Pechino. E appena qualcuno lascia scoperto il posto del “China man”, c’è qualcun altro pronto a rimpiazzarlo. E il nuovo “China man” è un altro sottosegretario, quello agli Esteri con deleghe (tra le altre) all’Asia, un Cinque stelle duro e puro come Manlio Di Stefano.

 

Ieri alla presentazione alla Farnesina del dettagliatissimo rapporto Italia-Cina, redatto ogni anno dalla Fondazione Italia-Cina, il segretario generale del ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni, nel suo discorso introduttivo non ha mai nominato la Via della Seta, tantomeno il memorandum d’intesa tra Roma e Pechino firmato il 24 marzo scorso in occasione della visita di stato del presidente cinese Xi Jinping in Italia. E in questo caso il non-detto è più importante: è l’ennesima dimostrazione che la Farnesina – soprattutto nei suoi rappresentanti non politici, organi di garanzia – tenta in tutti i modi di smarcarsi dalla firma di un’intesa politica di adesione al progetto strategico cinese, proprio perché, a conti fatti, quel memorandum è costato molti problemi e ha portato poche soluzioni. Chi ha firmato materialmente l’accordo è Luigi Di Maio, titolare del ministero dello Sviluppo economico, dove risiede anche il (vecchio?) “China man”, il sottosegretario con deleghe al Commercio estero Michele Geraci.

 

Quest’ultimo, attivissimo nei giorni della firma, ultimamente sembrava un po’ defilato, poi è tornato in prima linea: alla cena di stato con il presidente russo Vladimir Putin di cinque giorni fa, Geraci era seduto accanto a Di Maio, e ha gongolato su Twitter per essere riuscito a parlare con Putin dello “sbaglio dell’occidente nel sottovalutare la Cina”. Un tema spinoso, e un’espressione piuttosto forte per un rappresentante di governo – forse utile solo per una eventuale eredità di Geraci post governo. Nonostante il sottosegretario sia costretto a ricordare sempre a tutti di essere della Lega, sappiamo che il leader Matteo Salvini non la pensa come lui, ed è molto critico sulla Cina (e avrebbe di fatto già da tempo scaricato Geraci). Proprio perché rappresentante di una “eccessiva sinofilia”, pare sia stata invece la presidenza del Consiglio a chiedere a Geraci di restare a casa durante il Secondo Forum sulla Via della Seta di aprile, sottolineando la necessità di dar spazio alla missione ufficiale di Giuseppe Conte. Ma anche il presidente del Consiglio comincia a sentirsi particolarmente a suo agio quando si parla di Cina. E’ lui ad aver firmato la prefazione del rapporto Italia-Cina di quest’anno, e alla prima presentazione a Milano, il 17 giugno scorso, ha ringraziato soltanto Di Stefano per il lavoro svolto durante la visita di Xi in Italia. Non una menzione per Geraci, e nemmeno per la sua Task Force Cina (i cui risultati sono ancora tra i più fumosi della storia repubblicana).

 

Ed ecco quindi Di Stefano, sostenuto da Conte, che si trasforma nel novello “China man”. Suo è l’ultimo capolavoro della diplomazia italiana: il 4 luglio scorso è atterrato a Hong Kong “dopo 8 anni di inspiegabile latitanza dei precedenti governi” – che invece si spiega benissimo, perché per un politico occidentale andare a Hong Kong significa parlare di “un paese, due sistemi”, di democrazia. Ma che importa. Con un tempismo impeccabile Di Stefano firma un unico accordo, “che permetterà a 500 giovani italiani all’anno di poter fare un’esperienza lavorativa in questa regione”, incontra aziende e funzionari, magnifica il business e non gli viene in mente di dire nulla della legge sull’estradizione e sulle proteste che vanno avanti da settimane nell’ex colonia inglese. Dice solo che “è un momento difficile”. Non parla di democrazia, né di giustizia, con gli imprenditori italiani preoccupati per una legge che potrebbe portarli a processo a Pechino. Di Stefano insomma fa, forse inconsapevolmente, la propaganda della Cina, che così può mostrare il suo lato più diplomatico sapendo benissimo che dall’Italia, da questo governo, di “interferenze” sugli affari interni non ce ne saranno.

 

È l’improvvisazione al governo, a volte dettata per lo più dalle scarse conoscenze. Ma per essere credibili, in diplomazia, serve altro. Basta un esempio: i rapporti tra Londra e Pechino in questi giorni si sono complicati perché il governo inglese ha chiesto a quello cinese di rispondere alle richieste dei cittadini che da settimane scendono in piazza ad Hong Kong, di limitare l’uso della forza, ha minacciato conseguenze. L’ambasciatore cinese a Londra ha accusato di ipocrisia il governo, che non ha lasciato cadere, e l’ha convocato al ministero. I rapporti commerciali tra Gran Bretagna e Cina non sono in discussione. Ma è la differenza tra fare affari da sdraiati, oppure fare come Londra, Parigi o Berlino: avendo bene a mente con chi si ha a che fare.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.