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Così le élite di Francia hanno iniziato a flirtare con i gilet gialli

Oggi è prevista un’altra protesta, pronti i dispositivi di sicurezza. Da Libération ai businessmen prove d’amore con la piazza

15 Dicembre 2018 alle 06:00

Così le élite di Francia hanno iniziato a flirtare con i gilet gialli

Le proteste dei gilet gialli sabato scorso a Parigi (Foto LaPresse)

Milano. I gilet gialli manifestano ancora anche se non si sa in che misura, ma il dispositivo di sicurezza “8 dicembre”, adottato sabato scorso a Parigi, è già stato attivato contro il “V atto” previsto per oggi. Ottomila uomini e quattordici blindati garantiranno la sicurezza dei ministeri, dell’Eliseo e della zona del centro, molti musei resteranno chiusi, così come le fermate della metropolitana più centrali, le stazioni delle biciclette comunali e i negozi di lusso del gruppo Kering: i grandi magazzini vorrebbero aprire pure se devono “ancora rifletterci”, come ha detto Monoprix, è pur sempre un fine settimana di regali di Natale, ma ogni programma è saltato, anche quello delle partite di calcio, e nell’incertezza sta già il danno economico.

 

L’Eliseo ha chiesto di evitare di scendere in piazza, c’è stato anche l’attentato a Strasburgo a spaventare ulteriormente il paese, ma quel che dice Emmanuel Macron ormai suona stonato, sia che faccia appelli di ordine pubblico sia che faccia concessioni che mai, nemmeno nei sogni più dolci, i gilet gialli avrebbero potuto aspettarsi. Macron è vulnerabile e tutti se ne approfittano, i suoi nemici politici interni e quelli internazionali, è un’occasione che non capita più, stanno tutti uniti alla vista della sangue. Anche le malfamate élite, che a questo popolo delle rotatorie dovrebbero fare orrore, flirtano fiduciose con i gilet gialli, intravvedono in questo mondo informe e malleabile l’occasione del riscatto: Macron non vi ascolta, non può farlo, non sa farlo, è un ricco ragazzo capitalista neoliberale che si balocca con la politica, noi invece sì che vi riconosciamo, vi sosteniamo, vi accogliamo, come hanno scritto su Libération una professoressa di filosofia e un sociologo.

 

“Questa mobilitazione che doveva essere del tutto apolitica ci ha consentito di riscoprire quel che dovrebbe essere la sinistra”, hanno scritto Sandra Laugier e Albert Ogien, aggiungendo che in televisione i rappresentanti dei gilet vengono trattati come megafoni rustici e volgarotti dell’insofferenza sociale ma le élite, cioè i conduttori, li tengono lontani dalla “vera politica”, non considerandoli all’altezza. Invece i gilet sono potentissimi, tenaci, dalla parte della ragione, perché la rabbia ha sempre ragione, al punto che ci vorrebbe “un gilet giallo all’Eliseo” – è il titolo del commento sul giornale della gauche radicale e il punto interrogativo alla fine non attenua lo spavento – per dimostrare che le élite non capiscono nulla ma il loro tempo è finito.

 

La sinistra che si ritrova in una piazza che fa impazzire la destra trumpiana, l’Afd tedesca, Marine Le Pen e gli ambienti di estrema destra? È proprio così, lo vediamo anche da noi che i gilet piacciono ai gialli e ai verdi, e l’élite che soffre di esserlo flirta con questa piazza, crea argomentazioni e contesto culturale, legittima e rincorre. Libération è diventata la tribuna su cui questo flirt ha preso piede e si sta espandendo, e celebra assieme al fascino della rivoluzione in gilet – c’è quasi un’epica, che risale alla prima rotonda occupata ed era gennaio, ma noi stolti non ci abbiamo badato – il ritorno “dell’economia morale”, il popolo che rioccupa la scena principale, non nei villaggi ma a ogni rotatoria di Francia.

 

Non c’è soltanto Libération, naturalmente, ci sono molti commentatori e intellettuali che per non farsi travolgere dai gilet li abbracciano, c’è anche Bernard Tapie, che sa di establishment facoltoso, di Mitterrand, di europeismo, di Olympique Marsiglia e di guai con la giustizia, un grande e controverso personaggio della Francia contemporanea. Da una decina di giorni Tapie rilascia interviste che sono dichiarazioni amorose: state calmi, gilet gialli, perché la violenza vanifica ogni sforzo, ma non smettete di protestare, questa è la battaglia giusta, ed è tutta nostra.

 

Ora Tapie ha deciso di dare spazio ai gilet sulle pagine della Provence, giornale di sua proprietà, in modo da dare una forma e una struttura a un movimento che ancora non ce le ha. Venite, vi ospito io, dice Tapie, e forse nel momento in cui i gilet escono dalla piazza e si posizionano nelle pagine degli editoriali finirà la loro forza propulsiva, sarebbe il fuoco amico più salvifico che c’è, ma intanto il flirt procede, indefesso, e anche se nel manifesto dei gilet gialli, i famosi 25 punti, compare pure la Frexit, oscenità per un signore come Tapie, non importa, è l’élite in amore, non disturbatela. Per noi di qui dalle Alpi, non è una prima, l’abbiamo già vista, sappiamo persino il finale.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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Commenti all'articolo

  • stearm

    15 Dicembre 2018 - 11:11

    Un articolo interessante sul FT ieri spiegava come si tratti in realtà di quattro gatti, ma che c'è interesse mediatico e anche politico a cavalcare la protesta. Poi naturalmente gli intellettuali vanno a nozze, gli Zagrebelski di Francia hanno anche loro famiglia a carico. E' comunque una narrazione accattivante per il 'popolo' delle società occidentali. Fa breccia nei cuori e nelle menti di intere classi sociali e c'è anche una forte componente demografica: maschi over 40, donne over 60. Classi demografiche maggioritarie ormai visto l'invecchiamento della popolazione. I giovani, sempre meno, si interessano d'altro, con poche eccezioni. E' però alla fine una narrazione decadente e utopica al contrario, ovvero che sogna un ritorno ad un passato idealizzato. Nel resto del mondo, pur tra mille contraddizioni, lo sguardo è proiettato al futuro. Ma appunto nel resto del mondo la maggioranza della popolazione è under 30.

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