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Gilet gialli, atto quinto. Il movimento è arrivato al capolinea?

Un altro sabato di proteste, calano partecipazione, violenze e arresti. Per gli osservatori la rabbia è ancora ben radicata. I manifestanti definiscono i 100 euro di Macron “compresse di paracetamolo”. E c'è chi pensa a una lista per le Europee

15 Dicembre 2018 alle 23:14

Gilet gialli, atto quinto. Il movimento è arrivato al capolinea?

Foto LaPresse

Parigi. Il “V atto” della mobilitazione dei gilet gialli aveva un valore di test per l’esecutivo, dopo gli annunci del presidente Macron a inizio settimana, e a quattro giorni dall’attentato di Strasburgo, che ha ricordato alla Francia la minaccia jihadista che continua a pesare sul suo territorio. In termini di cifre, l’esecutivo di Edouard Philippe può sicuramente tirare un sospiro di sollievo. Erano 66mila in tutto il paese, la metà rispetto a sabato scorso, erano più numerosi a Bordeaux che a Parigi, e le violenze e gli arresti sono stati nettamente più bassi a confronto con le precedenti mobilitazioni. C’è chi, come l’ex presidente della Repubblica François Hollande, sostiene che il movimento dei gilet gialli “è nella sua fase conclusiva”, ma la maggior parte degli osservatori è convinta che la rabbia sia ancora ben radicata nel paese, e anzi che l’aumento del salario minimo di 100 euro e la defiscalizzazione degli straordinari hanno aumentato la frustrazione. Vogliamo una rivoluzione fiscale, non le mancette, fanno capire i gilet gialli.

 

 

Gli annunci di Macron come le compresse di paracetamolo

Un manifestante parigino, a Place de la République, riassumeva alla perfezione il sentimento diffuso tra i gilet gialli. “100 euro è un buon gesto, ok, ma è come una compressa di paracetamolo, fa abbassare un po’ la febbre, ma non cura la malattia”, gridava vestito da Dolipran sotto la statua in bronzo della Marianna che troneggia al centro della piazza. Le ragioni di quella che il Monde ha definito “la rivolta delle rotatorie”, trasformate nelle nuove agorà del Ventunesimo secolo, sono molto più profonde e sono figlie di trent’anni di politiche insufficienti, di riforme procrastinate all’esasperazione, di scelte sbagliate che Macron sta pagando a caro prezzo, ma sono anche il frutto di una frattura tra Francia periferica e Francia delle élite globalizzate che questo governo ha contribuito ampiamente ad aumentare.

 

Gli Stati Generali della fiscalità

Questa Francia d’en bas vuole una grande negoziazione collettiva per ridiscutere da cima a fondo la ridistribuzione del denaro nel paese, la spesa pubblica e la politica fiscale, chiede gli “stati generali della fiscalità”, o per dirla con l’economista che ha consigliato Macron durante le presidenziali, Philippe Aghion, una “Grenelle della fiscalità”. Secondo Aghion, l’inquilino dell’Eliseo non deve certo rinunciare alle riforme, ma correggere alcune misure che hanno trasmesso al paese un sentimento di ingiustizia sociale e fiscale. A partire dalla soppressione di una parte dell’Isf, la tassa sui grandi patrimoni, che Aghion propone di reintrodurre sotto una nuova forma. La scorsa settimana, un articolo informato del Monde raccontava che nella macronia molti indicano l’Isf come il “peccato capitale” del mandato. Qualche giorno fa, la direttrice dell’Obs, Dominique Nora, ha parlato di “peccato originale”.

 

La lista dei gilet gialli per le europee

Alcuni leader dei gilet gialli, intanto, iniziano già a pensare alla fase successiva, al progetto politico dopo la manifestazione di piazza. Galvanizzato da un sondaggio pubblicato dal Journal du dimanche, che dà un’eventuale lista “gialla” alle elezioni europee al 12 per cento, Christophe Chalençon, professione fabbro nonché uno dei volti mediatici della collera anti-Macron, si sta adoperando per “portare la voce della ruralità e della provincia” in una Bruxelles “disumana che si interessa soltanto alla finanza a detrimento dei popoli”. Ad aiutarlo nel progetto di lista, un insospettabile Bernard Tapie, ex ministro delle Città sotto Mitterrand ed ex presidente dell’Olympique Marsiglia, disponibile ad offrire uffici e pagine del suo giornale, La Provence, per favorire la creazione di “un’offerta politica alternativa”. Vaste programme. 

Mauro Zanon

Nato a una manciata di chilometri da Venezia, nell’estate in cui Matthäus e Brehme sbarcarono nella parte giusta di Milano, abbandona il Nord, per Roma, quando la Lega era ancora celodurista e un ex avvocato del Cav. vinceva le presidenziali francesi. Nel 2009, decide di andare a Parigi, e di restarvi, dopo aver visto “Baci rubati” di Truffaut. Ha vissuto benino nella Francia di Sarkozy, male in quella di Hollande, e vive benissimo in quella di Macron (su cui ha scritto un libro, “Macron. La rivoluzione liberale francese”, Marsilio). Ama il cinema di Dino Risi, le canzoni di Mina, la cucina emiliana, le estati italiane, l’Andalusia e l’Inter di José Mourinho. Per Il Foglio, scrive di Francia e pariginismi. Collabora inoltre con il mensile francese Causeur.

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