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Il mercato unico come pilastro della pace europea

Bisogna rileggere Richelieu per capire come affrontare gilet jaunes e nervous states

21 Dicembre 2018 alle 06:13

Il mercato unico come pilastro della pace europea

Foto LaPresse

Per cercare di capire i gilet gialli, da me spicciativamente e colpevolmente liquidati come “la rivolta dei burini”, e il generale risentimento che palpita nel ceto medio declassato in Europa e in Italia, e la dialettica fra affari domestici delle nazioni e politica sovranazionale dell’Unione europea, è forse utile, più della chiacchiera sulle ineguaglianze crescenti, che ci sono e non ci sono, un vecchio corso universitario del 1963, tenuto dal compianto storico Rosario Romeo e appena pubblicato da Donzelli per la cura di Guido Pescosolido.

(Intanto è una lettura piena di charme, come sempre succede con le cose vecchie ma tuttora in perfetto stato di servizio. Romeo è della scuola di Gioacchino Volpe e di Benedetto Croce e di Federico Chabod, diversi tra loro ma nell’insieme una Trinità che aveva per principio di ricerca e comprensione della realtà storica il racconto e l’analisi documentata dei fatti, personalità comprese. Insomma una attenzione modesta alle metodologie della “lunga durata” e al dettaglio minimalista e “indiziario”, per non parlare delle astrazioni feconde ma spesso anche un tantino velleitarie come le storie antropologiche delle mentalità, dei costumi eccetera. Semplifico: sono gli storici del liceo e dell’Università italiana della maggior parte del Novecento, quelli delle date, dell’intrigo, dei rapporti di forza tra partiti antagonisti, della spiegazione del passato in base alla presunzione di ricostruire “ciò che effettivamente è accaduto”. Scrivevano magnificamente.)

  

Il corso è dedicato a Richelieu, piccola nobiltà, titolo ecclesiastico di Cardinale, grande carriera di stato con alterne vicende alla corte di Luigi XIII, tra il 1624 e il 1642, anno della morte. Di lui e della sua leggendaria ipocrisia cinica, Maria de’ Medici, mamma di Luigi, disse stizzosa che lo si sapeva capace di “piangere a volontà”, insomma per suo stesso impulso e comando, quando serviva. Ma non è per il pianterello della Journée des dupes, celebre autoumiliazione teatrale che gli procurò un definitivo consolidamento al potere nella notte tra il 10 e l’11 novembre del 1630, che Richelieu è ricordato. E’ ricordato piuttosto perché senza l’opera della sua Ragion di stato non sarebbe mai nato, con la pace di Westfalia al termine della Guerra dei Trent’anni (1648), il sistema europeo degli stati-nazione, durato tre secoli, né si sarebbe sviluppata la civilizzazione francese dell’Europa durata, attraverso il Roi Soleil fino alla Rivoluzione e a Napoleone, due secoli abbondanti. Sono forse schemi polverosi, superati dalle storie minime o mondiali o indiziarie, ma sono schemi ancora pieni di vita, almeno a leggere quel vecchio corso.

     

Sta di fatto che la storia europea ha cominciato a cambiare, dopo una secolare stagione di guerre, solo con il progetto comunitario e unionista principiato dopo la fine dell’ultimo conflitto mondiale e la sconfitta dei totalitarismi. Quello che oggi è lo stato di diritto dell’Unione, al cui centro stanno le norme sull’interdipendenza monetaria e l’intera filosofia di Maastricht, una volta era lo stato di guerra permanente. Dovrebbero prendere nota gli identitari spinti, che considerano lo stato di diritto comunitario una dittatura turbocapitalista del finanziariamente corretto: non è ideologia o propaganda, è un semplice fatto che da settanta anni buoni l’unica alternativa alla stagione plurisecolare della guerra è stata la libertà di commercio e di scambio in un mercato unico a direzione intergovernativa e sovranazionale, in una parola Bruxelles, l’odiata Bruxelles. 

I famosi burocrati, eurocrati, tecnocrati, i mercanti panzoni del Lussemburgo e del sistema bancario, gli azzeccagarbugli normativisti dell’Europa di regole e regolamenti che il risentimento popolare rigetta, sono la classe dirigente che, a partire dai fondatori, con mille mende e mille sfondoni gravi, ha tuttavia cercato di trovare un’alternativa ai conflitti armati di egemonia che sono stati almeno per tre secoli il carattere e la seconda pelle della storia continentale delle nazioni o stati-nazione. Non è una vicenda minore, l’aver cercato e il cercare di invertire il corso del tempo e delle cose rispetto a uno schema di vita dei popoli e degli stati che ha i tratti nobili e le radici profonde della Ragion di stato rappresentata dall’opera del Cardinale, il cui sepolcro è nella cappella della Sorbona (le ossa furono esumate e disperse dai rivoluzionari del 1793).

     

Per affermare l’assolutismo monarchico contro le spinte disgregatrici di popolo, borghesia e nobiltà, Richelieu dové sconfiggere il partito degli Asburgo (Spagna e dinastia austriaca), allora pimpante e imperiale, e il “partito devoto” casalingo, cattolici e gesuiti che volevano un’Europa sbilanciata verso un’asse del sud e libera dal carisma troppo ingombrante di una monarchia francese in vena di egemonia e Grandeur. Non roba da poco, roba forte. Come se non bastasse, dové affermare il primato della politica estera e di potenza, a maggior gloria del suo re, contro il risentimento antifiscale del popolino delle campagne, ben agguerrito e violento nelle – diciamo così – “forme di lotta”. Nell’anno 1630, anno di svolta come abbiamo visto, i gilet jaunes risentiti del tempo saccheggiavano i depositi di grano, sfidavano le autorità, liberavano i detenuti, portavano all’insubordinazione arcieri e alabardieri e polizie cittadine che avrebbero dovuto reprimere l’illegalità insurrezionista (pare che in Francia ci sia ora qualche problema tra i sindacati di polizia, che vorrebbero essere gratificati di alcune delle mance generose elargite da Jupiter a quelli che gli tiravano i cubetti di porfido e li costringevano a odiosi combattimenti all’Arco di Trionfo). Anche allora la borghesia non sapeva se parteggiare per i rivoltosi o per il monarca, a miglior tutela dei suoi interessi postfeudali, e alla fine Richelieu rinunciò a riforme e trasformazioni dell’interno, compresi molti balzelli, in nome della prevalenza dell’interesse internazionale, alla guida come spesso accade della politica di stato (sounds familiar?). Il suo cancelliere Maurillac aveva un “piano di raccoglimento”, racconta Romeo, insomma di chiusura e isolazionismo rispetto al gioco di potenza in campo aperto, per fronteggiare quelle che definì eufemisticamente “émotions populaires”. Il sociologo e psicologo britannico Will Davies, e ne abbiamo parlato qui tempo fa, definisce in un saggio l’impasto sentimentale prevalente, attuale, fatto di rabbia, frustrazione, risentimento, come “nervous states”, che sembra la traduzione in inglese di émotions populiares.
Richelieu non voleva né la pace dei commerci né un’Europa sovranazionale, al contrario, voleva l’egemonia francese monarchica su un sistema di stati-nazione mercantilisti o colbertisti ante litteram, e comunque, qualunque cosa volesse, a quello ci fece approdare. L’ostacolo dei nervous states lo trovò anche lui sulla sua strada, paradossalmente su una strada simmetricamente opposta a quella dei riformatori del dopoguerra, della comunità, del mercato unico, della moneta unica e della sovranazionalistà unionista. Dai vecchi corsi c’è sempre da imparare.

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Dicembre 2018 - 18:06

    Forse non ne siamo pienamente coscienti, forse la presunzione che ad ogni generazione si rinnova, ostacolano l’accettare che la vita dell’uomo, in ogni accezione la si consideri, non percorre la linea retta che tende all’infinito, ma una circonferenza. Che sia realtà urticante è umanamente comprensibile. Tutte le epoche, tutti i grandi uomini di Stato, non hanno fatto altro che, dipende dai criteri di valutazione, aumentare o ridurre il diametro, il Pi Greco è immutabile. Poi, in quell’ambito ci sono vinti e vincitori, ça va sans dire. Armand-Jean du Plessis nel mondo attuale non saprebbe dove mettere le mani. Gli mancherebbero i punti fermi su cui allora fece leva. Leggere è comunque esercizio fecondo. Facendo. ça va sans dire, attenzione a “cosa ti vogliono far leggere”. Con Giuliano Ferrara si può stare quasi tranquilli.

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