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Il pentimento farlocco delle élite

È assurdo che pensino di aver avuto torto, di aver dimenticato il popolo in carne e ossa. E poi si rassicurino, non hanno mosso un dito per impedire che accadesse quel che è accaduto

20 Gennaio 2019 alle 02:20

Il pentimento farlocco delle élite

Alessandro Baricco (foto LaPresse)

Che sballo il pentimento delle élite. Mentre Afragola fa il baciamano al Truce, nuovo Gava (gli piacerebbe), le filiere intellettuali e politiche del vecchio mondo di potere, con segnalate eccezioni (un Calenda, un Panebianco su tutti, forse un Cacciari, forse), fanno la riverenza, pentendosi. Non ho mai avuto la sindrome di Don Giovanni, e penso che il pentimento sia una soluzione dell’anima. Eppoi things change. Ma siccome scrivo da Parigi, città eminentemente citazionista, eccovi Diderot: “Vedo al mattino la verisimiglianza alla mia destra, nel pomeriggio è a sinistra”.

          

Baricco è bravo, scrive bene, pensa, è un performer di talento. Ora è diventato egalitario, vuole ridistribuire perché il patto è saltato e teme che i gilet di lotta e di governo gli saltino addosso. Ricordo alcuni anni fa un suo intervento in una delle prime Leopolde, luoghi da me non frequentati perché la mia personale sensualità è diversa, dopo tanti comitati centrali e tante sedute educative da consigliori, da quel generoso e luccicante bordello di lusso delle idee giuste. Era ottimo, l’intervento belloccio di Baricco. Diceva il contrario. Promuoveva la rivolta generazionale e l’affermazione del merito in polemica con la vecchia sinistra. Lo pubblicai in prima nel fogliuzzo: dovere.

        

Ma non è scandaloso che la verisimiglianza cambi posizione con il passare delle ore. E’ semmai assurdo che pensino di aver avuto torto, di aver dimenticato il popolo in carne e ossa, di essersi mangiata la fetta più grossa della torta o globalizzazione. Pentimento, quanti delitti intellettuali e morali si commettono in tuo nome! La ricchezza sociale si è estesa, anche alle periferie delle grandi città e alle campagne. Nelle assemblee francesi i cahiers de doléances passano da qualche centesimo in più di tassa sul gasolio, il mio amato propulsore del diesel, al divieto degli 80 all’ora in certe strade provinciali. Il codice dell’Ancien Régime è quello della strada, troppo poco condiviso. C’è poi la questione dell’orso che si mangia le pecore brade pascolanti nei Pirenei in nome della diversità biologica da riaffermare. A me l’orso piace, quasi come l’elefante, a parte gli artigli che non sopportano la manicure, ma non ne farei una questione di ghigliottina del potere diversificante. L’89 dei Suv e dei crocicchi mi sembra di grado inferiore rispetto alla Fronda contro il re e Mazarino o alla Bastiglia. Non vedo oratori all’altezza dei Marat e dei Robespierre: non ci sono più gli amici del popolo e gli avvocati di Arras di una volta. C’è il buonsenso, che suona piccino piccino.

        

E poi si rassicurino, le élite. Non hanno mosso un dito per impedire che accadesse quel che è accaduto. Si erano già ampiamente controassicurate con il comportamento fellone dei media che posseggono e animano. Non sono colpevoli. Niente di cui pentirsi, in verità. Vabbè, ci sono anzi pullulano nuovi mestieranti profetici dell’apocalisse liberale e occidentale. Hanno dalla loro il vento della storia, tra poco ci spiegheranno come si fa a governare col gilet. Non c’è bisogno anche dell’alito delle élite, spesso approssimative ma tanto colte e perbene. Queste bambine travestite da guardia carceraria e questi Pitigrilli della forza, d’altra parte, non hanno bisogno del loro pentimento e non saranno così riconoscenti come potrebbe sembrare ai pentiti.

        

L’unica cosa che le ex élite pentite dovrebbero fare, dopo aver votato Grillo e averlo detto a urne ormai aperte, dopo aver pestiferato prima Berlusconi e poi Renzi e i suoi, dopo aver messo sul trono de Roma donna Virginia Raggi, è ribadire che non è vero niente. I partiti benemeriti avevano già espanso oltre misura il debito pubblico, comprando il consenso all’ombra del muro di Berlino. Nulla di nuovo, si ricomincia all’ombra di Putin, che vorrete ammettere, se prendete nella rosa dei complici anche l’Impostore americano, è un bel declassamento. Si pentano subito di essersi pentiti, ci usino questa cortesia prima che arrivi il pomeriggio e la verisimiglianza cambi posizione. Grazie. 

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    21 Gennaio 2019 - 12:12

    È intrinseco nel significato di èlite: non possono pentirsi. Farlo farloccando ribadisce il potere. Pentirsi, di cosa poi? D’aver continuato a conservare il loro potere, usando spregiudicatamente di volta in volta la varietà dialettica della “morale del potere”? Entità variopinta che si tinteggia di ogni colore e che tutto ammette e giustifica. En passant, il Quarto Potere, è diventato, tecnologia duce e apta cultura di massa, il primo e il più condizionante dei poteri. Ha cambiato pure le categorie valutative della “morale del potere”. Dando luogo a quelle della morale post-moderna.

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