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Gilet gialli, Tav, Scala. Contro i sovranisti c'è un'amica geniale di nome Europa

Claudio Cerasa

Macron. Salvini. Mattarella. La Tav. Perché dietro ogni scontro tra populismi e anti populismi c’è la nostra capacità di considerare l’Europa l’orizzonte giusto da seguire per costruire il nostro futuro

Le storie sono diverse, le ragioni sono diverse, le intenzioni sono diverse, le prospettive sono diverse ma per quanto possa risultare difficile tenere insieme in un unico ragionamento alcune delle piazze che negli ultimi giorni hanno conquistato le prime pagine dei giornali esiste un magnifico filo conduttore che unisce come puntini di un unico disegno gli applausi ricevuti da Sergio Mattarella a Milano alla prima della Scala, i fischi indirizzati a Macron dai gilet gialli, l’adunata sovranista a Roma organizzata dalla Lega, la manifestazione no Tav organizzata a Torino e persino la sfilata di imprenditori di lunedì scorso a Torino in difesa delle infrastrutture. Le scene sono diverse ma il film è sempre lo stesso e al centro della pellicola alla fine c’è sempre un’amica geniale di nome Europa. C’è di mezzo l’Europa dietro l’ovazione al presidente della Repubblica alla Scala, dietro alle manifestazioni del partito del pil, dietro alle adunate in difesa delle infrastrutture, dietro alle polemiche sulla manovra e c’è di mezzo l’Europa anche dietro le piazze anti Macron, dietro le piazze pro Salvini, dietro i cortei anti Tav. C’è sempre di mezzo l’Europa perché a prescindere da quale sia il vostro punto di osservazione, alla fine dei giochi in ogni scontro tra populismi e anti populismi ciò di cui si discute davvero è la nostra capacità di considerare l’Europa l’orizzonte giusto da seguire per costruire il nostro futuro.

 

Frédéric Bastiat diceva che “dove non passano le merci, passano gli eserciti”, e che quindi dove passano le merci gli eserciti passano un po’ meno. Se mettiamo insieme i fotogrammi delle piazze europee, e di quelle italiane, ci accorgeremo che la chiave giusta per capire l’Europa è questa. O pace o guerra. O crescita o decrescita

Se ci si riflette un istante, in modo più o meno esplicito ogni forma di populismo anti sistema, compreso quello arrivato a guidare il sistema dalle stanze di governo, al centro della sua proposta politica ha una forma più o meno sottile di sfida all’Europa e per quanto possa sembrare paradossale la piazza che ha manifestato ancora una volta in Francia contro Macron, la piazza che ha manifestato a Torino contro la Tav e la piazza che ha manifestato sabato a Roma a favore della Lega sono parte di un’unica storia al centro della quale c’è il tentativo di ribellarsi a un modello di democrazia che tenta in tutti i modi dimostrare che un paese ha possibilità di crescere solo se sceglie di proteggere i propri cittadini scommettendo più sull’apertura che sulla chiusura.

 

E’ un processo all’Europa quello che viene fatto dal popolo no Tav nella misura in cui si considerano le grandi infrastrutture europee come degli sprechi senza senso che portano gli stati a dimenticarsi delle piccole e quotidiane esigenze dei cittadini. E’ un processo all’Europa quello che viene fatto dal popolo della Lega perché, per un partito anti casta, l’anti europeismo, al netto del risultato della manovra, resta l’unica chiave possibile per dare agli elettori l’illusione di essere ancora all’opposizione. E’ un processo all’Europa quello che viene fatto in Francia dai gilet gialli perché Macron, come ha ricordato bene Paola Peduzzi la scorsa settimana sul Foglio, non è solo il presidente accusato di giocare con la benzina del paese ma è anche l’europeista che si avvolge nella bandiera blu con le stelline dorate, il testimonial dell’opposizione al populismo, il politico che definisce “lebbra” il moltiplicarsi del popolo del “mio-interesse-first” che a poco a poco prova a imporsi in tutto l’occidente. Non c’è scontro politico vero – e che non sia basato cioè solo sui personalismi isterici tra mezzi leader che si contendono pezzi di correnti di un partito – che possa prescindere dalla discussione sull’Europa e il ragionamento vale tanto per chi in Europa ci si trova quanto per chi in Europa ha scelto, probabilmente pentendosene, di non esserci più, come il Regno Unito.

 

In fondo è l’Europa che in un modo o in un altro ci sta costringendo a scegliere da che parte stare quando parliamo di democrazia, di stato di diritto, di infrastrutture, di globalizzazione, di protezionismo, di tasse, di alta velocità, di conti pubblici. E’ l’Europa che in un modo o in un altro ci sta costringendo a mettere a fuoco quali sono i valori non negoziabili di una democrazia non medievale. Ed è l’Europa che in un modo o in un altro sta dimostrando da anni di essere l’unico vaccino possibile contro la schizofrenia sovranista.

 

In un bellissimo editoriale pubblicato sulla sua newsletter quotidiana, il direttore di Libération, Laurent Joffrin, ha raccontato con spasso e con sarcasmo le peripezie dei “buffoni di Roma” e ragionando sul destino della manovra italiana ha notato che i populisti italiani, “Les Bouffons de Rome”, dopo aver insultato per settimane l’Unione europea, dopo aver mostrato per settimane i propri muscoli sullo sforamento del deficit, dopo aver definito per settimane inaccettabili i vincoli imposti dalla dittatura di Bruxelles, dopo aver invitato per settimane i burocrati europei ad andare al diavolo, hanno capito improvvisamente che un paese indebitato non può permettersi di giocare con i suoi creditori, che un paese pieno zeppo di banche che hanno in pancia titoli di stato non può permettersi di giocare con gli interessi sui titoli di stato e che dunque mettersi contro l’Europa alla fine significa schierarsi contro il proprio popolo e non in sua difesa. “E’ successo lo stesso – dice Joffrin – con Tsipras in Grecia. Sta succedendo lo stesso con la Brexit nel Regno Unito. Il nazionalista che arriva al potere alla fine segue sempre la stessa traiettoria: vieni eletto per ringhiare contro l’Europa ma una volta che al governo ti trovi a scegliere da che parte stare capisci di non poterti permettere di andare contro l’Europa”.

 

Non sappiamo ancora che effetto avranno nella dialettica tra il governo italiano e quello europeo le manovre sulla manovra ma sappiamo che dietro agli applausi a Sergio Mattarella, dietro alle manifestazioni in difese delle infrastrutture, dietro al popolo del Sì che con gli artigiani la prossima settimana sarà in piazza a Milano contro la manovra c’è la difesa di un concetto tanto semplice quanto rivoluzionario: considerare la difesa del futuro e la difesa dell’Europa non come un ossimoro ma come l’unica condizione per garantire prosperità, sicurezza e libertà ai nostri figli. Ci sarà tempo e modo per trovare una chiave giusta per evitare che la difesa dell’Europa possa essere percepita dagli elettori come la difesa dello status quo. Ma nel frattempo è bene dirsi le cose come stanno, smetterla di girarci intorno e ricordare che dietro a ogni ribellione sovranista si nasconde un pensiero pericoloso che merita di essere combattuto in tutti i modi possibili e che punta a farci dimenticare una frase scolpita sul marmo dal grande filosofo ed economista francese Frédéric Bastiat. Bastiat diceva che “dove non passano le merci, passano gli eserciti”, e che di conseguenza dove passano le merci gli eserciti passano un po’ meno. Se mettiamo insieme i fotogrammi delle piazze europee, e di quelle italiane, ci accorgeremo che ancora una volta la chiave giusta per capire l’Europa di oggi e quella di domani in fondo è questa. O pace o guerra. O crescita o decrescita. O con l’Europa o contro l’Europa. E’ davvero difficile scegliere da che parte stare?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.