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Il governo di carta

Dalla fiction alla realtà. La serie di Netflix entra nel “contratto” di Salvini e Di Maio con la sua mistica della moneta salvifica. Ma il falò del debito non è altro che un fuoco fatuo

18 Maggio 2018 alle 10:50

Il governo di carta

La Casa di carta è una serie tv di Netflix che racconta di una banda che rapèina la zercca di stato spagnola stampando soldi (elaborazione grafica di Enrico Cicchetti)

“Nel 2011 la Banca centrale europea ha creato dal nulla 171 mila milioni di euro. Dal nulla. Sai dove sono finiti tutti quei soldi? Alle banche, ai più ricchi. Qualcuno ha detto che la Bce è una ladra? Io sto facendo una iniezione di liquidità non nelle banche, ma qui, nell’economia reale…”, dice il “Professore” della “Casa di carta”, la serie di successo di Netflix che racconta la storia di una banda che rapina la zecca di stato spagnola stampandosi milioni di euro.

  

Da “Tototruffa” alla “Casa di carta”, il cinema che ispira il contratto Lega-M5s

Nei film sulle truffe all’italiana gli imbroglioni però finiscono quasi sempre male

  

Le parole del visionario Professore, sussurrate con enfasi quasi liturgica, non sono più solo fiction. Sono ora programma di governo. Queste parole sono figlie di una narrazione storicamente ricorrente nelle fasi di crisi economica: la mistica della Banca centrale in grado di alleviare lo stato da qualsiasi vincolo fiscale. Di creare risorse dal nulla. Una narrazione ipnotizzante, specialmente in un paese come l’Italia soffocata da un debito pubblico abnorme. La mistica della moneta salvifica è entrata nero su bianco nel presunto programma di Lega e M5s: la richiesta alla Banca centrale europea di cancellare i 250 miliardi di titoli del debito pubblico italiano detenuti dalla Bce stessa sul proprio bilancio.

    

Cancellare il debito con la Bce. Le parole del visionario “Professore” non sono più fiction di Netflix, Sono ora programma di governo

La mistica della moneta salvifica prende varie forme, tutte logicamente simili. Ad esempio, l’idea che uno stato sovrano, se possiede una Banca centrale indipendente, non possa mai fare default sul proprio debito pubblico – perché avrebbe sempre al suo fianco una Banca centrale in grado di assorbire le vendite di titoli da parte dei privati e/o di acquistare, stampando moneta appunto, le emissioni di nuovi titoli per finanziare il rimborso di quelli circolanti. Oppure, la tesi secondo cui, se il debito pubblico è irrilevante, lo stato può finanziare da solo le proprie spese, stampando moneta, al limite senza nemmeno ricorrere alla tassazione. Similmente, l’idea che una Banca centrale non abbia un vincolo di bilancio, quindi non possa mai legalmente fallire, e possa dunque venire sempre in soccorso di uno stato insolvente. Oppure ancora, l’idea che il debito pubblico possa essere drasticamente ridotto tramite un sostenuto incremento del tasso di inflazione, alleviando così ogni vincolo fiscale dello stato.

   

Questa sirena accattivante si alimenta della confusione (drammatica) su ciò che una Banca centrale veramente è, su che cosa può e non può fare, su quali siano i limiti alla sua capacità di generare “spazio fiscale”, e su quale sia in generale il suo ruolo come attore fiscale.

  

La sirena ispiratrice di tutto, il canto ipnotizzante, ha un primo nome: illusione monetaria. Che nel caso del rapporto incestuoso tra moneta e debito si declina così. Quando gli agenti economici – famiglie o imprese – prestano soldi allo stato, ciò che si aspettano in cambio (il ritorno finanziario) non sono in realtà euro, bensì, molto prosaicamente, mele. Detto diversamente, chi presta soldi allo stato si aspetta un ritorno reale, espresso cioè in unità di beni realmente acquistabili: altrimenti perché mai persino concepire di prestare dei soldi?

  

Un banale esempio può aiutare. Supponiamo che io presti 100 euro allo stato, da restituire dopo 10 anni, a un tasso di interesse del 9 per cento, quindi con la promessa che lo stato mi restituisca alla scadenza 109 euro. Fin qui tutto nominale, tutto moneta. Ma se negli stessi dieci anni il prezzo delle mele salisse del 10 per cento, io mi troverei in mano 109 euro, quindi più denaro, ma in grado di acquistare meno mele di quanto sarei stato in grado di comprare con i 100 euro iniziali. Una bella fregatura. Qualsiasi creditore, nel momento in cui contempli di prestare denaro, non può che ragionare così: presta euro preoccupandosi però che alla scadenza del debito non si ritrovi con meno mele di prima. Altrimenti, come detto, mai deciderebbe di prestare soldi tout court.

   

I debiti che lo stato deve onorare, quindi, sono sempre necessariamente in mele, non in euro. L’idea che questi possano essere onorati stampando euro è quindi illusoria. Anzi, fallace. Perché se è vero, come sostengono gli adepti della “Casa di carta”, che la moneta può crearsi dal niente, le mele invece no. Le mele richiedono alberi, irrigazione, lavoro, e anche un po’ di fortuna con il clima. Più tecnicamente, stampare 100 euro in più di moneta vuol dire, prima o poi, e inevitabilmente, un prezzo delle mele maggiore. E quindi meno risorse reali. Al limite, se raddoppiare la quantità di moneta da 100 a 200 euro portasse a un raddoppio immediato del prezzo delle mele, quelle risorse monetarie in più svanirebbero – per stare alla metafora del “Professore” – nello stesso nulla dal quale sono state create: produrrebbero quindi un contributo nullo ad alleviare i conti dello stato.

   

Quanto più grandiosa è la casa di carta che immaginiamo, cioè quanto più grande è la massa monetaria che progettiamo di creare dal nulla per alleviare i debiti dello stato, tanto più facile sarà che questa casa di carta crolli, perché tanto più facile sarà che l’aumento dei prezzi riporti la moneta laddove è stata creata, cioè nel nulla. Si noti il paradosso, dunque. Lo scandalo denunciato dal sacerdote monetario della “Casa di carta”, il fatto cioè che l’espansione monetaria associata al Qe1 della Bce sia passata attraverso le banche, è stata in realtà proprio la chiave che ha moderato, direi quasi impedito, l’incremento dei prezzi. Perché si è inceppata in un filtro: la grande propensione al risparmio delle banche in un periodo di crisi.

   

E’ proprio quando la mistica monetaria vuole aggirare le banche, e rivolgersi direttamente “alla gente” (magari lanciando moneta dagli elicotteri), che è più probabile che si riveli per quello che è, un castello di carta appunto. Perché delle due l’una. O maggiore moneta viene semplicemente trattenuta dagli agenti per ragioni di risparmio precauzionale, oppure viene spesa. Nel primo caso l’effetto espansivo sui consumi e l’attività economica è nullo. Nel secondo caso, l’effetto è tanto più inflazionistico quanto maggiore è la propensione a spendere. Ma dato ciò, in termini reali, l’effetto dell’espansione monetaria finisce per essere ampiamente ridotto, o nullo.

  

La mistica della moneta salvifica non è però solo illusione monetaria. E’ anche fede in una forza primitiva, quella del fuoco. Questa forza primitiva si alimenta dell’idea secondo cui una Banca centrale non può mai fallire. E che le perdite della Banca centrale siano in realtà un costrutto artificiale, senza ricadute fiscali. Da qui la simbologia, quasi atavica, del falò del debito pubblico: basta che la Bce bruci i 250 miliardi di debito pubblico italiano detenuto sui propri bilanci. Et voilà, il gioco è fatto. Più risorse per scuole, ospedali, strade e lavori pubblici.

   

In realtà il falò del debito altro non è che un fuoco fatuo. Bruciare titoli del debito vuol dire rinunciare a un credito per la Banca centrale, credito che a sua volta compare dal lato delle attività di bilancio della banca stessa. E queste perdite inevitabilmente devono essere ripianate dall’autorità fiscale. Quindi: più falò uguale più tasse.

  

Stampare soldi e bruciare debiti: la mistica della moneta salvifica non è solo illusione monetaria, è anche fede in una forza primitiva

Più falò uguale più tasse? Certo che no, obietterebbe l’adepto della “Casa di carta”. Perché mai aumentare le tasse, e quindi far pagare sempre “la povera gente”? La Banca centrale può far fronte a quelle perdite di bilancio semplicemente stampando moneta. Ecco allora, nuovamente, la mistica ammaliante: una Banca centrale, per definizione, non può mai fallire. In realtà di Banche centrali che falliscono ne vediamo spesso, in giro per il mondo. Basta chiarirsi sul significato di default per una Banca centrale. Il default di una Banca centrale avviene quando gli agenti non vogliono più detenere le passività della banca stessa. E queste passività si chiamano circolante (monete e depositi delle famiglie) e riserve (i depositi detenuti dalle Banche presso la Banca centrale). Quante volte nella storia di un paese abbiamo assistito alla crisi di fiducia in una valuta? Per chi ne fosse a digiuno, basta seguire le vicende del Venezuela o dell’ Argentina di questi giorni.

   

L’adepto potrebbe però non essere completamente convinto. Se una Banca centrale può stampare la propria valuta ad libitum, per quale motivo potrebbe comunque non essere in grado di onorare le proprie passività? Perché sarebbe vittima – risponderebbe il laico – di una tela di Penelope. Paradossalmente, quanto più la Banca centrale si sforzasse di onorare i propri debiti stampando quantità crescenti di moneta, tanto più questo sforzo si tramuterebbe in un incremento del livello dei prezzi, e di fatto in una diminuzione del valore reale del rendimento promesso ai creditori sulle proprie passività.

    

Il default avverrebbe, dunque, o ex ante o ex post. Ex ante, perché un creditore della Banca centrale, cioè qualsiasi cittadino con in mano moneta, si rifiuterebbe fin dall’inizio di detenere tale moneta aspettandosi un’erosione del suo valore reale (ecco le crisi valutarie, come quella del peso in Argentina o del bolívar in Venezuela); ma il default della Banca centrale potrebbe anche avvenire ex post, nel caso in cui la Banca centrale creasse inflazione in modo inatteso. In entrambi i casi, sempre di default staremmo parlando, perché il debitore Banca centrale non starebbe onorando il rendimento che i detentori della moneta stessa (circolante, depositi, o riserve) si aspettano in termini reali (cioè di mele). Il falò del debito pubblico vorrebbe dunque dire in ogni caso maggiori tasse: o maggiori imposte per ricapitalizzare la Banca centrale, o maggiore inflazione (che sempre tassa è). Tertium non datur.  

   

La Banca centrale sarà anche in grado di stampare moneta in modo illimitato. Ma rimane comunque fallace la mistica secondo cui questo potere illimitato la renda immune dal default. I semplici, e laici, cittadini che si liberano del peso in Argentina questo lo sanno. Gli adepti della “Casa di carta” in salsa sovranista, evidentemente no.

  

Tommaso Monacelli è economista all'Università Bocconi

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